Il paper “The Business Case for Financial Literacy: A Strategic Imperative for Competitive Companies” di Business at OECD mostra come l’alfabetizzazione finanziaria sia ormai una leva essenziale di competitività, resilienza e inclusione, e perché pubblico e privato debbano investire in modo sistematico
Il paper “The Business Case for Financial Literacy – A Strategic Imperative for Competitive Companies”, pubblicato da Business at OECD (BIAC), parte da una tesi chiara: l’educazione finanziaria non è più solo un obiettivo sociale, ma un vero e proprio imperativo strategico per le imprese e per la stabilità macroeconomica.
In apertura il documento definisce l’inclusione finanziaria e l’alfabetizzazione finanziaria come pilastri di coesione sociale, perché consente a cittadini e imprese di comprendere prodotti finanziari, gestire rischi, partecipare pienamente alla vita economica e civica. L’analisi OCSE mostra che livelli più elevati di competenze finanziarie si associano a maggiore resilienza, fiducia nelle istituzioni e benessere complessivo, mentre i deficit di conoscenza alimentano debolezza, esclusione e sfiducia.
Il paper evidenzia innanzitutto il nesso tra alfabetizzazione finanziaria ed economia: anche incrementi moderati di financial Literacy possono tradursi, secondo il Global Financial Inclusion Index 2025, in un aumento del PIL di circa 0,3 punti percentuali nelle economie avanzate, grazie a più risparmio, minore indebitamento e modalità reali di investimento più responsabilità. Di conseguenza, i consumatori più competenti generano meno default, meno reclami, maggiore fiducia e, per le imprese, mercati più stabili e prevedibili.
Per le aziende il report individua tre cerchi di impatto principali:
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