La pensione pubblica in Italia: uno scenario sempre più incerto e complesso

PREVIDENZA

Autore:  Alberto Cauzzi e Maria Elisa Scipioni
ASSINEWS 330 – maggio 2021

Un tempo non troppo lontano, sino a fine ottocento, la tutela degli ex-lavoratori non più in grado, per raggiunti limiti di età, di produrre reddito e quindi di sostenersi con la propria attività era demandato esclusivamente all’iniziativa del singolo, o meglio della famiglia, nucleo fondamentale di tutela per il patto inter-generazionale. Non esisteva insomma una istituzione centralizzata che si occupasse di previdenza sociale, che garantisse cioè obbligatoriamente la tutela del singolo lavoratore, una volta sopraggiunta l’incapacità di produrre reddito.

Il progressivo passaggio in Italia a una struttura prevalentemente rurale e contadina, in cui i meccanismi solidali di tutela si attivavano con maggiore facilità, a una nuova struttura basata sulla rivoluzione industriale ha imposto definitivamente all’attenzione dello Stato la necessità di prevedere (da qui la derivazione del termine previdenza) un’opportuna tutela per la gran parte dei lavoratori italiani. Così nacque nel 1898, con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, la prima forma di previdenza, seppur inizialmente facoltativa, in Italia. L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”.

Nel 1933 la CNAS diventerà l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, INPS. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969. In riferimento a questo cambiamento, che ha interessato non solo l’Italia, occorre rilevare come il primo embrione di gestione pensionistica pubblica nacque in Germania, dove l’allora primo ministro prussiano Otto Von Bismarck nel 1889 promulgò la prima legge che garantiva la pensione ai lavoratori dipendenti e stabilì, appunto, l’età limite per usufruire di questo diritto.

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