Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
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La decisione della Cassazione del 7 aprile 2026 (sent. n. 8630) segna una svolta profonda nel diritto del risarcimento del danno alla persona. Non introduce surrettiziamente una nuova norma, ma finisce per riscrivere, nella pratica, le regole del gioco. Il punto più interessante non è tanto l’affermazione dell’uniformità nazionale, quanto il modo in cui essa viene raggiunta. La Corte esclude esplicitamente una retroattività “diretta” della Tabella unica nazionale (Tun), ma ne afferma un’applicazione generalizzata “indiretta”, come parametro di equità ex artt. 1226 e 2056 c.c. La Cassazione, con questa pronuncia individua nella Tun il “parametro privilegiato” dell’equità, destinato di fatto a soppiantare le tabelle pretorie. Per oltre quindici anni, infatti, le tabelle milanesi hanno rappresentato il baricentro della liquidazione del danno non patrimoniale in Italia. La loro forza non derivava dalla legge, ma dall’autorevolezza e dalla diffusione nella prassi. Ora il giudice potrà ancora discostarsi dalla Tun, applicando per esempio le tabelle milanesi o quelle romane, ma dovrà motivarlo in modo puntuale e rigoroso, dimostrando la presenza di circostanze peculiari: la discrezionalità resta, ma diventa eccezione. In questo modo si dovrebbe porre fine a una delle criticità storiche del sistema: la frammentazione dei criteri risarcitori. A parità di lesione, il risarcimento poteva variare sensibilmente da tribunale a tribunale.
La Tabella unica nazionale, in breve Tun, si applica per liquidare anche sinistri avvenuti prima del 5/3/2025, data di entrata in vigore del dpr 13/01/2025, n. 12 che l’ha introdotta, oltre che per quelli successivi. E può essere utilizzata non soltanto in sinistri che derivano da circolazione stradale e responsabilità sanitaria ma anche in quelli dovuti ad altre cause. L’applicazione della Tun, tuttavia, non è retroattiva né avviene per analogia, si tratta piuttosto di “un’applicazione generalizzata in via indiretta come parametro equitativo privilegiato”: il giudice del merito, infatti, deve sempre fondare la liquidazione del risarcimento sui criteri più aggiornati disponibili al momento della decisione. E la Tun garantisce meglio l’uniformità di giudizio con il sistema a punto variabile: risulta approvata in continuità con la giurisprudenza di legittimità. Ma nel processo d’appello la tabella nazionale può essere invocata o applicata dal giudice soltanto se il gravame ha censurato la conformità delle tabelle di Milano, applicate da anni in tutta Italia (o di Roma o di un altro tribunale), al principio di equità di cui all’articolo 1226 c.c. Così la Cassazione civile, sez. terza, nella sentenza n. 8630 del 07/04/2026, che risponde al rinvio pregiudiziale proposto dal tribunale di Milano, con cui si denunciava l’incertezza sui criteri da applicare e il rischio di disparità nei risarcimenti.
Servirà una motivazione rafforzata al giudice del merito che nelle liquidazioni dei risarcimenti del danno biologico, per invalidità a partire dal 10 per cento, intende discostarsi dai valori indicati dalla tabella unica nazionale (Tun), anche nei sinistri avvenuti prima del 5/3/2025, data di entrata in vigore del dpr 13/01/2025, n. 12. E ciò soprattutto per le lesioni alla salute che derivano da incidenti stradali o responsabilità medica. Il magistrato che vuole applicare le tabelle milanesi invece che la Tun, dunque, è tenuto a fornire una motivazione puntuale e specifica sulle circostanze del tutto peculiari del caso concreto. Il tutto benché dal lontano 2011 le tabelle milanesi abbiano assunto valore paranormativo, grazie alla giurisprudenza della stessa Cassazione, ottenendo applicazione negli uffici giudiziari di tutta Italia per garantire uniformità nei risarcimenti (risultato dovuto al meritorio sforzo di continuo aggiornamento compiuto dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano). Ora la tabella unica nazionale di provenienza normativa diventa il parametro privilegiato di equità, mentre gli standard ambrosiani potranno comunque essere applicati per tutte le altre cause di danno diverse da rc auto e malpractice medica. Lo stabilisce la Cassazione, sezione terza civile, nella sentenza n. 8630 del 7/4/2026
Il bonus al posticipo del pensionamento non è nuovo ed è stato esteso dalla legge n. 199/2025 (legge di Bilancio 2026) con riferimento ai lavoratori dipendenti che maturino i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2026. Fino all’anno scorso, il bonus è stato riconosciuto in favore dei lavoratori dipendenti iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago) o a forme sostitutive ed esclusive dell’Ago, che, avendo maturato entro il 31 dicembre 2025 i requisiti per la pensione anticipata flessibile o alla pensione anticipata, hanno scelto di proseguire l’attività lavorativa e rinviare il pensionamento. In particolare, i lavoratori avevano possibilità di esercitare la facoltà di scegliere di non mettersi in pensione, proseguire l’attività lavorativa e rinunciare all’accredito contributivo della quota dei contributi a proprio carico (il 9,19% in genere; per alcuni casi il 10,19%) che, pertanto, restava in busta paga, assumendo le sembianze di “aumento” di stipendio. La legge di Bilancio 2026 ha esteso l’operatività del bonus a favore dei lavoratori dipendenti che maturano, entro il 31 dicembre 2026, il requisito per la pensione anticipata e scelgono di proseguire l’attività lavorativa.
Il conflitto in Medio Oriente non sta minando la fiducia delle imprese in merito alle esportazioni, a livello globale, ma sta comunque interferendo con le condizioni nelle quali operano, a cominciare dai pagamenti. Lo mette nero su bianco il Global Survey Allianz Trade 2026, che ha coinvolto 6.000 aziende in 13 mercati differenti, in due fasi tra febbraio e marzo 2026, valutando l’impatto del conflitto sulle aspettative delle imprese in merito a esportazioni, commercio globale e catene di approvvigionamento. E l’Italia come se la cava? «Il 7% delle aziende a livello globale viene pagato entro 30 giorni, con un calo di 4 punti percentuali rispetto all’anno precedente. In Italia, il 4% delle imprese viene pagato entro 30 giorni, con un forte calo di 8 punti percentuali rispetto al 12% del 2025, la variazione più ampia dopo Singapore (-10 punti)», spiega a ItaliaOggi Sette Maddalena Martini, senior economist di Allianz, che aggiunge: «Il confronto con i principali partner europei è netto: Germania al 6%, Francia in posizione simile, mentre Vietnam e UK si attestano al 10-11%»
Le abitudini di pagamento continuano a essere la nota dolente delle imprese italiane, pur con qualche differenza a livello di dimensioni, collocazione geografica o settore di appartenenza. A certificare questa tendenza ci sono i dati sui tempi in cui si riescono a saldare le fatture: nel 2025, rispetto all’anno precedente, sono diminuiti i tempi di pagamento totali, ma sono aumentati i giorni di ritardo, tranne che per le imprese di medie dimensioni. Questo perché la durata di tempo che passa tra la consegna della merce e il pagamento della fattura è frutto, da un lato, dei termini concordati con il fornitore, ovvero il credito commerciale concesso esplicitamente, che sono sempre più rigidi, e, dall’altro lato, degli eventuali ritardi che l’impresa accumula, che sono in aumento, con qualche eccezione, appunto: la somma di queste componenti rende l’effettivo credito commerciale di cui gode il cliente, leva fondamentale per gestire liquidità e capitale circolante. Passando alle cifre, diffuse nell’Osservatorio pagamenti di Cerved, dal 2023, le grandi imprese passano da 76,71 giorni di media a 73,21, di cui 62,7 sono i giorni concordati (più ampi al cresce delle dimensioni aziendali e del potere contrattuale delle imprese) e 10,45 i giorni di ritardo (erano 10,12 nel 2024). Le medie imprese, invece, saldano le proprie fatture in 63,20 giorni (dai 65,11 del 2023). In tal caso le componenti sono così divise: 55,63 giorni concordati (contro i 57,02 dell’anno precedente) e 7,57 giorni di ritardo (erano 7,61 nel 2024 e addirittura 8,13 nel 2023). Per le piccole imprese c’è un accorciamento dei termini contrattuali (da 51,01 a 49,16 giorni concordati) ma una live risalita nei ritardi (da 7,58 a 7,58 giorni), che portano i tempi di pagamento a 56,85 giorni (erano 58,58 nel 2024). Infine, le microimprese: si passa da 52,26 a 50,20 giorni, di cui 40,15 quelli concordati e 10,05 quelli di ritardo.
Il legittimo affidamento trova applicazione anche in Dogana: se il rappresentante doganale ha agito con diligenza, non risponde dei dazi e dell’Iva contestati dall’Agenzia delle dogane. La Corte di Giustizia tributaria di secondo grado della Liguria, con la sentenza 18/3/2026, n. 245, ha confermato il perimetro della solidarietà del rappresentante indiretto in dogana, escludendo una sua responsabilità oggettiva per i dazi doganali e l’Iva all’importazione. La sentenza dà attuazione ai principi espressi dalla Corte di Cassazione, valorizzando l’esimente prevista dall’art. 119 Cdu e dall’art. 10, Statuto dei diritti del Contribuente, a tutela del legittimo affidamento dell’operatore (Cass., 24/01/2025, n. 1776)
Integra un’ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., l’uso improprio dell’intelligenza artificiale (IA) nella redazione degli atti processuali: lo ha ricordato il Tribunale di Verona, II sezione civile, in una sentenza del 10 febbraio scorso, condannando un avvocato al pagamento di una somma a favore della controparte, pari a circa la metà delle spese di lite e ad un’ulteriore somma a favore della cassa delle ammende. I diversi precedenti italiani iniziano a tracciare un orientamento preciso: in particolare nel caso di specie il tribunale, nel censurare un atto contenente un chiaro riferimento all’uso dell’intelligenza artificiale (nella frase «se vuoi, posso proseguire con l’inserimento di questa parte in un atto completo di atto di citazione in opposizione ex art. 615 c.p.c. o in comparsa conclusionale. Fammi sapere»), ha ribadito che quand’anche tale impiego fosse consentito sarebbe però obbligatorio in capo al professionista un attento controllo finale
Il 61% del welfare sociale va ai più bisognosi. Su un ammontare complessivo di 52 miliardi di euro investiti nel quinquennio 2022/2026, infatti, la quota principale, pari a 32 miliardi, è destinata agli interventi a sostegno dei soggetti in condizione di fragilità economica. Tra questi rientrano l’Assegno d’inclusione (Adi), il Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl) e altre misure temporanee, come il bonus per il caro bollette e la «Carta dedicata a te». Il 15% delle risorse, invece, è destinato alle politiche per le famiglie e al sostegno della natalità, per circa 8 miliardi di euro in totale, tra cui il rafforzamento dell’assegno unico e universale (Auu). Infine, circa 2 miliardi di euro, pari al 4% del totale, sono stati necessari per finanziare «Ape sociale» e «Opzione donna». A fornire il quadro finanziario con le misure e le risorse di welfare sociale è la Presidenza del Consiglio dei ministri in due focus pubblicati a marzo.

La saga del Monte dei Paschi riprende sul palco dove nelle ultime settimane era ambientata,
con toni di dramma acuiti dalla gestione della nuova governance. Quel palco è il consiglio di amministrazione, che si insedia in queste ore secondo la volontà della maggioranza dei soci che il 15 a Siena ha punito la lista del cda uscente e riaffidato il comando a Luigi Lovaglio, l’ex ad licenziato un mese fa per essersi fatto alfiere della lista rivale di Plt Holding. Dall’effettivo funzionamento del nuovo cda, per nulla scontato vista la conflittualità recente
che ha condotto al culmine assembleare, dipenderà la messa a terra del piano strategico al 2030, da cui passano 16 miliardi di dividendi in cinque anni, l’aumento dell’utile netto da 3 a 3,7 miliardi nell’arco di piano e il grado di allineamento di Mps e Mediobanca (destinate alla fusione entro l’autunno) con Generali, che ha nella banca fondata da Cuccia il primo azionista con il 13,2%. La prima mossa, cruciale, è pacificare il cda senese. Che è più facile a
dirsi, data la contesa tra i membri uscenti e il banchiere che dal 2022 ha trasformato un marchio pericolante nella capogruppo della “Galassia del Nord” finanziario, che da Mediobanca scende sul Leone di Trieste. I 15 eletti sono in gran parte nuovi: ma se la tenue maggioranza (otto) fa capo agli sfidanti, ben sei provengono dalla lista del cda, arrivata
al contenzioso con Lovaglio.
Sul fronte della banca milanese sono state applicate per la prima volta le nuove regole
contenute nella Legge capitali approvata a marzo 2024. Regole che sono state recepite nello statuto della banca attraverso il voto di un’assemblea straordinaria. In particolare c’era molta attesa per lo svolgersi della seconda votazione, quella individuale, sui singoli nominativi dei consiglieri da inserire nel nuovo board. Una procedura che è stata attinta dagli ordinamenti anglosassoni e introdotta nel sistema italiano facendolo diventare un modello ibrido. Si è infatti mantenuto il principio del voto di lista, al primo giro – in cui bisogna presentare
un numero di candidati superiore di un terzo a quello dei posti a disposizione – a cui è stato aggiunto il secondo voto, individuale. Con il risultato che nella seconda tornata è possibile selezionare i candidati, eliminando quelli che non sono graditi a tutti gli azionisti (come deciso da un parere del Consiglio di Stato). Una sorta di tiro al bersaglio da cui possono
scaturire risultati imprevedibili
Negli ultimi anni le crisi geopolitiche si sono moltiplicate e la stabilità degli equilibri mondiali è stata messa duramente alla prova dall’interruzione delle catene di fornitura dovuta alla pandemia e ai dazi introdotti dall’amministrazione statunitense. Le aziende non possono più non tener conto dei fattori geopolitici e questo vale soprattutto per quelle italiane che sono fortemente orientate all’export e che sul territorio italiano non possono reperire quasi nessuna materia prima. Uno studio di Kpmg ha messo in evidenza come fra i manager delle imprese tricolore ci sia consapevolezza di questa delicata situazione ma come, allo stesso tempo, debbano essere fatti ulteriori sforzi per approntare strategie per gestire questa particolare tipologia di rischio. Secondo il report “Competere nell’era del caos: gli impatti della geopolitica sulle strategie delle imprese”, realizzato dalla società di consulenza in collaborazione con Ipsos, emerge come più di un’azienda su due (55%) dichiari che l’incertezza del contesto geopolitico influenzi le scelte strategiche della propria organizzazione, ma solo una su quattro abbia già attivato un piano di crisi in risposta al clima di forte incertezza globale. Quasi due aziende su tre non ne ravvisano neanche la
necessità o ritengono troppo difficile prevedere scenari alternativi, evidenziando così un atteggiamento che gli analisti di Kpmg chiamano “attendismo rassegnato”: non per superficialità, ma per la difficoltà di interpretare un contesto dove le variabili cambiano rapidamente
Secondo Gagliardi (Kpmg) serve un nuovo approccio manageriale in grado di comprendere
gli scenari in evoluzione, soppesare i rischi e valutare gli effetti di lungo periodo delle crisi in atto. Per lungo tempo la geopolitica è stata considerata un ambito per addetti ai lavori: analisti, think tank, accademici. Oggi non è più così. «Sempre più spesso – dice Francesco Gagliardi, partner Kpmg head of markets – anche imprenditori e vertici di aziende medio-grandi ci chiedono di organizzare incontri di approfondimento per comprendere gli scenari in evoluzione, interpretare i rischi e valutare gli impatti lungo le catene del valore. Il fenomeno non è più limitato alle sole grandi multinazionali. Viviamo una fase di profonda incertezza e, in questo contesto, c’è una forte domanda di comprensione. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di sviluppare chiavi di lettura per orientarsi in un mondo più instabile, frammentato e interdipendente».
I cambiamenti climatici, il cui impatto sulla salute pubblica è sempre più evidente; l’invecchiamento della popolazione, con gli over 60 che entro il 2050 raggiungeranno i 2
miliardi secondo le stime delle Nazioni Unite, determinando un aumento delle patologie croniche e della domanda di assistenza sanitaria; infine, gli stili di vita improntati a una crescente sedentarietà e alimentazione squilibrata stanno alimentando la diffusione di malattie non trasmissibili – diabete, tumori, patologie cardiovascolari – che in Europa rappresentano già oggi un costo economico e sociale rilevante, come evidenziato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo contesto, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica assumono un ruolo cruciale e, in particolare, stanno acquisendo un peso crescente le scienze della vita: un comparto multidisciplinare che abbraccia biotecnologia, farmacologia, diagnostica, medicina personalizzata, intelligenza artificiale applicata alla salute e dispositivi medici. In pratica, tutto ciò che serve a prevenire, diagnosticare e curare le malattie, migliorando la qualità e l’aspettativa di vita. Significa, concretamente, sviluppare vaccini e terapie innovative – incluse quelle geniche e cellulari –
capaci di intervenire all’origine delle patologie; progettare strumenti diagnostici sempre più precoci e accurati, in grado di individuare una malattia prima ancora della comparsa dei sintomi; utilizzare dati clinici e genetici per costruire percorsi di cura personalizzati; integrare dispositivi medici intelligenti e tecnologie digitali per monitorare in tempo reale lo stato di salute dei pazienti
Negli ultimi tre anni (2023-2025) i loro consumi energetici sono aumentati a livello globale del 23% annuo, trainati dall’intelligenza artificiale. In Europa la crescita è più contenuta (+11%), con investimenti pari a circa 30 miliardi di euro, per il 55% concentrati nei grandi hub storici – Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino – che iniziano a mostrare segnali di saturazione. L’Italia invece accelera: la capacità installata cresce del 17% all’anno e gli investimenti hanno raggiunto circa 7 miliardi di euro, di cui il 70% nell’area di Milano.
È questo il quadro delineato dallo studio “Bit e Watt: un’alleanza strategica per accelerare la transizione energetica e digitale”, realizzato da Engie insieme a Key to Energy e presentato il 16 aprile durante l’evento “Powering Data Center”. Lo studio evidenzia come il mercato si sia trasformato in pochi anni, passando dai piccoli impianti legati alle telecomunicazioni a grandi campus “hyperscale”, sopra i 30 megawatt, progettati per cloud e intelligenza artificiale: più efficienti, ma anche molto più energivori. Nei prossimi anni la crescita continuerà, sostenuta da AI, digitalizzazione e connettività, pur in presenza di vincoli infrastrutturali. I consumi globali potrebbero aumentare del 30% medio annuo, quelli europei del 16%, mentre in Italia fino a quattro volte entro il 2030, superando il 10% del totale europeo. Gli investimenti previsti tra il 2026 e il 2028 ammontano a circa 110 miliardi di
euro in Europa e 25 miliardi in Italia

Dataroom denuncia una truffa online di falso trading che sfrutta volti noti, testate giornalistiche imitate e deepfake per indurre le vittime a investire denaro in piattaforme fasulle. Il meccanismo parte da post sponsorizzati su Facebook e Instagram, promette guadagni facili e si conclude con bonifici verso IBAN opachi o prestanome, mentre la piattaforma simula profitti per spingere nuovi versamenti. Il fenomeno è vasto, difficile da smantellare e produce perdite enormi, con responsabilità attribuite anche alle piattaforme pubblicitarie che ospitano gli annunci
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Il picco inflazionistico non è stato recuperato nemmeno nel valore reale del risparmio degli italiani, la cui propensione, nel quarto trimestre del 2025, è in discesa (al 7,8%) segno che si cerca di sostenere il reddito erodendo il patrimonio. Secondo l’Istat e la Banca d’Italia, tra il 2021 e il 2024, vi è stata una perdita nel valore del risparmio degli italiani, a prezzi costanti, del 5%. Il patrimonio finanziario e immobiliare delle famiglie, a fine del 2024, è stato pari a 11 mila 732 miliardi, in aumento del 2,8% sull’anno precedente. In un periodo in cui i mercati finanziari hanno avuto quotazioni straordinarie, il risparmio italiano ne ha beneficiato assai poco. Troppi capitali bloccati sui conti correnti (tra il 6 e il 7% dei titolari ha depositi tra i 50 mila e i 200 mila euro). Solo il 15,4% del patrimonio finanziario delle famiglie italiane è affidato all’industria del risparmio gestito, cioè investito con criteri professionali, seppure a costi più alti rispetto ad altri Paesi e con rari risultati oltre il benchmark di riferimento. Abbiamo molti difetti (scarsa preparazione, troppo provincialismo nelle scelte, poca allocazione in investimenti alternativi di qualità) ma anche qualche condizione invidiabile (tra i primi al mondo per trasferimento a breve di ricchezza, fisco favorevole ai passaggi di proprietà delle società e nelle successioni in generale). Siamo però troppo sbilanciati sul reddito fisso e poco presenti sull’azionario. Gli americani al 60% scelgono l’equity e solo per il 35% i bond, resto liquido. Con un rendimento storico a 20 anni del 6,7%. In Italia le preferenze riguardano le azioni solo per il 22%, il 46% in obbligazioni, il resto (32%) è liquidità. Rendimento nel ventennio: appena il 2,9%. Si calcola, come puro esempio, che se la ricchezza finanziaria italiana venisse investita al 60% in azioni e il resto in obbligazioni italiane ed estere, pagando un uno per cento di commissioni, si accrescerebbe in un anno di ben 165 miliardi.
Il 3 aprile scorso la nuova circolare Inps stabilisce che, per tutti i contratti siglati entro fine gennaio 2026, la durata dell’anticipazione sarà allungata per un periodo pari all’incremento dell’aspettativa di vita. Quindi, considerando che, con grande probabilità dal 2029, potrebbero scattare altri 2 mesi a seguito della rilevazione Istat, l’aumento del periodo di sostegno varierà tra 1 e 5 mesi. Dal 2027 il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese di età dal 1° gennaio 2027 e a 67 anni e tre mesi dal 2028 mentre resta fisso il requisito contributivo dei 20 anni di anzianità. Per i soggetti che hanno iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996, i cosiddetti contributivi puri, il requisito anagrafico per la vecchiaia sale a 71 anni e 1 mese nel 2027 e a 71 anni e 3 mesi nel 2028 sempre con 5 anni di contribuzione. Per la pensione anticipata ordinaria, si passerà invece a 42 anni e 11 mesi di contribuzione effettiva per gli uomini e 41 e 11 mesi per le donne dal 1° gennaio 2027 e a 43 anni e un mese per gli uomini e 42 anni e 1 mese per le donne dal 2028. Resta la finestra mobile di tre mesi tra la maturazione del requisito e la decorrenza del trattamento pensionistico il che significa che per ricevere la prima rata di pensione nel 2027 occorreranno 43 anni e 2 mesi e nel 2028 43 anni e 5 mesi per gli uomini (un anno in meno per le donne). Nel caso, invece, di dipendenti pubblici iscritti alle gestioni della Cpdel (enti locali), della Cps (sanitari), della Cpi (insegnati di asilo e scuole elementari parificate) e della Cpug (ufficiali giudiziari) i trattamenti pensionistici vengono corrisposti trascorsi sette mesi dalla data di maturazione dei requisiti contributivi, se maturati entro il 31 dicembre 2027 e dopo nove mesi se raggiunti dal 1° gennaio 2028.
Con i primi baby boomers che quest’anno compiono 80 anni, si stima che oltre 84 mila miliardi di dollari passeranno di mano, portando una ridefinizione degli schemi della consulenza, perché i beneficiari saranno chiamati a decidere chi e come gestirà il patrimonio ereditato, e le decisioni dipendono in buona sostanza dalle inclinazioni e dalla cultura delle diverse fasce generazionali. Secondo il Great Wealth Transfer Report di Natixis Investment Managers, il 46% dei consulenti ritiene che questi passaggi siano una grave minaccia per la propria attività e un terzo (33%) dichiara di aver già perso consistenti asset durante i primi trasferimenti di ricchezza. Ma vediamo le differenze di pensiero delle tre generazioni coinvolte: tra i baby boomer, la fascia più conservatrice, solo il 42% dichiara di essere disposto ad assumersi dei rischi per ottenere risultati migliori, mentre il 63% della Generazione X (46-61), considera la volatilità un’opportunità per costruire ricchezza e il 55% ritiene che investire in private asset rappresenti un buon modo per gestire il rischio nei propri portafogli, ma solo il 38% investe in criptovalute. Come era scontato, i meno conservatori sono i Millennial (30-45 anni)
Maggiore certezza di essere risarciti nei casi di responsabilità civile della struttura sanitaria e/o dei sanitari. Stop alle «autoassicurazioni improvvisate» ( o assicurazioni fai da te ). Queste le principali tutele per i cittadini dalla piena entrata in vigore del decreto attuativo della «legge Gelli» su sicurezza delle cure e responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie. Dal 16 marzo per ospedali, cliniche, strutture sociosanitarie è ridisegnata in modo strutturale la gestione del rischio sanitario, soprattutto per quelli che scelgono la «auto-ritenzione» ( o «autoassicurazione») totale o parziale in alternativa alla polizza di Rc. C’è «autoritenzione totale» se la struttura sanitaria non stipula alcuna polizza per la responsabilità civile e deve provvedere con proprie risorse al pagamento di eventuali richieste danni avanzati dai pazienti per casi di «medical malpractice». L’«autoritenzione parziale» avviene quando la struttura sanitaria ha la propria polizza di Rc, ma con una quota del danno che resta a suo carico in caso di sinistro (la cosiddetta «franchigia»). Secondo l’Ivass, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni, nel 2024 in Italia le strutture sanitarie che si sono protette con polizza di responsabilità civile hanno speso 691 milioni di premi, mentre gli ospedali pubblici a tutela della loro «autoritenzione» hanno accantonato circa 500 milioni di euro ed un valore complessivo di fondi per 2,3 miliardi di euro.
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