Private equity, tre mesi record

RAPPORTO PEM-AIFI: 81 DEAL TRA GENNAIO E MARZO, MAI COSÌ TANTI NEL PRIMO TRIMESTRE
di Marco Capponi
Il private equity italiano supera l’esame di maturità del primo trimestre e riesce, in un contesto di investimento negativo per la maggior parte dei mercati quotati, a muoversi in decisa controtendenza. Tra gennaio e marzo l’industria ha registrato 81 investimenti: un nuovo massimo trimestrale, che si confronta col precedente record da 66 deal dello scorso anno. La fotografia emerge dal Private equity monitor-Pem di Liuc Business School, patrocinato da Aifi con il contributo di Deloitte, Eos Im, Fondo Italiano d’Investimento Sgr, McDermott Will&Emery, Unicredit e Value Italy Sgr, che ha mostrato come nel mese di marzo ci siano state, nonostante le turbolenze del conflitto in Ucraina, 29 nuove operazioni: tre in più rispetto al primo trimestre 2021. In questo modo l’indice Pem, che misura la forza dell’attività di private equity nel Paese, ha aggiornato un nuovo massimo del primo trimestre a 675 punti (dai 550 dello scorso anno).

Tra le operazioni più importanti di marzo l’Osservatorio ne ha registrate almeno due sopra i 100 milioni di euro: l’ingresso di Sixth Street Partners, tramite la vittoria di un’asta, al 49% di Enipower, la controllata di Eni attiva nella generazione di energia elettrica, per circa 550 milioni; e l’accordo di Hg Capital per l’87% del broker assicurativo Assiteca, valutato 209 milioni. Grandi deal che si aggiungono a quelli dei primi due mesi: su tutti, il maxi investimento del fondo Fsi di Maurizio Tamagnini, che ha messo in campo 500 milioni di euro per la monetica di Iccrea Banca (Bcc Pay), e l’ingresso dell’americano Stephen Pagliuca nell’Atalanta per quasi 190 milioni. In generale, nonostante le piccole e medie imprese abbiano confermato il loro tradizionale appeal come target di riferimento degli operatori, i deal con enterprise value importanti sono sempre più rilevanti. E anche l’apporto dei player internazionali, che nel trimestre hanno rappresentato il 56% delle operazioni.

A guidare gli investimenti, come confermato anche dal presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta, in occasione del convegno annuale dell’associazione di categoria, ci sono state «le dinamiche di transizione digitale ed ecologica, che vanno a impattare settori storicamente più tradizionali, come quello terziario», evidenzia Elio Milantoni, head of Deloitte corporate finance advisory e m&a leader. Non a caso proprio il terziario, settore storicamente rilevante ma mai leader assoluto in passato, ha rappresentato da solo il 20% degli investimenti, seguito da industria, Ict, beni di consumo e cleantech, tutti con quote intorno al 13%.

Altra caratteristica che emerge dal rapporto è l’importanza delle strategie di aggregazione industriale, «come dimostrato dalle 38 operazioni di add-on, il 48% del totale, registrate nel trimestre», aggiunge Milantoni. Si tratta di fatto di acquisizioni finalizzate alla crescita per linee esterne dell’impresa partecipata, in cui l’operatore di private equity rimane in cabina di regia. Un modo, spiega il rapporto, per «creare valore di maggiore efficacia, e che permette agli operatori di consolidare, sostenere e valorizzare le partecipazioni in portafoglio».

Degna di nota infine la polarizzazione geografica dei deal, che sta mostrando come il private equity stia uscendo sempre più dai tradizionali confini del nord del Paese: la Lombardia rappresenta ancora, con il 34% delle operazioni, oltre un terzo del mercato, seguita da Emilia-Romagna (15%) e Veneto (11%). Tuttavia, tra gennaio e marzo sono cresciuti sia il numero di regioni con almeno un’operazione, sia il contributo di Lazio, Toscana e Piemonte. (riproduzione riservata)
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