Salviamo il credito commerciale

di Anna Messia
«Sia il modello francese che quello tedesco potrebbero andare bene. L’importante è che anche il governo italiano si muova prontamente per evitare un’impennata dei fallimenti e per non penalizzare le imprese tricolore a vantaggio dei competitor europei». A parlare è Michele Pignotti, membro del board di Euler Hermes a Parigi, leader mondiale dell’assicurazione del credito controllato dal gruppo tedesco Allianz. La questione è quella della garanzia pubblica necessaria a evitare che le compagnie del credito, in un contesto di crisi economica generalizzata provocata dal lockdown per il coronavirus, con le insolvenze destinate a lievitare, smettano di assicurare i pagamenti delle imprese, specie le più fragili, con un effetto a catena su fiducia e stabilità del sistema finanziario. «La Francia e la Germania si sono mosse subito replicando le reti di sicurezza che avevano già dimostrato di funzionare bene con la crisi del 2008», spiega Pignotti. «Questa crisi si preannuncia peggiore di quella di 12 anni fa, con il pil europeo che, secondo il nostro ufficio studi, nel 2020 scenderà del 9,3% e l’Italia nel ruolo di Cenerentola con un rallentamento atteso dell’11,4%». Bisogna insomma intervenire subito evitando che un anello fondamentale della catena del credito commerciale si indebolisca. Già nel 2008 l’Italia non fece nulla per evitare che le società, specie le più deboli finanziariamente, subissero gli effetti negativi del venir meno dell’assicurazione del credito. Non a caso il Paese è uscito più lentamente e con minor vigore da quella crisi e ora la questione si ripresenta in uno scenario economico addirittura peggiore.
«In Francia, dove è stato previsto un intervento complessivo di 12 miliardi, lo Stato interviene direttamente per integrare le coperture degli assicuratori privati sulle imprese finanziariamente più deboli», spiega Pignotti, «mentre in Germania l’intervento del governo federale è ancora più incisivo, con un programma straordinario fino a fine anno che prevede che lo Stato incassi direttamente il 65% dei premi dell’assicurazione dei crediti e compartecipi alla perdita fino a 30 miliardi rispetto ai circa 400 miliardi di esposizioni complessive». Altri Paesi europei starebbero già ragionando su strumenti di protezione simili a quelli francesi e tedeschi, mentre in Italia l’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione, ha messo a punto una proposta per il governo. Ma la questione non sembra ancora entrata nell’agenda dell’esecutivo nonostante il pressing che, come riportato ieri da MF-Milano Finanza, vede in campo anche i broker, a partire da Assiteca, che sull’argomento ha lanciato un appello. «Sarebbe una svista enorme per l’Italia e per le aziende del Paese», sottolinea il manager di Euler Hermes che in Italia gestisce circa la metà del mercato dell’assicurazione del credito, che vale complessivamente 250 miliardi di euro di esposizioni e vede 800 mila imprese coinvolte. «Un’impresa italiana potrebbe essere svantaggiata in una commessa internazionale nella competizione con un’azienda francese o tedesca che dalla loro avrebbero la possibilità di concedere per esempio una fornitura più elevata, o maggiori dilazioni di pagamento, perché avrebbero un rischio di credito minore», spiega. Non solo; avere il credito assicurato consente alle imprese un accesso facilitato ai finanziamenti bancari o alle operazioni di factoring e quindi senza polizze la liquidità sarebbe destinata a diminuire. Ma c’è un ultimo elemento che Pignotti sottolinea: «Gli interventi del 2008 in Francia e Germania sono stati sostenibili anche per i bilanci pubblici. Non solo; hanno tenuto in alto il pil e alla fine il risultato per le casse statali è stato addirittura positivo». (riproduzione riservata)

Anche il factoring chiede la garanzia
di Mauro Romano
Un meccanismo di garanzia delle cessioni di credito può rimettere in moto la macchina dei pagamenti del sistema delle imprese, in difficoltà per l’emergenza sanitaria, movimentando flussi finanziari fino a 80 miliardi a fronte di una dotazione di fondi pubblici di 5 miliardi. La richiesta arriva Assifact, l’associazione che riunisce gli operatori del factoring, nel motivare la proposta di includere un simile strumento, già adottato da altri Paesi dell’Unione Europea, tra i finanziamenti previsti dai decreti emergenziali che il governo sta mettendo a punto. «Il factoring rappresenta lo strumento più efficace per la gestione e il finanziamento del capitale circolante delle imprese anche in momenti di crisi economica», ha sottolineato Alessandro Carretta, segretario generale di Assifact. Nei primi due mesi del 2020 il volume d’affari è stato 33,8 miliardi (+1,18%) dopo aver chiuso il 2019 a 255,5 miliardi (+6,44% sul 2018), il 14% del pil.

Fonte: logo_mf