Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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La carenza di liquidità continua a farsi sentire e le imprese non riescono a tener fede ai pagamenti ai fornitori. Non accenna, infatti, a scendere la curva delle insolvenze in Italia, dove, in linea con quanto avverrà a livello europeo, si stima che, quest’anno, ci sarà un incremento del 5%, che corrisponde a 12.750 casi, destinati a calare lievemente il prossimo anno (12.300). Non solo. Pur essendo lontano dai picchi più recenti, il rischio di insolvenze resta alto anche nei mercati di sbocco del made in Italy, ritenuti più affidabili, cioè Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. A lanciare l’allarme è Allianz Trade, società specializzata nell’assicurazione dei crediti commerciali, che ha pubblicato l’ultimo Insolvency Report, da cui si rileva che, per il quinto anno consecutivo, le insolvenze cresceranno del 6% nel 2026 (replicando il +6% dello scorso anno), per poi stabilizzarsi nel 2027, ma restando su livelli elevati. Nel biennio si registreranno quindi altri 15.000 casi di insolvenze aziendali. Cifre che potranno impennarsi ancora in caso di conflitto prolungato.
Più formazione, anche pratica, e meno burocrazia per le imprese al fine di tutelare i lavoratori. È la direttrice presa dalle recenti riforme in materia di sicurezza sul lavoro. Le ultime novità, in ordine cronologico, riguardano l’introduzione dell’obbligo della formazione anche durante i periodi di cassa integrazione, con la conseguente sanzione della decadenza dall’ammortizzatore qualora il lavoratore beneficiario rifiuti di partecipare a corsi formativi. E poi l’introduzione dell’impiego di tecnologie all’avanguardia, quali simulazioni e sistemi d’intelligenza artificiale, finalizzate a elevare l’efficacia dell’addestramento. Lo spiega, tra l’altro, l’Ispettorato nazionale del lavoro nella nota n. 780/2026, con placet del ministero del lavoro, in cui fornisce le prime indicazioni sulle novità della legge n. 34/2026, in vigore dal 7 aprile 2026. In concomitanza della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che si celebra il 28 aprile, arrivano anche i dati sulle ispezioni e sugli infortuni sul lavoro. L’Inl fa sapere che tra gli illeciti penali ostativi al rilascio del Durc, al primo posto compare proprio il fenomeno della «formazione e informazione» (per il 63,4% dei casi nel settore terziario, il 57,6% in agricoltura, il 51,9% nell’industria e per il 25,7% in edilizia).
Tutti la conoscono, pochi la sanno usare. Il 93% dei professionisti italiani ha familiarità con almeno uno strumento di intelligenza artificiale, ma il 75% non ha mai ricevuto formazione strutturata e il 51% la vorrebbe ma non ne ha avuto l’opportunità. Sono alcuni dei risultati dell’indagine internazionale «L’Intelligenza Artificiale e l’Impiego del Futuro — per Aziende e Dirigenti» condotta da Planeta Formación y Universidades, network internazionale dell’istruzione superiore che riunisce oltre 20 istituzioni in 8 paesi, di cui fa parte Rome Business School. Lo studio, sviluppato in collaborazione con l’istituto di ricerca GAD3 attraverso 307 interviste a dirigenti e 498 a dipendenti in quattro settori strategici (sanità, istruzione, audiovisivo e impresa), offre la fotografia più aggiornata della penetrazione dell’IA nelle organizzazioni italiane, analizzando conoscenza, utilizzo, percezione e impatti occupazionali.

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Dopo 18 mesi di corteggiamento, sempre vani, Andrea Orcel non vuole lasciare niente di intentato sul fronte tedesco. E il lancio dell’Ops di Unicredit su Commerzbank, con premio minimo (4%) subito superato in Borsa, ha un po’ il sapore dell’ultimatum. Se la quota del 26,7% di Unicredit, appena cresciuta a un 32,64% virtuale tramite nuovi derivati, a fine operazione supererà il40% che dà il controllo dell’assemblea, la storia può continuare. Diversamente, «ci prenderemo una pausa di 12-18 mesi e ci concentreremo su altre questioni interne», ha detto il banchiere italiano. Il che, sapendolo funambolico, può voler dire tante cose: dal semplice riavvio del buyback da 4,75 miliardi promesso ai soci a un ritorno in campo sul risiko italino, dove gli ultimi sviluppi di Mps e Banco Bpm dicono che le sfere sono in movimento. Unicredit, che sul mercato domestico ha spazio per crescere, non vuol certo stare a guardare i balli altrui. Lo prova il fatto che la banca si è presentata all’assemblea di Generali con l’8,72%, oltre un miliardo in più rispetto al 6,7% depositato nell’aprile 2025.
Non si tratta più di emergenze isolate, ma di una condizione strutturale. L’Italia inatti è un Paese naturalmente esposto a catastrofi, per la sua posizione geografica e le sue caratteristiche geologiche e climatiche. A questa fragilità strorica si aggiunge oggi un fattore che ne amplifica gli effetti: il cambiamento climatico. A misurare i rischi catastrofali sul territorio italiano è il Natural Risk Index (Nri), presentato in occasione del Natural Risk forum tenutosi nei giorni scorsi a Roma, che considera tre principali fonti – o “peril” – naturali: terremoti, alluvioni e tempeste convettive. Il quadro che emerge è quello di un Paese altamente vulnerabile, in cui la combinazione tra pericolosità naturale, esposizione economica e fragilità del patrimonio edilizio genera un rischio diffuso e crescente. In Italia si contano oltre 41 milioni di immobili esposti, tra abitazioni, edifici pubblici e strutture produttive, per un valore complessivo di ricostruzione stimato in 14.400 miliardi di euro.
L’obbligo di copertura assicurativa per le imprese segna un passo importante verso una gestione più matura del rischio catastrofale in Italia. Tuttavia, da solo non basta. Senza interventi sulla qualità del costruito, sulla manutenzione del territorio e sulla prevenzione, il costo complessivo del rischio rimane elevato. Un modello realmente strutturato deve quindi integrare copertura assicurativa, politiche di prevenzione, riduzione della vulnerabilità e sistemi di monitoraggio del rischio. È la convinzion di Enrico San Pietro, group insurance general manager di Unipol, per il quale oggi sono tre i fattori che, combinati, amplificano il rischio catastrofale in Italia. Ovvero una pericolosità naturale significativa, un patrimonio edilizio molto esteso e in parte obsoleto, oltre a una forte concentrazione di valore economico in specifiche aree del Paese.
«L’intelligenza artificiale generativa è stata adottata da quasi il 53% della popolazione globale in tre anni. Le principali aziende che sviluppano AI stanno raggiungendo una scala di ricavi significativa in una razione del tempo impiegato dalle precedenti generazioni tecnologiche. E l’investimento aziendale globale in intelligenza artificiale è più che raddoppiato nel corso del 2025. I dati non puntano in un’unica direzione, rivelano un campo che sta scalando più velocemente di quanto i sistemi intorno ad esso riescano ad adattarsi». La sintesi di Yolanda Gil e Raymond Perrault, co-chair dello Stanford AI Index Report 2026, è la fotografia di una tecnologia che tra velocità di sviluppo, tasso di adozione e investimenti globali sta continuando a macinare record in serie.

L’elettrificazione delle flotte aziendali in Italia sta accelerando ed è oggi il cambiamento più importante per i fleet manager, spinto da motivazioni ambientali, incentivi fiscali e obiettivi Esg. Tuttavia, il percorso non è lineare: la transizione si scontra con un sistema fiscale ancora complesso e con una diffusione limitata della telematica, che continua a essere sottoutilizzata malgrado il suo potenziale in termini di efficienza e controllo dei costi. È questo il quadro che emerge dalla ricerca presentata al Fleet Motor Day, evento promosso da Fleet Motor Day e organizzato da LabSumo, con la partecipazione di Best Mobility e il coinvolgimento di Aniasa, Anfia, Motus-E e Unrae. Secondo l’indagine, che ha coinvolto 48 fleet e mobility manager di grandi aziende per oltre 82 mila veicoli gestiti, il 71% del campione ha già introdotto in modo significativo veicoli elettrificati nella propria flotta. Tuttavia, la transizione non è uniforme: il 23% degli intervistati non prevede un’adozione nel breve periodo, mentre un ulteriore 6% procede con cautela. Le principali leve dell’elettrificazione sono motivazioni ambientali (38%), incentivi fiscali (37%) e obiettivi Esg (24%)
il settore dei servizi di mobilità e trasporto in Italia conferma il percorso di espansione, ma soprattutto di profonda trasformazione strutturale guidata dalla digitalizzazione. Dalla ricerca «Il mercato della mobilità in Italia nel 2025: strumenti e canali di pagamento digitali», realizzata dagli Osservatori Innovative Payments e Travel Innovation del Politecnico di Milano con UnipolMove, emerge un ecosistema sempre più integrato, in cui strumenti di pagamento, piattaforme online e soluzioni di telepedaggio diventano elementi centrali dell’esperienza di spostamento. «Il quadro descrive un contesto in cui il digitale rafforza il proprio ruolo dall’acquisto fino al pagamento, con ritmi di adozione non uniformi — spiega Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio —. Nella mobilità con mezzi privati i sistemi sono ormai predominanti per il pagamento del pedaggio e per la sosta in struttura, mentre la sosta su strada è la componente che registra l’incremento più marcato rispetto al pre-Covid».

Secondo Kiron l’importo medio di mutuo finanziato nel 2025 alle famiglie italiani è pari a 128mila euro (+2,6% sul 2024). Tra il 2015 e il 2021, il valore medio si era attestato tra 111 e 115 mila euro.
Il periodo massimo indennizzabile dall’Inps per malattia comune in ogni anno di calendario è di 180 giorni, raggiunti i quali l’Istituto interrompe l’erogazione dell’indennità ai lavoratori ammalati, a prescindere da qualsiasi valutazione sul trattamento economico garantito dalla contrattazione collettiva e dal superamento o meno del periodo di comporto. Nel caso di malattia a cavallo tra due anni, una volta che sia stato raggiunto il periodo massimo indennizzabile nel corso del primo anno e che lo stato di malattia prosegua nell’anno civile successivo, in costanza di rapporto di lavoro l’Inps riprende a erogare la prestazione previdenziale a tutela della malattia a partire dal 1° gennaio dell’anno successivo.