Il Discussion Paper sul rischio fisico e la diffusione dell’assicurazione cat nat tra le società di capitali italiane, realizzato da ANIA in collaborazione con l’Università degli studi di Venezia Ca’ Foscari, esamina i fattori determinanti della domanda di assicurazione contro le catastrofi naturali tra le imprese italiane
Lo studio “Physical risk and natural catastrophes insurance: an analysis on Italian limited companies” – realizzato da ANIA su oltre 2,3 milioni di imprese e integrata con dati di bilancio e indicatori territoriali di pericolosità fisica insieme all’Università Ca’ Foscari Venezia e all’Università di Messina nell’ambito del progetto GRINS – analizza in modo sistematico la domanda di coperture cat nat (terremoto, alluvione, frane) tra le società di capitali italiane, con particolare attenzione a micro e PMI, mettendo in luce una persistente sottoassicurazione delle imprese italiane.
Rischi naturali crescenti e bassa penetrazione in Italia
Lo studio parte da un quadro internazionale in cui i danni economici da catastrofi naturali sono in rapido aumento: nel 2024 gli eventi catastrofali hanno generato circa 320 miliardi di dollari di perdite economiche, di cui meno della metà (140 miliardi) coperti da assicurazione. Le richieste di indennizzo risultano nettamente sopra la media quinquennale e decennale, segnalando un’accelerazione del rischio.
L’ Italia è notoriamente molto esposta al rischio fisico, sia per la componente sismica, sia per gli eventi idro‑geologici (alluvioni, frane, colate) che il cambiamento climatico rende più frequenti e severi. Vengono richiamati, fra gli altri, gli esempi recenti:
alluvioni in Toscana (2023),
alluvioni in Emilia‑Romagna (maggio 2023, danni oltre 9 miliardi, decine di migliaia di sfollati),
frana di Ischia e alluvione improvvisa nelle Marche nel 2022.
Nonostante questo, la quota di imprese italiane assicurate contro le cat nat è molto bassa, soprattutto tra le PMI, e significativamente inferiore rispetto ad altri Paesi europei: in Germania circa la metà delle imprese è coperta, nel Regno Unito tre quarti, in Spagna una quota ancora più alta, in Francia la copertura è quasi universale.
Su questo sfondo, il paper inquadra l’introduzione del nuovo schema obbligatorio di assicurazione cat nat tramite la Legge di Bilancio 2024 (L. 213/2023, art. 1, commi 101–112). Lo studio considera questa riforma come un passaggio istituzionale di svolta, che offre un’occasione unica per misurare come cambia la percezione del rischio nelle imprese e se cresce la “cultura assicurativa” rispetto ai danni da cat nat.
Approccio ex‑ante alla “protection gap”: mis‑match fra rischio fisico e coperture
Gli autori ricordano che, tradizionalmente, la sottoassicurazione è misurata ex post come “insurance Protection Gap” , cioè differenza fra perdita economica complessiva e quota assicurata dopo un evento catastrofale. Questo indicatore, pur utile, ha vari limiti:
ignora misure preventive e di mitigazione,
guarda solo al post-evento,
sottostima i costi sociali e umanitari.
Lo studio adotta quindi una prospettiva ex‑ante, confrontando:
la pericolosità fisica oggettiva (sismica, idraulica, frane) sul territorio,
il livello effettivo di copertura delle imprese.
Già l’analisi descrittiva evidenzia un chiaro disallineamento:
in molte aree ad alto rischio, specie in Centro e Sud, la penetrazione assicurativa è molto bassa;
le coperture risultano più diffuse nel Nord‑Est, dove la densità industriale, la presenza del settore assicurativo e la cultura di gestione del rischio sono più sviluppate.
Questo quadro conferma che capacità economica, struttura del mercato locale e grado di consapevolezza del rischio pesano più del rischio fisico “oggettivo” nella decisione da prendere.
Risultati econometrici: il rischio fisico conta, ma poco; contano di più caratteristiche d’impresa, settore e territorio
Le tempistiche econometriche confermano che l’esposizione al rischio sismico e idraulico aumenta sì la probabilità di essere assicurati, ma in misura modesta: la domanda di coperture reagisce solo debolmente al livello di rischio fisico. Contano di più la dimensione aziendale, il settore di attività e l’area geografica.
I livelli di copertura risultano più alti nei comparti energia e produttore, mentre commercio, servizi e costruzioni presentano le quote più basse. Per il rischio frane, la copertura rimane residua, segno di un mercato ancora poco sviluppato sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda.
Per terremoti e alluvioni si trova una relazione positiva e statisticamente significativa tra il livello di rischio fisico e la probabilità di copertura. Un’impresa collocata nella classe di massimo rischio sismico ha una probabilità di essere assicurata più alta di 26,5 punti percentuali rispetto a una in classe minima. Per il rischio di alluvione, il differenziale tra classe di rischio massimo e minimo è di circa 3,7 punti percentuali.
Nel complesso, gli autori leggono questi risultati come segnale di “lieve selezione avversa”: le imprese situate in zone più rischiose tendono ad assicurarsi di più (coerente con la teoria), ma l’effetto è troppo tenue per colmare la sottoassicurazione strutturale del sistema produttivo.
Evoluzione temporale e primi segnali di cambiamento
Il dataset ANIA ICON‑I copre il periodo 2018–2024 e consente di osservare l’evoluzione nel tempo. Lo studio mostra che la diffusione delle coperture cat nat cresce nel tempo , in particolare dopo il 2020. Questo andamento può riflettere una maggiore consapevolezza dopo il verificarsi di vari eventi catastrofali un possibile “effetto annuncio” legato al futuro schema obbligatorio introdotto dalla Legge di Bilancio 2024.
Nonostante il trend crescente, la penetrazione complessiva resta bassa, soprattutto tra microimprese e piccole imprese, cioè proprio i soggetti più vulnerabili agli shock fisici e finanziari.
Nelle conclusioni, lo studio sottolinea che il cambiamento climatico e l’aumento della frequenza/severità degli eventi estremi espongono le imprese a un rischio crescente di interruzione di attività, perdita di produttività e continuità aziendale.
Gli autori individuano alcune possibili misure per ridurre il protection gap delle imprese italiane:
Misure lato domanda:
campagne di educazione e sensibilizzazione sul rischio catastrofale e sul ruolo dell’assicurazione,
incentivi fiscali o contributivi mirati, soprattutto per micro e PMI,
iniziativa per migliorare la comprensione delle coperture (ambito, franchigie, esclusioni) e ridurre le aspettative eccessive di intervento statale ex post.
Misure lato offerta:
sviluppo di schemi di riassicurazione pubblico‑privati per stabilizzare il mercato e gestire meglio i rischi concentrati in aree ad alta pericolosità,
meccanismi di stabilizzazione dei premi nelle zone più esposte, per evitare livelli di prezzo proibitivi,
piattaforme comuni di dati e modellizzazione del rischio, a supporto sia degli assicuratori sia dei decisori pubblici.
Lo studio insiste sulla necessità di valutare in modo sistematico l’impatto del nuovo obbligo cat nat: non solo in termini di numero di polizze, ma anche rispetto a cambiamenti nella percezione del rischio e nello sviluppo di una più ampia cultura assicurativa nella società italiana.
Infine, gli autori annunciano che, in prospettiva, approfondiranno l’analisi attraverso tecniche di imputazione avanzate per estendere i risultati al complesso delle società di capitale e stimare in modo più preciso il protection gap per settore e territorio, così da fornire indicazioni ancora più mirate alle politiche pubbliche.
© Riproduzione riservata