Secondo l’indagine Coface–OEM l’IA non sta (ancora) cancellando masse di posti di lavoro, ma sta spostando in profondità la frontiera di ciò che può essere automatizzato, colpendo sempre più le mansioni cognitive qualificate e ridisegnando nel tempo la struttura dell’occupazione.

Lo studio costruisce una mappa granulare del potenziale di automazione, partendo dalle mansioni e non dai soli titoli professionali. Ogni una delle 923 professioni viene scomposta in mansioni, a loro volta in azioni elementari descritte come triplette (verbo, oggetto, contesto), che vengono valutate con regole esplicite e riproducibili rispetto alla possibilità di essere svolte da sistemi di IA nelle diverse fasi di sviluppo considerate. Lo studio misura l’esposizione tecnica delle mansioni all’automazione, cioè ciò che l’IA potrebbe fare, ma non traduce automaticamente questo dato in perdite nette di occupazione, perché non incorpora la dinamica della domanda, la creazione di nuovi ruoli, né gli attriti e i ritardi nell’adozione.

Chi è più esposto: le mansioni cognitive qualificate

Rispetto alle precedenti ondate di automazione (robotica industriale, software gestionali, ecc.), l’IA non si limita a sostituire compiti ripetitivi e standardizzabili, ma sposta il baricentro verso le mansioni cognitive, complesse e non ripetitive.
Il primo effetto si vede alla scala della singola mansione, ma sommando queste esposizioni emergono pattern molto differenziati tra professioni, famiglie professionali e settori.

Nello scenario “Special Agent”, circa una professione su otto supera il 30% di mansioni automatizzabili, soglia che lo studio interpreta come “trasformazione profonda” del mestiere, con probabili ricollocazioni e ridisegno dei ruoli, più che con la loro scomparsa secca.
Le professioni che superano più spesso questa soglia si concentrano in domini ad alta intensità informativa: ingegneria, IT, funzioni amministrative, finanza, diritto, oltre a varie professioni creative e analitiche.

All’estremo opposto, le professioni meno vulnerabili restano quelle dove dominano mansioni manuali o interazioni umane difficilmente standardizzabili, come manifattura, edilizia, manutenzione, trasporti, ristorazione, pulizie e una parte delle attività sanitarie e assistenziali.
Se si guarda al “contenuto di lavoro” a rischio (mansioni automatizzabili ponderate per l’occupazione), più di un quarto del lavoro svolto oggi in management e amministrazione, professioni creative, diritto e finanza, ingegneria e IT risulta tecnicamente automatizzabile, mentre i servizi alla persona e le professioni tecniche/artigianali/industriali rimangono nettamente sotto il 10%.

Le professioni di cura, istruzione, vendita e, in generale, quelle a forte contenuto relazionale occupano una posizione intermedia: una parte delle mansioni è esposta, ma la componente umana – contatto diretto, giudizio situato, costruzione di fiducia – rappresenta ancora una forma significativa di protezione.

Differenze tra Paesi: Italia mediamente meno esposta, grazie alla struttura manifatturiera e commerciale

A livello nazionale, l’esposizione varia in modo marcato: nello stesso scenario avanzato, la quota di contenuto lavorativo potenzialmente automatizzabile va da circa il 12% in Turchia a quasi il 20% nel Regno Unito.
Il fattore discriminante è soprattutto la struttura economica: le economie ricche, con forte presenza di servizi qualificati e attività ad alta intensità informativa, risultano più esposte, mentre quelle più orientate a commercio, servizi alla persona, edilizia, trasporti e attività fisiche mostrano livelli di esposizione più moderati.

L’Italia si colloca leggermente sotto la media europea, con un’esposizione intorno al 15,5% del contenuto di mansioni nello scenario “Special Agent”, inserendosi in un cluster dell’Europa meridionale che comprende anche Portogallo e Spagna.
Questo riflette un tessuto produttivo dove commercio al dettaglio, ospitalità, trasporti, immobiliare e manifattura pesano più che in media, mentre informazione e comunicazione, servizi professionali e scientifici e servizi pubblici qualificate hanno un ruolo relativamente minore.

Nella struttura occupazionale italiana prevale una larga fascia intermedia di lavoro impiegatizio, amministrativo, commerciale e tecnico, più che i livelli apicali del corporate digitale.
In questo quadro, la maggiore esposizione viene dal peso di impiegati generici, ruoli amministrativi e aziendali e professioni tecnico‑ingegneristiche applicate, mentre il minore sviluppo dell’ICT avanzato e del top management corporate, che in altri Paesi è ad alta intensità di mansioni cognitive automatizzabili, contribuisce a mantenere l’esposizione complessiva italiana un po’ al di sotto di quella dell’Europa nord‑occidentale.

Coface, pur riconoscendo questa relativa “protezione” statistica, avverte che si tratta di un vantaggio temporaneo: con l’evoluzione dell’IA agentiva, gli effetti tenderanno a propagarsi lungo tutta la catena del valore, investendo anche filiere oggi ritenute più al riparo, per cui la vera sfida per le imprese italiane è prepararsi per tempo, ripensando competenze, processi decisionali e modelli organizzativi per governare – e non subire – la trasformazione.

Esposizione settoriale: i gruppi professionali più a rischio

La portata della trasformazione non si limita al numero di posti di lavoro, perché l’IA interviene in professioni centrali per la generazione di reddito, valore aggiunto e gettito fiscale.
Automatizzando una parte delle mansioni più qualificate, l’IA tende a spostare una quota del valore aggiunto dal lavoro al capitale, con potenziali implicazioni sui sistemi fiscali basati in gran parte su imposte e contributi legati al lavoro.

Questo può produrre una doppia tensione sui conti pubblici: da un lato una riduzione del gettito (contributi previdenziali, imposte sul reddito, IVA collegata ai redditi da lavoro), dall’altro un aumento della spesa (sussidi di disoccupazione, politiche attive, formazione e riqualificazione).
Lo studio invita inoltre a riconsiderare il valore dell’istruzione e dei titoli accademici come garanzia di reddito e sicurezza occupazionale, perché se una parte delle mansioni accessibili con lunghi percorsi formativi diventa automatizzabile, il nesso “più titolo = più reddito e più sicurezza” può indebolirsi.

Questo non significa che l’istruzione superiore perda senso, ma che il focus potrebbe spostarsi da titoli formali a competenze che restano complementari all’IA, come giudizio, capacità di supervisione dei sistemi, adattabilità e gestione di contesti complessi.
Infine, la concentrazione delle infrastrutture critiche dell’IA – semiconduttori, grandi modelli, data center – in poche aziende e Paesi crea nuove vulnerabilità geopolitiche, logistiche e operative, introducendo rischi di dipendenza e di shock sistemici che vanno oltre il perimetro del singolo mercato del lavoro.

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