INNOVAZIONE

Autore: Massimiliano Talarico
ASSINEWS 385 – Maggio

A inizio marzo, mentre i telegiornali parlavano delle solite crisi internazionali e il mondo continuava a girare al suo ritmo frenetico, in un laboratorio è successa una cosa credo sconvolgente.

Non è una metafora. Per la prima volta nella storia dell’umanità, un confine invalicabile era stato superato. Abbiamo preso la mente di un essere vivente e l’abbiamo accesa dentro un computer. Non sto parlando dell’ennesimo aggiornamento di un’intelligenza artificiale che scrive poesie o genera video realistici.

Sto parlando di vita vera. Biologica. Scansionata e resuscitata nel silicio. La protagonista di questa storia rivoluzionaria è una Drosophila melanogaster, il comunissimo moscerino della frutta. Quello che ronza d’estate attorno alle banane troppo mature sul tavolo della cucina.

Per decenni, un enorme consorzio internazionale di scienziati (chiamato FlyWire) ha lavorato a un’impresa titanica: mappare il “connettoma” di questo insetto.

In parole povere, hanno preso un minuscolo cervello di mosca, lo hanno affettato in strati sottilissimi e lo hanno passato al microscopio elettronico per mappare ogni singolo neurone e ogni singola connessione.

Il risultato, pubblicato alla fine del 2024, è stato una mappa tridimensionale di quasi 140.000 neuroni e 50 milioni di sinapsi. Lo schema elettrico della vita di un insetto. Di per sé, questa mappa era già un capolavoro assoluto della biologia.

Ma era morta. Era come avere i progetti di un’automobile potentissima stampati su un foglio di carta: affascinanti da guardare, ma incapaci di muoversi. Poi, una startup di neurotecnologie chiamata Eon Systems ha deciso di fare il passo successivo, quello che trasforma la scienza in fantascienza. I ricercatori hanno preso quell’immensa mappa statica e l’hanno trasformata in un modello informatico funzionante.

Hanno assegnato a ogni “neurone digitale” le stesse proprietà elettriche di quelli veri. Dopodiché, hanno costruito un minuscolo corpo virtuale di mosca, lo hanno inserito in una simulazione tridimensionale con gravità e attrito (una sorta di Matrix per insetti) e hanno collegato il cervello digitale ai “muscoli” del corpo virtuale.

Hanno premuto il tasto di accensione. Senza che nessuno le avesse insegnato nulla, la mosca digitale ha iniziato a muoversi. Ha iniziato a camminare in modo coordinato, a pulirsi le antenne sfregando le zampe anteriori, a esplorare l’ambiente cercando zucchero. Nessun programmatore ha scritto un codice del tipo “se vedi ostacolo, gira a destra”.

Nessuno ha usato le reti neurali come quelle di ChatGPT, addestrando la mosca per tentativi ed errori per milioni di ore. Non ce n’è stato bisogno. Il comportamento era già tutto lì, racchiuso nell’architettura fisica del cervello.

Il cablaggio stesso era il software. Riproducendo la forma esatta e i collegamenti della carne, è emersa la mente. La vita, a quanto pare, non ha bisogno di alcuna “scintilla magica” o intervento divino per manifestarsi: se metti i cavi nel posto giusto e dai corrente, la macchina si accende e pensa.

È una constatazione di una bellezza fredda e spietata. E ci porta direttamente sul bordo di un precipizio filosofico da cui non possiamo più distogliere lo sguardo. Perché se vale per un moscerino della frutta, per le leggi della fisica vale anche per noi.

Il Mind Uploading, l’idea di caricare la nostra mente su un computer per vivere per sempre non è più una favola o un racconto di fantascienza. Da questo momento, è diventato formalmente un problema ingegneristico.

Certo, ci sono ostacoli colossali. Scalare questo processo dal moscerino all’essere umano fa tremare. Parliamo di passare da 140mila neuroni a 86 miliardi. Da 50 milioni di sinapsi a centinaia di trilioni. I computer necessari per far girare una simulazione del genere in tempo reale oggi non esistono, e richiederebbero l’energia di intere città.

Inoltre, c’è il “piccolo” problema pratico che, con le tecnologie attuali, per mappare il tuo cervello con questa precisione devi prima morire, e il tuo cervello deve essere solidificato nella resina e tagliato a fette. Non esattamente il passaporto dell’immortalità.

Ma la storia della tecnologia ci insegna che l’hardware migliora a ritmi esponenziali, e ci sono già scienziati che teorizzano scanner non invasivi basati su nanotecnologie o risonanze quantistiche.

Che ci vogliano cinquant’anni o due secoli, il traguardo è visibile all’orizzonte. E quando ci arriveremo, la razza umana dovrà rispondere alla domanda più terrificante di tutte: ma quello nel computer, sarò davvero io? Mettiamo che un giorno tu decida di sottoporti a questa procedura. Vai in una clinica extralusso in Svizzera.

Ti siedi su una comoda poltrona, un macchinario ti scansiona il cervello fino all’ultimo atomo e genera una mappa perfetta del tuo connettoma. Poi, il medico preme “Invio”. Su uno schermo di fronte a te appare un avatar.

Ti guarda. Ha i tuoi stessi ricordi, le tue paure, ama il sapore del caffè al mattino e ricorda perfettamente il profumo di tua nonna. È intimamente convinto di essere te. Ma tu sei ancora seduto sulla poltrona di pelle della clinica. Se in quel momento il medico ti desse un pizzicotto, tu sentiresti dolore.

L’avatar nello schermo no. Quindi, non siete la stessa persona. Avete due coscienze separate. Il processo non ha trasferito la tua anima, ha semplicemente creato un gemello digitale incredibilmente preciso. Questo è il “Paradosso della Copia”, ed è l’incubo di moltissimi.

Se la procedura richiedesse di distruggere il tuo cervello biologico per essere completata (come in un teletrasporto in stile Star Trek), per il resto del mondo tu saresti diventato immortale, ma la tua personale e intima esperienza soggettiva finirebbe in quel momento. Tu sperimenteresti solo il buio eterno. Saresti morto.

La tua copia vivrebbe felice nel cloud, credendo di avercela fatta, ma non saresti tu. Sarebbe un fantasma digitale che recita la tua parte alla perfezione. L’immortalità diventerebbe un’illusione per far stare tranquilli i parenti che rimangono.

Eppure, esiste una potenziale via d’uscita da questa trappola, ed è un concetto che mi affascina ancora di più della copia in sé: se sostituisci una per una tutte le assi di legno di una vecchia nave con assi nuove, alla fine avrai una nave identica, ma è ancora la stessa nave originale?

Traslato sulla mente umana, si chiama “sostituzione graduale”. Immagina che, invece di farti una fotocopia immediata, ti vengano iniettati nel sangue dei nanobot microscopici che viaggiano fino al tuo cervello.

Ogni volta che un tuo neurone biologico invecchia e muore in modo naturale, un nanobot prende il suo posto, collegandosi esattamente alle stesse sinapsi e svolgendo le stesse identiche funzioni elettriche. Se perdessi un neurone al giorno, non te ne accorgeresti nemmeno.

Saresti sempre te stesso, la tua coscienza continuerebbe a fluire ininterrottamente. Non ci sarebbe nessun salto, nessuna interruzione del segnale. Ma, nel corso degli anni o dei decenni, un neurone dopo l’altro verrebbe sostituito.

Un giorno ti sveglieresti, prepareresti il caffè, penseresti al profumo di tua nonna, e saresti convinto di essere esattamente l’uomo di cinquant’anni prima. Solo che nella tua scatola cranica non ci sarebbe più nemmeno un grammo di materia biologica.

Saresti una macchina al cento per cento. In questo scenario, la continuità della coscienza viene preservata. L’io non si spezza, scivola lentamente dalla carne al silicio. È inquietante? Assolutamente sì.

È plausibile? Le leggi della fisica non dicono il contrario. La scienza sta invadendo il campo che per millenni è stato dominio esclusivo della religione e della filosofia. Ci stiamo avvicinando al momento in cui smonteremo l’essere umano per capire dove si nasconde l’anima, solo per scoprire che l’anima è un groviglio di cavi bagnati, e che possiamo replicarla altrove.

L’esperimento sul moscerino della frutta non è solo una stravagante curiosità accademica. È il fischio d’inizio di una nuova era. La prova inconfutabile che la nostra identità, i nostri ricordi, le nostre passioni e la sensazione del sole sulla pelle, sono il risultato di complessi ma replicabili circuiti bioelettrici.

Non so dire se vivere per sempre come intelligenze digitali dentro corpi robotici o paradisi virtuali sarà la nostra salvezza o l’inizio dell’inferno. So solo che da qualche parte, oggi, un moscerino digitale sta camminando in un mondo finto, senza sapere che i suoi passi stanno riscrivendo il destino della nostra specie. E ci ricorda che il confine tra creatura e creatore non è mai stato così sottile.

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