Per il vino uno scenario bellico

di Arturo Centofanti
«Dalla crisi da Covid-19 arriveranno danni, probabilmente irreversibili, con uno scenario paragonabile a quello della Seconda guerra mondiale; occorreranno soluzioni come quelle del dopo guerra per la ripresa»: sono le preoccupazioni di Pau Roca, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino (Oiv), espresse durante la conferenza stampa di presentazione dello stato della viticoltura mondiale.
Gli effetti del coronavirus sulle aziende del vino per l’Oiv sono preoccupanti: «Ancora non ci sono cifre e dati, ma il settore potrebbe essere ridotto drasticamente; molte aziende potrebbero sparire. Ci saranno enormi cambiamenti con un impatto su aziende, vigneti e sulla commercializzazione di vino e uva». In campo si avrà «difficoltà a portare a termine il raccolto a causa del distaccamento sociale». Ci saranno maggiori costi «dati dal ricorso a macchine per terminare la vendemmia, come avviene in Nuova Zelanda», ha continuato Roca. E ci sono indubbiamente problemi sul piano commerciale, generati «dalla scomparsa del canale horeca». «Il Comitato europeo delle imprese vinicole (Ceev)», rimarca Roca, «prevede che in Europa il blocco di questo canale porti ad un calo del 35% delle vendite in volume e ad un 50% in valore». Questo come valori medi. Ma in alcune zone, «come in quelle del Mediterraneo, la diminuzione sarà ancor maggiore perché alla chiusura di bar e ristoranti si deve sommare la radicale soppressione del turismo. Che sarà limitato anche dopo il termine del lockdown». A ripagare le perdite del blocco del canale horeca, vendite on trade, non bastano i picchi di acquisti nei negozi e nella gdo (off-trade) per il consumo domestico. «Le perdite del settore horeca non sono state compensate dall’off trade, anche perché in questo canale l’offerta è più omogenea tra i vari player e orientata verso prodotti di prezzo contenuto. Al contrario dell’on-trade, dove la differenziazione è anche una strategia». Tutto questo, «purtroppo porta a conseguenze come la perdita di consumi, la riduzione dei prezzi e il calo dei margini per la aziende. Si avranno effetti diretti e indiretti su tutta la filiera. Il lockdown sta avendo effetti distruttivi». E anche con la fine della quarantena, dice Roca, «lo scenario non cambierà verso l’ottimismo. Ci saranno effetti anche dopo. Per questo sono necessarie misure pensate per ciascun Paese, come la distillazione per mantenere le aziende in vita e garantire un minimo di reddito agli agricoltori».
Nel vigneto mondiale, pari allo 0,5% delle terre coltivate, la superficie è stabile e stimata in 7,4 milioni di ettari, mentre la produzione mondiale di vino, esclusi succhi e mosti, nel 2019 è stimata in 260 mld di ettolitri, in netto calo, rispetto alla produzione alta del 2018.
In Europa si ha la metà (3,2 milioni di ettari) dell’area vitata globale, con aumenti in Francia (794 mila ettari), Italia (708 mila), Portogallo (195 mila) e Bulgaria (67 mila) e cali in Spagna (966 mila), Ungheria (69 mila) e Austria (48 mila).
Dopo dieci anni di crescita continua, invece, sembra rallentare la Cina (855 mila ettari), secondo vigneto al mondo dopo gli spagnoli. Stabili gli Usa con 408 mila ettari.
In lieve crescita il consumo 2019: +0,1%. In aumento anche il mercato mondiale delle esportazioni, sia in volume, arrivato a 105,8 mld di ettolitri (+ 1,7%), sia in valore, con 31,8 mld di euro (+ 0,9%).
Per quanto riguarda il 2020, le prime stime della produzione di vino nell’emisfero australe indicano bassi volumi per la maggior parte dei paesi, ad eccezione di Sudafrica, +5%, e Uruguay, +11%. In particolare, in Argentina (-11%), Cile (-12%) e Brasile (-1%), mentre l’Uruguay mette a segno 0,65 mln di ettolitri (+ 11%).
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