Un recente articolo di OSHwiki descrive in modo sistematico come il lavoro di ricerca, soprattutto in ambito accademico, sia oggi caratterizzato da forti rischi psicosociali, evidenziandone cause, impatti su salute e organizzazioni e le strategie di prevenzione da attuare a livello europeo, istituzionale e individuale.

I ricercatori sono professionisti impegnati nella generazione di nuova conoscenza, prodotti, processi e metodi, con attività che vanno dalla progettazione e conduzione di studi alla pubblicazione, dal networking alla supervisione di giovani ricercatori, fino a insegnamento, project management e trasferimento tecnologico. Operano in diversi setting (università, enti di ricerca, imprese, PA, non profit) e il loro numero è cresciuto in modo significativo nell’UE, con una forte presenza nel settore privato e nell’higher education.

Principali rischi psicosociali

Il lavoro di ricerca è spesso vissuto come vocazione e intellettualmente appagante, ma è anche altamente esigente e organizzato in sistemi accademici sempre più orientati alla performance (output, ranking, reputazione). I ricercatori devono gestire carichi di lavoro elevati (ricerca, pubblicazioni, bandi, conferenze, didattica, supervisione, terza missione), in un contesto di intensa competizione tra pari, precarietà diffusa e forte pressione a ottenere finanziamenti. Le ristrutturazioni del finanziamento dopo la crisi del 2008, l’aumento dei contratti a termine e la scarsità di posizioni stabili hanno reso più insicuri i percorsi di carriera, con particolare vulnerabilità delle donne e di alcuni gruppi minoritari, più spesso in part‑time o su contratti precari e sottorappresentati ai vertici. Il lavoro solitario, le strutture individualizzate e sistemi di ricompensa competitivi favoriscono isolamento e scarsa qualità delle relazioni, con maggior rischio per dottorandi part‑time, internazionali, donne e ricercatori di origine etnica minoritaria. Le settimane lavorative oltre le 40–55 ore sono molto frequenti, le lunghe ore serali e nei weekend sono “normalizzate” come parte del mestiere, specialmente se abbinate a insicurezza occupazionale.

Impatto su salute e organizzazioni

Un’elevata combinazione di pressioni (carichi, orari, richieste emotive) e carenza di risorse (supporto, controllo, equità, riconoscimento) è associata a esaurimento, presenteismo, disturbi ansioso‑depressivi, burnout, disturbi da stress, patologie muscolo‑scheletriche e cardiovascolari. Le ricerche indicano tra gli accademici livelli di stress, ansia, depressione e burnout superiori alla popolazione lavorativa generale e paragonabili a gruppi ad alto rischio come gli operatori sanitari. Studi su professori universitari, ricercatori in salute mentale, comunità LHC e vari campioni internazionali rilevano prevalenze molto elevate di sintomi clinicamente significativi, ideazione suicidaria e disagio psichico persistente.

I dati convergono nel mostrare che i problemi di salute mentale sono particolarmente diffusi tra i ricercatori all’inizio carriera (dottorandi, postdoc), con percentuali elevate di disturbi comuni, ansia e depressione moderate o gravi e ricorso a supporto professionale. Il settore accademico mostra inoltre tassi più alti di molestie, mobbing e discriminazione rispetto alla media, con maggiore esposizione per donne, persone di colore, LGBTQI+ e ricercatori stranieri. A livello organizzativo, il malessere dei ricercatori si traduce in calo di produttività (per assenze e presenteismo), minore commitment, conflitti e deterioramento della qualità della ricerca, maggiore turnover e perdita di talenti verso altri settori.

Strategie di prevenzione nei luoghi di lavoro

L’articolo richiama il quadro giuridico europeo (Direttiva quadro 89/391/CEE) che impone ai datori di lavoro il dovere generale di tutelare salute e sicurezza, includendo i rischi psicosociali attraverso valutazione dei rischi, misure di prevenzione, documentazione, riesame periodico e partecipazione attiva dei lavoratori. Le strategie più efficaci sono integrate e multilivello, articolate in interventi primari, secondari e terziari, a livello sia organizzativo sia individuale, con centralità degli interventi primari che agiscono sulle cause strutturali.

Tra le misure organizzative primarie: definizione di carichi realistici e ridistribuzione delle responsabilità, politiche di work‑life balance (flessibilità, diritto alla disconnessione), trasparenza nelle carriere e nei sistemi di valutazione, promozione di una cultura della ricerca collaborativa e di supporto, leadership formata, prevenzione dell’isolamento tramite team interdisciplinari, programmi di mentoring strutturati, politiche di diversity & inclusion e tolleranza zero per discriminazioni. Le misure secondarie e terziarie includono formazione di supervisori nel riconoscere segnali precoci di disagio, sorveglianza sanitaria mirata, counsellor confidenziali, reti di peer support, discussioni periodiche sui rischi psicosociali, programmi di promozione della salute (stili di vita, mindfulness), servizi di assistenza psicologica ed employee assistance, piani personalizzati di ritorno al lavoro dopo assenze per motivi di salute mentale. A livello individuale, l’articolo sottolinea l’importanza di programmi di onboarding per early‑career researchers, partecipazione attiva al mentoring, strumenti per l’allineamento tra obiettivi personali e percorsi realistici di carriera, counselling su stress e resilienza, adattamento delle mansioni alle esigenze individuali, formazione su time management e skill digitali, career coaching e misure di accomodamento per il rientro graduale.

Conclusione

L’articolo conclude che, nonostante i benefici intrinseci delle carriere di ricerca, l’attuale configurazione del sistema (carichi elevati, orari lunghi, supporto sociale limitato, forte competizione, precarietà) espone in modo sistematico i ricercatori – soprattutto nelle fasi iniziali di carriera – a un’elevata probabilità di stress, burnout, ansia e depressione. Per salvaguardare il benessere individuale e la sostenibilità a lungo termine del settore, sono necessari interventi coordinati: a livello UE (quadro strategico e Carta dei ricercatori), a livello istituzionale (politiche e sistemi di gestione che integrino la prevenzione primaria, secondaria e terziaria) e a livello di singole persone (supporto, competenze di coping, percorsi di carriera realistici).

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