Diamanti ma non per sempre

di Elena Dal Maso e Andrea Montanari
La chiusura delle indagini sulla vendita di diamanti da parte della Procura di Milano ha portato i pm a chiedere il rinvio a giudizio per 105 persone (dirigenti, ex manager, funzionari ed ex personale delle banche coinvolte) e cinque società, di cui quattro istituti di credito – BancoBpm, la controllata Banca Aletti, Mps e Unicredit – e il broker Idb. Le imputazioni sono, a vario titolo, truffa, autoriciclaggio e corruzione fra privati, per un presunto ingiusto profitto ai danni dei piccoli investitori, che la procura ha quantificato in circa 500 milioni, 314 dei quali per i broker delle pietre preziose. Intesa Sanpaolo e l’altro broker Dpi hanno chiesto il patteggiamento. Le parti lese, che potranno chiedere di costituirsi parte civile e partecipare al processo sono 575: si tratta di clienti delle banche che ritengono di essere stati truffati, delle due associazioni di consumatori (Codacons e Asso-Consum).

Ma ora nel concreto il tema è diverso: cosa possono fare ora i clienti degli istituti di credito? Secondo l’avvocato Camilla Cusumano, della rete Adusbef, che ha già chiuso una trentina di cause sui diamanti, «i singoli possono pensare di costituirsi parte civile nel processo penale e chiedere il risarcimento del danno causato dal reato. Oppure possono chiedere il danno morale in ambito penale e quello patrimoniale in sede civile». Di recente è intervenuto anche il Consiglio di Stato. Dopo circa due anni di attesa, la Sesta Sezione del massimo grado di giustizia amministrativa ha confermato il mese scorso la responsabilità di Unicredit e Banco-Bpm nella vendita dei diamanti da investimento, ma ne ha ridotto la sanzione comminata dall’Antitrust del 30%. Unicredit dovrà versare 2,8 milioni, mentre Banco- Bpm 2,345 milioni. Sono state invece confermate le sanzioni di 2 milioni e 1 milione comminate rispettivamente a Idb e Dpi. L’Adusbef, intanto, sta chiudendo una serie di procedimenti in giudizio seguendo la norma 185 bis Cpc (Codice di procedura civile), nel quale il giudice propone una conciliazione fra le parti. L’avvocato Cusumano parla di «una restituzione di almeno il 60% del valore della pietra, partendo dalle valutazioni del listino Rapaport, mentre il diamante resta nelle mani del cliente, con la banca che paga le spese del processo. In alcuni casi siamo arrivati al 70%».

Tra gli istituti al centro delle indagini Banco Bpm è il più esposto. E come emerge dal documento di bilancio 2020 «alla data del 31 gennaio 2021, grazie all’attività di composizione tramite transazioni extragiudiziali risultano essere stati definiti reclami e contenziosi per un petitum complessivo superiore a 500 milioni a fronte di pretese che alla stessa data ammontano complessivamente a circa 700 milioni». I reclami nei confronti della banca milanese ammontano attualmente a 23.700: di questi circa 1.300 hanno dato luogo a procedimenti civili che vedono l’istituto di Piazza Meda «convenuto per un petitum totale di 64 milioni».

A fronte di questi reclami, il gruppo bancario si è mosso verso i clienti, mentre dal punto di vista contabile «aveva rilevato nei bilanci 2017, 2018 e 2019 accantonamenti ad uno specifico fondo per un ammontare di 383,3 milioni». Risorse che finora sono state utilizzate per 256,6 milioni. A fine 2020 il fondo aveva una dotazione residua di 126,7 milioni. Sul caso diamanti però i fatti oggetto d’indagine si riferiscono al periodo che va dal 2003 al 2016, prima della fusione tra Banco Popolare e Bpm. Una prima ricognizione era stata effettuata poco dopo la fusione, tra il 2017 e il 2018, con un audit interno assistito dalla società di revisione Kpmg. La banca nelle transazioni ha proposto un congruo ristoro economico e il mantenimento da parte del cliente della proprietà delle pietre. (riproduzione riservata)

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