Secondo quanto emerge dalla Global Survey Allianz Trade 2026, nonostante il conflitto in Medio Oriente, tre aziende esportatrici su quattro continuano ad aspettarsi una crescita delle esportazioni nel 2026, anche se la fiducia resta fragile dopo lo shock tariffario del 2025. Il conflitto ha però cambiato la geografia dei rischi: per il 65% delle imprese la minaccia principale è ora il rischio geopolitico e politico, seguito dai problemi di offerta (fallimento dei fornitori e carenza di input), mentre la complessità delle catene di approvvigionamento passa in secondo piano rispetto all’anno precedente.

Sul fronte finanziario, le condizioni di pagamento si stanno deteriorando: si allungano i tempi di incasso, cala la quota di aziende pagate entro 30 giorni e cresce quella di chi viene pagato oltre 70 giorni; il 43% delle imprese si aspetta un ulteriore peggioramento dei termini di pagamento e il 40% prevede un aumento del rischio di mancato pagamento, con particolare esposizione per farmaceutico, costruzioni e ICT/telecom. Per rispondere agli shock delle supply chain, le imprese rafforzano la resilienza aumentando le scorte, diversificando mercati e fornitori, reindirizzando flussi e modificando rotte di spedizione, tempi di consegna e procedure doganali, mentre gli adeguamenti contrattuali (Incoterms) restano più limitati.

La crisi in Medio Oriente non ha bloccato i progetti di reshoring: il 72% degli esportatori punta almeno a mantenere il ritmo attuale, ma è frenato da carenza di fornitori domestici adeguati, costi di produzione elevati e scarsi incentivi fiscali. Nella ricerca di mercati più stabili e aperti, Europa e Asia emergono come aree prioritarie per la crescita futura, mentre l’attrattività degli Stati Uniti si riduce e quella della Cina cala nettamente: solo una minoranza di imprese prevede di aumentare la presenza nel Paese, pur senza un esodo massiccio.

Le nuove opportunità legate agli accordi di libero scambio (come India‑UE e MERCOSUR‑UE) spingono il 93% delle imprese a pianificare espansioni, ma le barriere non tariffarie – in particolare requisiti di licenza e certificazione – limitano la piena traduzione di tali accordi in crescita effettiva delle esportazioni.

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