Il fondo pensione batte il tfr

Nel corso del primo trimestre i negoziali hanno reso in media l’1,16% e gli aperti l’1,37%, superando la rivalutazione del trattamento di fine rapporto (+0,8%). Ma per una maggiore diversificazione serve semplificare gli investimenti in economia reale
di Paola Valentini

I fondi pensione confermano anche nel primo trimestre 2021 il ritmo costante con cui hanno corso fin qui la maratona dei rendimenti di lungo termine. E archiviano il periodo gennaio-marzo battendo il trattamento di fine rapporto (tfr). Il risultato medio netto dei negoziali si è attestato al +1,16%, come emerge dai dati raccolti da MF-Milano Finanza dai singoli comparti, la performance dei fondi pensione aperti ha registrato il +1,37%. Entrambi hanno quindi superato la rivalutazione del tfr che resta in azienda che nel periodo ha segnato un risultato netto del +0,8%. La liquidazione che non viene non versata alla previdenza complementare si rivaluta ogni anno dell’1,5% fisso più il 75% dell’indice di inflazione Istat. L’accelerazione dei prezzi al consumo a marzo è rimasta contenuta (+0,8% su base annua dal +0,6% di febbraio) mantenendo quindi bassa l’asticella di confronto. E così, nonostante una tassazione più sfavorevole (i rendimenti dei fondi pensione scontano un’aliquota del 20%, quelli sulla rivalutazione del tfr del 17%), i gestori previdenziali sono riusciti in media a battere il tfr, con rendimenti che in alcuni casi hanno anche superato il 5% nei tre mesi. Ad esempio tra i negoziali il migliore con il +6,65% è stato il comparto Azionario del fondo Mediafond (dedicato ai lavoratori di imprese radio televisive e dello spettacolo) che precede il profilo Espansione di Fondosanità (riservato alle professioni sanitarie) con il 3,93% e il Crescita di Fonchim (settore chimico-farmaceutico) con il 3,74%. Mentre tra i fondi pensione aperti spicca con il +8,83% il CreditRas Unicredit Linea Dinamica di CreditRas Vita, segue con il +7,52% Core Pension Azionario Plus 90% di Amundi Sgr e Seconda Pensione Espansione Esg (+7,24%), sempre del gruppo francese.

Da questi dati risulta che i migliori del trimestre sono i stati comparti più esposti sull’azionario perché hanno beneficiato del rimbalzo delle borse sulla scia dei progressi della campagna vaccinale (nel trimestre il Dj Eurostoxx delle borse europee ha fatto il +10%, con il Ftse Mib di Piazza Affari che ha guadagnato quasi l’11%, mentre a Wall Street il Dow Jones ha avuto un progresso dell’8,8% e l’S&P del +6,8%). Al contrario hanno patito le linee a prevalente contenuto obbligazionario per via del rialzo dei rendimenti che ha depresso i prezzi dei bond. Per i prodotti garantiti (dedicati ai lavoratori che aderiscono con il silenzio-assenso alla previdenza complementare) c’è comunque il paracadute assicurativo che protegge dalle perdite.

«Nel mezzo di un trimestre ricco di episodi interessanti, ma complessivamente stabile in termini di rendimenti, la novità più rilevante arriva dai mercati obbligazionari: negli Stati Uniti le aspettative inflazionistiche hanno alimentato la risalita dei tassi. La dinamica, opposta a quella del 2020, si presta ad una duplice lettura. Con l’aumento dei tassi», evidenzia Paolo Stefan, direttore del fondo negoziale Solidarietà Veneto (il fondo negoziale per i lavoratori che operano in Veneto), «chi ha investito in titoli di stato Usa che pagano una cedola meno corposa, si troverà a subire la minor appetibilità degli stessi e quindi la riduzione del loro valore. Per chi invece si affaccia al mercato con nuovi capitali, ecco un’occasione migliore rispetto al passato».
Proprio sul fronte delle obbligazionario Priamo (fondo negoziale dei lavoratori del trasporto pubblico) ha appena scelto il nuovo gestore del mandato obbligazionario globale da 200 milioni di euro delle sue linee: è stata selezionata Payden & Rygel, boutique americana (è detenuta dai suoi dipendenti) specializzata nel reddito fisso.
C’e anche da dire che nei mercati circola molta liquidità, fornita con abbondanza da Stati e banche centrali durante la pandemia, che non ha ancora preso una direzione e attende probabilmente più nitidi segnali di ripresa, man mano che la campagna vaccinale va avanti. Nel frattempo nell’azionario, «è in atto la rotazione settoriale, con i titoli ciclici privilegiati rispetto ai tecnologici che invece avevano trainato le ottime performance del 2020. Ne hanno naturalmente tratto beneficio i comparti nei quali i gestori hanno saputo sovrappesare tatticamente gli asset più tradizionali», aggiunge Stefan.

Questo il breve termine, ma la gestione finanziaria dei fondi pensione si misura anche sul lungo periodo. A questo proposito la Covi nota che «su orizzonti più propri del risparmio previdenziale, i rendimenti restano nel complesso soddisfacenti. Nei dieci anni da inizio 2011 a fine 2020, il rendimento medio annuo composto è stato del 3,6% per i fondi negoziali, al 3,7% per i fondi aperti, e tra i piani individuali pensionistici la performance è stata del 3,3% per i prodotti unit linked e al 2,4% per le gestioni separate. Nello stesso periodo, la rivalutazione del tfr è risultata inferiore, l’1,8% annuo». Merito anche di una politica di sempre più attenta e ampia diversificazione da parte dei gestori volta a inserire nei portafogli asset alternativi, compresi gli attivi non quotati (private asset) nel tentativo di compensare il calo dei tassi ai minimi storici che rischia di compromettere l’obiettivo finale di produrre una pensione di scorta adeguata a integrare l’assegno pubblico. Una capacità di guardare all’economia reale che accomuna tutto il settore, in particolare quello dei negoziali che sono più vicini alle imprese sul territorio. Ad esempio proprio Solidarietà Veneto è stato il primo fondo pensione ad essere autorizzato agli investimenti diretti in economia reale: il programma in private equity (capitale delle mi) è stato avviato nel 2014, mentre nel private debt (obbligazioni emesse dalle pmi) il debutto è stato nel 2013.
Ma rispetto alle potenzialità e alle dimensioni dell’economia tricolore, il peso degli investimenti alternativi resta ridotto in Italia. Come osserva anche Itinerari Previdenziali, il centro studi presieduto dall’ex sottosegretario al ministero del welfare (dal 2001 al 2006) Alberto Brambilla, «i dati sui private market in Italia sono ancora molto contenuti se confrontati con la media di altri Paesi europei, per non parlare degli Usa. In questi mercati sono presenti operatori di private equity e private debt con masse imparagonabili rispetto agli operatori italiani. Nel Paese gli investimenti in quest’ambito sono in costante ma lento aumento, ma l’Italia non gioca ancora un ruolo da protagonista, nonostante detenga il terzo pil dell’Eurozona e sia seconda solo alla Germania per valore della produzione manifatturiera». E tutto ciò nonostante la volontà espressa da tutte le parte coinvolte e gli incentivi fiscali concessi. Secondo Intinerari Previdenziali, è prioritario ridurre la burocrazia: «prima ancora di aumentare le agevolazioni, sarebbe utile un passo indietro per una vera riflessione congiunta al fine di semplificare i processi per gli operatori». (riproduzione riservata)

Il silenzio-assenso entra anche nel pubblico impiego
Il panorama della previdenza complementare si arricchisce di una significativa innovazione nel settore del pubblico impiego, che ancora non presenta livelli di adesione soddisfacenti rispetto a quelle che sarebbero le reali esigenze di integrazione dei dipendenti statali. Non è un caso se una rinnovata attenzione per i fondi pensione della pubblica amministrazione sia uno degli obiettivi che sono stati individuati nel Patto per l’Innovazione recentemente siglato dal premier Mario Draghi e dal ministro Renato Brunetta con i sindacati confederali. Con la nuova ipotesi di accordo firmata dall’Aran e dalle organizzazioni sindacali si prevede infatti l’introduzione per le iscrizioni del meccanismo del silenzio-assenso (al momento previsto soltanto dai fondi pensione negoziali dedicati al settore privato) anche al fondo pensione negoziale Perseo Sirio che, assieme ad Espero (settore scuola), rappresenta una delle due forme pensionistiche al momento attive nella pubblica amministrazione. In particolare a Perseo Sirio possono aderire i lavoratori dei ministeri, delle regioni, delle autonomie locali, della sanità, degli enti pubblici non economici, dell’Enac, del Cnel, delle università, degli enti di ricerca, delle agenzie fiscali. E’ interessante sottolineare che tale forma pensionistica rappresenta un innovativo case history perché prevede anche il meccanismo dell’adesione contrattuale. Infatti a seguito dell’ultimo rinnovo del contratto collettivo del comparto funzioni locali sono state destinate al fondo Perseo Sirio quote dei proventi delle multe riscosse dagli enti locali e versate in favore del personale della polizia locale. Tali somme sono considerate alla stregua di contributi del datore di lavoro.

Secondo l’accordo, l’adesione a Perseo Sirio potrà avvenire sia in forma esplicita, sia con modalità tacita tramite silenzio-assenso. Così come già si prevede con riferimento ai dipendenti privati, all’atto della firma del contratto di assunzione l’amministrazione pubblica fornisce al lavoratore un’informativa sulle modalità di adesione al fondo pensione con specifico riferimento all’adesione mediante silenzio-assenso e al relativo termine semestrale decorso il quale ha luogo l’iscrizione. In questi sei mesi il lavoratore può iscriversi espressamente o dichiarare che non vuole iscriversi (in tale ultimo caso, naturalmente, non scatta il silenzio-assenso). Se non fa né l’una, né l’altra cosa allo scadere dei sei mesi è iscritto automaticamente. Riceve, quindi, una seconda comunicazione da parte del fondo, che dovrà informarlo dell’avvenuta iscrizione e ricordargli il diritto di recesso che prevede un termine di 30 giorni per annullare l’adesione (senza costi e senza dover indicare il motivo). L’iscrizione si perfeziona soltanto dopo che non venga esercitato il recesso in questo mese ulteriore. E’ verosimile che il caso di Perseo Sirio possa essere pionieristico per un’estensione stabile del silenzio-assenso all’intero settore del pubblico impiego, in un percorso di graduale armonizzazione rispetto ai fondi negoziali rivolti al settore privato. Va ricordato che al momento lo schema di funzionamento della previdenza complementare dei dipendenti pubblici è ancora disciplinato dalla normativa originaria dei fondi pensione del 1993 e non invece dalla disciplina entrata in vigore dal 2007 per i negoziali, i fondi aperti e le polizze individuali pensionistiche (pip).

Permangono allora significative differenze in tema di prestazioni, anticipazioni e riscatti. Da sottolineare anche le peculiarità del rapporto di pubblico impiego che hanno effetto sulla previdenza complementare. In primo hanno il trattamento di fine rapporto (tfr) i dipendenti pubblici assunti con contratto a tempo indeterminato dopo il 31 dicembre 2000 e gli assunti con contratto a tempo determinato successivamente al 30 maggio 2000. Hanno invece il trattamento di fine servizio o buonuscita i dipendenti pubblici assunti prima del 31 dicembre 2000 che si trasforma in tfr in caso di adesione al proprio fondo pensione di riferimento. C’è poi anche la virtualità del tfr con effetti, per esempio, sulla portabilità della posizione individuale e sulle anticipazioni. (riproduzione riservata)

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