Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Colpo di scena all’assemblea del Monte del Paschi di Siena: a conquistare il nuovo board è stata la lista della famiglia Tortora attraverso Plt Holding, che ha ricandidato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio, appena licenziato dal board proprio per essersi schierato contro la lista del consiglio di amministrazione. Il banchiere ha incassato il 49,95% dei voti (32,43% del capitale), prenotando così otto posti nel nuovo consiglio. È stata invece sconfitta contro i pronotistici della vigilia la lista del board, che aveva inizialmente schierato tre candidati al ruolo di ceo (Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Carlo Vivaldi), poi scesi a uno, ossia il numero uno di Acea Palermo. Pur contando sul 13,5% del secondo socio Francesco Gaetano Caltagirone e sul voto di qualche cassa previdenziale e di qualche fondo, la formazione si è fermata al 38,79% (25,12% del capitale). Terza si è piazzata la lista di Assogestioni con il 6,94% dei voti.
La vittoria della lista di Plt Holding che ha riproposto per un secondo mandato pieno al vertice dell’istituto senese il banchiere artefice del rilancio di Rocca Salimbeni permette di procedere a marce spedite verso la combinazione di due business complementari per creare un istituto più integrato e bilanciato, disegnato meno sulla banca commerciale pura rispetto alla tradizione del Monte e più  integrato e bilanciato, disegnato meno sulla banca commerciale pura rispetto alla tradizione del Monte e più proiettato ad essere una piattaforma di servizi e ricavi commissionali. Il piano di Lovaglio si basa sulla combinazione tra il peso di Mediobanca nell’investment banking e nel wealth management e la forza di Mps nel retail banking, e mira a generare 700 milioni di euro di sinergie. Prevede il delisting della merchant bank milanese guidata da Alessandro Melzi d’Eril e la distribuzione di 16 miliardi di euro agli azionisti al 2030. Il tutto grazie alla creazione del terzo gruppo bancario italiano da 9,5 miliardi di ricavi nel 2030, 3,7 miliardi di utile netto e un Rote del 18%, dietro a Intesa Sanpaolo e UniCredit. Mps mira a giocare ancora da protagonista nella seconda fase del risiko bancario per cui da capogruppo potrà contare anche sul 13,2% di Generali in pancia alla futura Piazzetta Cuccia che risulterà dallo scorporo dal nuovo polo delle attività di corporate & investment banking e di private banking al servizio della clientela di fascia alta.  La quota nel Leone di Trieste, sulla quale si era prodotta la spaccatura fra il banchiere e Caltagirone, è e resta «nice to have» per il gruppo bancario Mps-Mediobanca
Negli ultimi anni i fondi pensione negoziali, rappresentati da Assofondipensione, forti degli oltre 70 miliardi di euro di asset in gestione raggiunti, hanno continuano a investire in strumenti utili a sostenere l’economia italiana grazie alla partnership con Cassa Depositi e Prestiti. Quasi 200 milioni sono stati impiegati nel fondo di fondi di private equity mentre oltre 90 milioni sono investiti in quello di private debt. Ora in fase di decollo c’è il fondo di fondi per le infrastrutture, cui hanno già aderito cinque fondi e altri si preparavano a farlo. «Ma c’è una norma che sta portando incertezza nel settore e rischia di mettere tutto in stand-by», dice a MF-Milano Finanza il presidente di Assofondipensione Giovanni Maggi. Si tratta della riforma della previdenza complementare, introdotta dall’ultima legge di Bilancio, che consente la portabilità del contributo del datore di lavoro: dopo due anni di partecipazione a un fondo integrativo si potrà trasferire la posizione a un’altra forma di previdenza complementare, come un fondo aperto, portandosi anche il contributo del datore di lavoro, che invece sinora poteva essere trasferito nei limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti collettivi. L’ultimo decreto Pnrr ha spostato in avanti di quattro mesi la novità, da luglio al 31 ottobre, ma secondo Maggi «non basta, perché la portabilità del contributo del datore di lavoro rischia di indebolire le adesioni e i flussi verso i fondi negoziali, quindi anche la capacità di gestire costi e investimenti con economie di scala». A chi sostiene che il nuovo sistema avrà l’effetto di aumentare la concorrenza del comparto Maggi risponde invece che «non ci sono garanzie per gli iscritti che ciò migliori davvero tutele, costi e governace» e nell’immediato l’effetto è stato appunto quello di congelare gli investimenti dei fondi in economia reale.

Dopo 25 anni di applicazione, quale impronta il d.lgs. 231/2001, in tema di responsabilità degli enti, ha lasciato sul sistema impresa italiano? La compliance non è più accessorio reputazionale o allegato da esibire in caso di indagine, ma vero indicatore della qualità della governance. In altri termini, il decreto ha reso evidente che il rischio penale dell’ente non si gioca solo sul “fatto-reato” ma, prima ancora, sulla robustezza dell’organizzazione che avrebbe dovuto prevenirlo. Ed è proprio qui che passa oggi lo spartiacque tra imprese strutturate e imprese solo formalmente in regola. L’impatto della riforma è stato, infatti, ben più profondo del suo perimetro originario. Con il superamento del tradizionale schema della responsabilità penale esclusivamente personale, il legislatore ha spostato il focus sul sistema organizzativo delle imprese. Non conta più soltanto chi ha commesso il reato, ma se l’azienda abbia costruito un assetto idoneo a prevenirlo, intercettarlo e gestirlo. Il modello di organizzazione, gestione e controllo è così diventato il baricentro di un nuovo modo di intendere il governo societario.
Nella Giornata del Made in Italy la Camera ha convertito in legge il Ddl 1619 sulla tutela dei prodotti agroalimentari che stabilisce disposizioni sanzionatorie a tutela delle eccellenze italiane. Il provvedimento, composto di 21 articoli, introduce numerose modifiche al Codice penale aggiungendo un capo ad hoc (II-bis) per i delitti contro il patrimonio agroalimentare e mira a garantire più trasparenza e sicurezza più trasparenza e sicurezza per i prodotti alimentari acquistati dai consumatori, intervenendo inoltre sulle sanzioni e sul sistema dei controlli. “La legge, che giaceva da molti anni nei cassetti, rivede il sistema sanzionatorio rendendolo equilibrato con sanzioni aumentate e commisurate ai rischi e introducendo nuove fattispecie di reato, che prima non esistevano e non erano perseguibili, mettendo in condizione le nostre forze dell’ordine di fare ancora meglio il loro lavoro” ha detto il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida, dopo il via libera definitivo. “Nella giornata del Made in Italy l’Italia diventa punto di riferimento normativo per la protezione e la difesa dei prodotti agroalimentari.

L’attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e la successiva reazione di Teheran, hanno aperto un fronte di cui si parla poco. È quello dei cavi sottomarini, l’infrastruttura globale su cui viaggia oltre il 95% del traffico dati mondiali. Il punto più rilevante è il Mar Rosso, snodo chiave tra Europa e Asia. Lì, specificatamente nello stretto di Bab el-Mandeb, transita (secondo TeleGeography) circa 17% delle informazioni globali e gran parte (intorno al 90%) dei flussi tra i due continenti. Ma con la recente escalation bellica aumenta il rischio anche nello snodo marittimo di Hormuz, cruciale per i collegamenti del Golfo. Proprio in questi giorni il Dipartimento delle Telecomunicazioni indiano – secondo fonti vicine al ministero – ha chiesto agli operatori piani di emergenza: il conflitto ritarda nuovi cavi e può creare problemi alla connettività tra Asia ed Europa. Il pericolo – unitamente ai possibili assalti mirati ai “cables” – è spesso indiretto: «con le operazioni militari nella regione, gli attacchi alle navi possono causare danni ai cavi», osserva TeleGeography. In un’area già instabile, basta un incidente per colpire la rete più critica dell’economia digitale. E non sarebbe la prima volta.
Negli ultimi 15 anni la spesa per i danni da dissesto idrogeologico è triplicata passando da una media di 1 miliardo l’anno a 3,3 miliardi l’anno (ma aggiungendo i costi per danni di terremoti, incendi, mareggiate e siccità si arriva 12 miliardi l’anno). Poi le cifre più recenti: per affrontare le emergenze delle alluvioni nel Centro-Sud (ciclone Harry, frane a Niscemi e in Molise) nel primo trimestre dell’anno sono stati già previsti 1,2 miliardi. Valore che supera i 933 milioni stanziati con la Legge di bilancio per affrontare le emergenze in tutto il 2026. La fotografia arriva dall’Ance che ha organizzato un convegno dedicato non solo ai numeri dell’emergenza del dissesto idrogeologico ma soprattutto alle soluzioni per ridurne rischi e costi.
Se per Mps la fase uno era rappresentata dal portare a casa con successo l’offerta su Mediobanca, la «fase due» guardava con insistenza alle Generali, asset chiave nel portafoglio di Piazzetta Cuccia. «La gestione della stessa resta nell’autonomia del cda di Mediobanca», ha detto ieri l’ex presidente Nicola Maione poco prima che l’assemblea di Mps certificasse la vittoria della lista Plt e dunque il ritorno al vertice di Luigi Lovaglio. Un dato di fatto, quello espresso da Maione, incontestabile. E infatti la vera domanda da porsi è quale destino attende ora Piazzetta Cuccia, tanto più in ottica di una possibile accelerazione del piano di integrazione, e soprattutto quali prospettive ha quel pacchetto di titoli del Leone che ha in portafoglio. Perché se c’è un elemento sul quale molti osservatori si sono interrogati a fine giornata è quanto possa considerarsi stabile l’assetto di controllo del colosso assicurativo. Un quesito più che legittimo e non solo perché Delfin e il gruppo Caltagirone hanno imboccato strade separate ma anche perché la holding della famiglia Del Vecchio, che pure in questa situazione si è comportata da socio attivo, non ha mai nascosto la natura finanziaria delle partecipazioni diverse da Essilux. In prospettiva dunque un consistente numero di titoli delle Generali potrebbe dover trovare nuova collocazione generando instabilità e contendibilità nel controllo del gruppo. È in questo scenario quindi che starebbe tornando in auge la suggestione di un cavaliere bianco. Ma non uno qualsiasi. Servirebbe un soggetto dalle spalle larghe. Ragione per cui l’ipotesi di un grande istituto italiano sarebbe quella maggiormente accreditata dal mercato. E se così fosse i candidati non potrebbero che essere due, da un lato UniCredit, già azionista della compagnia e schieratosi apertamente per un ricambio gestionale del gruppo, e dall’altra Intesa Sanpaolo.
Il settore delle assicurazioni contro i rischi informatici non cresce più rapidamente tra gli operatori tedeschi come all’inizio del decennio. Secondo un’indagine dell’autorità di vigilanza finanziaria Bafin, il volume delle polizze stipulate direttamente dalle compagnie è aumentato nel 2024 del 13% (2023: 10%), come ha comunicato l’autorità mercoledì. I premi lordi ammontavano a 807 milioni di euro; includendo le assicurazioni informatiche supplementari inserite in altri contratti, il totale raggiungeva 932 milioni. Nel 2021 e nel 2022 i tassi di crescita erano stati rispettivamente del 66% e del 56%. Nel settore riassicurativo, invece, i premi lordi sono scesi addirittura del 26%, attestandosi a 1,64 miliardi di euro. Secondo la Bafin, le ragioni di ciò risiedono da un lato in una saturazione del mercato, dall’altro in un calo dei prezzi, poiché i riassicuratori sono disposti ad assumere una quota maggiore di rischio. Per l’indagine, la Bafin ha intervistato 179 compagnie assicurative dirette, 28 riassicuratori e 15 filiali di compagnie straniere. Tra queste, 66 assicuratori diretti e 25 riassicuratori offrono polizze informatiche. Fino a pochi anni fa erano considerati grandi settori di crescita, ma l’euforia si è recentemente affievolita.