POTERI FORTI A FINE MESE L’ASSEMBLEA GENERALI POTREBBE STRAVOLGERE I RAPPORTI DI FORZA NELLA COMPAGNIA. POSSIBILE AGO DELLA BILANCIA È LA FAMIGLIA BENETTON, A SUA VOLTA IMPEGNATA A DIFENDERE ATLANTIA

Andrea Deugeni
Segnatevi questa data sul calendario: 29 aprile. Quel giorno con le assemblee di Atlantia, controllata al 33,1% da Edizione e finita nel mirino del miliardario spagnolo Florentino Perez e dei fondi con velleità apparentemente amichevoli Gip e Brookfield, e di Assicurazioni Generali il ricco e operoso Nordest potrebbe veder rivoluzionati gli assetti di due cardini finanziari che hanno avuto origine negli ex possedimenti dell’impero asburgico e ancora prima della Serenissima repubblica. In quella parte di territorio dove la Lega ha uno dei suoi storici bacini elettorali e che partendo da Treviso arriva fino a Trieste, le due città ospitano rispettivamente le sedi della cassaforte societaria della famiglia Benetton e della compagnia che ha come simbolo il Leone di San Marco. Insieme, le due realtà danno lavoro a oltre 154mila persone in giro per il mondo (74.600 le Generali e circa 80mila tutte le società partecipate da Edizione). In mezzo si passa per Ponzano Veneto, paese di 13mila anime dov’è partita e ha proliferato la famiglia che dal business dei maglioncini colorati ha costruito nel tempo, se si considera il net asset value delle partecipazioni nel portafoglio di Edizione, un impero da 12 miliardi di euro e dove il gruppo ha ancora oggi sede, Villa Minelli. Poco più di 17 chilometri la separano da Mogliano Veneto, il piccolo centro dove le Generali posseggono il più grande punto direzionale (2.500 addetti) in Italia. Di qui si transita in Laguna a Venezia, da dove deriva il simbolo del Leone che aleggiava sulla divisione locale delle Generali mentre a Trieste dal 1831 sventolavano ancora i drappi con l’aquila asburgica della «Imperial Regia Privilegiata Compagnia di Assicurazioni Generali Austro-Italiche», fino ad arrivare al capoluogo giuliano, dove il colosso delle polizze impiega circa mille degli oltre 13mila dipendenti in Italia. Quando il 29 aprile dall’assemblea delle Generali uscirà il responso sul vincitore della «battaglia di Trieste», il ricco Nordest – che per pil includendo il Trentino Alto Adige supera anche la Lombardia e rappresenta quasi un quarto della ricchezza nazionale prodotta ogni anno – potrebbe vedersi «scippato» di un asset storico in caso di trionfo del costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone, con uno slittamento del controllo della compagnia verso la capitale. Dove cioè il patron del Messaggero manovra le leve dei propri affari. Lo scontro è fra la lista del consiglio che propone la riconferma di Philippe Donnet come amministratore delegato e presenta come candidato presidente Andrea Sironi ed è appoggiata da Mediobanca (12,9% del capitale, più un prestito titoli del 4,42%) e dal socio in uscita De Agostini (1,44% dei diritti di voto da far valere in assise) e il contro-schieramento «sveglia-Leone» predisposto invece da Caltagirone. Quest’ultima lista è sostenuta da Leonardo Del Vecchio (entrambi «i grandi vecchi del capitalismo italiano» sono accreditati ai nastri di partenza in assemblea di una quota poco inferiore al 10%) e dalla Fondazione Crt (1,7%). Stando a quanto filtra dalle interlocuzioni fra i fondi infrastrutturali Gip e Brookfield e il nuovo presidente di Edizione Alessandro Benetton, la risoluzione del «rebus triestino» dopo oltre due anni di aspri scontri nel board del Leone fra l’imprenditore romano e Donnet potrebbe esser preceduta da un’altra cruenta battaglia a Nordest. Scontro interamente condotto a colpi di opa di cui la borsa già fiuta il profumo, tanto che il titolo Atlantia venerdì 8 aprile ha chiuso l’ennesima seduta sugli scudi portando a casa un guadagno dell’8,7% a 22,1 euro (è di oltre il 16% il rialzo da quando mercoledì 6 aprile hanno iniziato a circolare le indiscrezioni sull’interesse per la holding da parte del patron del Real Madrid). Il tutto alla vigilia dell’ennesima data chiave che ha spinto i colossi americani e canadesi del private equity capitanati in regia da Perez a mettere nel radar il business infrastrutturale dei Benetton, ovvero il 5 maggio, ultimo giorno utile perché la cordata guidata da Cdp Equity e partecipata da Blackstone e Macquarie versi nelle casse di Edizione gli 8,2 miliardi pattuiti per l’acquisto dell’88% di Autostrade per l’Italia, cassa che fa gola non soltanto a «Perez&C». Complici anche lo zampino delle banche d’affari internazionali e la quotazione della holding a sconto di questi ultimi mesi rispetto alle potenzialità (e alla liquidità) in pancia, il dossier è finito infatti sulle scrivanie di altre vecchie conoscenze attive sullo scacchiere italiano, come i fondi Cvc, Kkr (interessati a Tim) e Ifm. A Treviso, dopo due incontri il 3 e il 23 marzo con i soggetti interessati, la famiglia nordestina ha prima respinto le avance di Gip e Brookfield che puntano a uno «spezzatino» di Atlantia consegnando Abertis e le autostrade della holding in Brasile, Cile e in Polonia al patron di Acs e ha poi alzato il velo, su sollecitazione della Consob, sullo studio di una partnership con Blackstone, altro campione globale del private equity attivo sul fronte infrastrutturale. Expertise e capitali pazienti del fondo gestito da Stephen Schwarzman serviranno ad Alessandro Benetton, playmaker a Ponzano della nuova ritrovata unità fra i quattro rami della famiglia veneta dopo il «ciclone Morandi» e la morte dei due fratelli Carlo e Gilberto Benetton, per blindare Atlantia e impedire che l’asset strategico prenda la via di Madrid.

Come? Con un probabile delisting, dopo un’opa che getterebbe anche le basi per l’allargamento del perimetro di Atlantia, mettendo nel mirino anche il 50% meno un’azione di Perez in Abertis. I tempi dipenderanno dall’aggressività delle mosse del trio che intende scippare Edizione di una delle tre componenti principali, assieme ad Autogrill e agli Aeroporti di Roma e Nizza, della cassaforte di famiglia: in caso di scalata ostile, la risposta sarebbe immediata e ci sarebbe da valutare anche l’uso del golden prower da parte del governo. Le due partite nordestine s’incroceranno anche per il ruolo che i due azionisti chiave di Atlantia, Edizione e Fondazione Crt, giocheranno a Trieste dove i Benetton possiedono il 3,93%. A Torino il cuore batte per «Calta&C», mentre la famiglia di Ponzano deve ancora decidere il da farsi. Per chi voterà? Sono noti i passati legami di business dei Benetton con Del Vecchio e l’immobiliarista romano, ma al tempo stesso anche i rapporti con Mediobanca, appena chiamata da Edizione assieme a Goldman Sachs come advisor nella partita Atlantia. (riproduzione riservata)

Fedriga: Trieste attira investitori
di Andrea Deugeni
«Èun danno per Generali se si pensa di depauperare il patrimonio costruito a Trieste. Sarebbe una scelta poco lungimirante da parte del management se si andasse in questa direzione. La compagnia ha risorse interne di alto livello. Mi auguro che possano esser valorizzate indipendentemente dalla cordata vittoriosa». Lo spiega a Milano Finanza il governatore del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga, contattato sullo scontro nell’azionariato del Leone e sul rischio che con la vittoria della contro-lista preparata da Francesco Caltagirone si proceda, come annunciato, con tagli anche al costo del lavoro a livello di holding. «Bisogna smettere di cercare il Papa straniero e puntare sul management del gruppo», dice Fedriga, che sottolinea come «oggi a Nordest, come Fvg, stiamo assistendo all’arrivo di moltissimi investitori esteri. Stanno mettendo i propri denari sul territorio Novartis, British American Tobacco, che ha intenzione di costruire a Trieste il proprio hub europeo investendo 500 milioni di euro, la Bracco che impiegherà 100 milioni e altre multinazionali. Sarebbe controproducente per Generali non guardare con ambizione a quest’area. La compagnia si è sviluppata anche grazie alla città e al tessuto sociale e imprenditoriale del capoluogo giuliano». (riproduzione riservata)
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