Quasi il 40% degli adulti italiani usa contenuti audiovisivi pirata: un fenomeno che vale miliardi di fatturato perso, migliaia di posti di lavoro mancati e oltre 1,4 miliardi di danni cyber all’anno, con conseguenze dirette su sicurezza digitale e futuro dell’industria creativa

Secondo lo studio I-Com “Il prezzo nascosto della pirateria”, la pirateria audiovisiva non è più solo una questione di diritti d’autore violati, ma un problema sistemico che intreccia sicurezza informatica, tenuta economica del settore media e tutela dei consumatori. Secondo lo studio, circa il 40% della popolazione adulta italiana consuma contenuti illegali e il numero di atti di pirateria supera stabilmente i 290 milioni all’anno, con un danno diretto per il comparto audiovisivo di 1,12 miliardi di euro nel 2024 e oltre 2,2 miliardi di fatturato perso sull’intera economia, con un impatto sul PIL stimato in 904 milioni.

Nel mirino c’è un’industria che in Italia vale oltre 21,6 miliardi di ricavi e circa 80 mila addetti, tra editoria, produzione audiovisiva, programmazione e trasmissioni televisive, software e musica. Mentre l’editoria tradizionale e le tv registrano contrazioni di fatturato rispetto al 2019, la produzione cinematografica è cresciuta del 47% e gli investimenti in opere originali sono quasi raddoppiati tra 2018 e 2024, superando i 2,1 miliardi di euro, ma la pirateria erode il ritorno economico di questi sforzi e frena la crescita occupazionale.

Sul fronte dei comportamenti, lo studio sottolinea il ruolo centrale delle IPTV illegali, che permettono di accedere a film, serie e sport live tramite abbonamenti paralleli, drenando ricavi ai titolari dei diritti. Nel 2024 il 22% degli adulti dichiara di utilizzare IPTV illecite e il numero di posti di lavoro potenzialmente a rischio per la sola pirateria audiovisiva è stimato in 12.100 unità, in aumento dell’8% rispetto al 2023.

La pirateria, però, colpisce anche chi la pratica. Piattaforme e app illegali si presentano come canali “alternativi” ma sono spesso progettate per distribuire malware, spyware, trojan e ransomware, sottrarre dati personali e credenziali di pagamento, alimentare frodi e mercati paralleli di identità digitali nel dark web. Studi internazionali mostrano che chi usa siti pirata ha un rischio di infezione da malware fino a dieci volte superiore rispetto agli utenti di canali legali, mentre in Italia tra i giovani pirati 15–25 anni il 62% dichiara di aver subito attacchi informatici.

L’analisi I-Com quantifica per la prima volta l’impatto economico di queste minacce: tra il 2022 e il 2024 il danno complessivo per la popolazione over 16 è salito da 1,24 a oltre 1,42 miliardi di euro, con un incremento del 14,5%. Il danno medio pro capite legato alle minacce cyber connesse alla fruizione illecita di contenuti si attesta a 1.204 euro, con valori massimi nelle fasce 45–54 anni (1.507 euro) e 55–64 anni (1.505 euro), e valori comunque superiori ai 1.000 euro nella quasi totalità delle classi di età.

Il fenomeno non risparmia i più istruiti: i laureati, pur numericamente minoritari, registrano un’incidenza dei danni da pirateria più alta rispetto al resto della popolazione, segno che maggior capacità di spesa e maggiore uso avanzato dei servizi digitali si accompagnano a una maggiore esposizione. La probabilità di subire una perdita economica da furti di identità, messaggi fraudolenti o siti clone è più elevata tra i giovani adulti (oltre l’1,5% nelle fasce fino a 44 anni) e decresce con l’età, ma cresce rapidamente la vulnerabilità delle fasce 55–64 e over 75 in termini di aumento percentuale dei danni nel tempo.

Sul piano occupazionale, lo studio quantifica il “costo in posti di lavoro” della pirateria: solo nel 2025 si stima una mancata crescita di 3.399 occupati nei servizi di informazione e comunicazione, pari al 4,31% degli addetti dei comparti analizzati. La parte più colpita è la produzione cinematografica, video e televisiva (codice 59.1), cui si attribuiscono 2.677 posti mancati nel solo 2025 e oltre 26.700 nel periodo 2025–2030, seguita da trasmissioni radiofoniche, registrazione sonora ed editoria musicale, software, editoria libraria e programmazione tv, per un totale previsto di 34.012 posti non creati entro fine decennio.

Strumenti come la piattaforma Piracy Shield, introdotta dall’Agcom con la legge del 2023 e operativa sul blocco rapido dei domini che trasmettono eventi sportivi in diretta, hanno iniziato a colpire la distribuzione illegale, con oltre 28 mila domini e 6.100 indirizzi IP disabilitati in un anno. Tuttavia, lo studio sottolinea che questi interventi, seppur cruciali, non bastano: l’impatto accumulato negli anni scorsi continuerà a farsi sentire a lungo, soprattutto sulla produzione, e il contrasto richiede un mix di enforcement, innovazione tecnologica, cooperazione internazionale e, soprattutto, crescita della consapevolezza digitale degli utenti.

Nelle conclusioni, I-Com propone una risposta integrata che tenga insieme tutela dell’ecosistema produttivo, protezione dei consumatori e sicurezza digitale, facendo leva anche su un uso responsabile dell’intelligenza artificiale. Algoritmi e analisi predittive possono aiutare a individuare reti di pirateria, ma anche a costruire campagne informative mirate – soprattutto verso i più giovani – sui rischi reali dello streaming illegale, trasformando la lotta alla pirateria da tema di nicchia per addetti ai lavori a questione di sicurezza e di cittadinanza digitale.

 

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