La finanza sostenibile dopo la pandemia

di Angelo Baglioni*
La finanza sostenibile ha avuto negli ultimi anni uno sviluppo tumultuoso. L’attenzione degli investitori, sia istituzionali sia al dettaglio, verso gli investimenti responsabili è cresciuta enormemente, tanto che l’offerta di prodotti finanziari di questo tipo ha fatto fatica a tenere il passo con la domanda, e le emissioni di green bonds e di fondi etici vanno a ruba. Finora, la sostenibilità delle attività economiche è stata declinata sotto tre direttrici: Environment, Social, Governance, da cui l’etichetta Esg. La prima, legata al rispetto dell’ambiente e alle emissioni di gas serra, è venuta prepotentemente alla ribalta nel dibattito originato dal surriscaldamento del pianeta e, prima dell’emergenza sanitaria in corso, aveva catturato l’attenzione dei media («effetto Greta»). Le altre due dimensioni, relative alle condizioni di lavoro, alla responsabilità sociale dell’impresa, ai meccanismi di governo nelle aziende e alle garanzie di trasparenza, sono meno centrali sia nel dibattito pubblico sia nella allocazione degli investimenti.

Il recente rapporto sulla «Finanza verde» di Università Cattolica e Assbb (Osservatorio Monetario n.1/2020) documenta come il 77% dei fondi di investimento «responsabili» europei risponda genericamente alla etichetta Esg. Segue, con il 14%, la categoria dei fondi tematici dedicati all’ambiente. I temi sociali vengono per ultimi: 3%. Come cambierà questa classifica a seguito dell’emergenza coronavirus? L’ambiente, inteso come lotta all’inquinamento e al riscaldamento globale, sarà ancora al primo posto nelle nostre priorità? Quanto sarà ancora attuale la stessa classificazione delle attività economiche e finanziarie sostenibili basata sulla triade Esg? C’è da chiedersi se dovremo aggiungere un’altra lettera: H (Health). Al di là delle etichette, dovremo sviluppare una riflessione su come includere e prestare maggiore attenzione alle tematiche sanitarie nella nostra visione della sostenibilità. In futuro, potrebbero diffondersi fondi dedicati agli investimenti nella ricerca medica e nelle strutture sanitarie.

Forse si presterà più attenzione ai diritti dei lavoratori alla sospensione del lavoro in fabbrica o in ufficio in caso di epidemie, di cui tanto si discute in questi giorni: le imprese che danno più spazio allo smart working verranno premiate dagli investitori? Come per l’ambiente, non c’è solo l’impatto della finanza sulla sostenibilità delle attività economiche. C’è anche il legame inverso: i rischi legati alla sostenibilità possono costituire una seria minaccia per la stabilità degli intermediari finanziari. Le banche tengono sempre più conto dei rischi ambientali nella loro attività. Il già citato rapporto riporta i risultati di una indagine Abi su 22 gruppi bancari, che rappresentano l’87% del totale attivo del sistema bancario italiano: 13 banche, corrispondenti all’80% del totale attivo delle banche intervistate, dichiarano di avere adottato o di avere pianificato politiche di gestione del rischio di credito che tengano conto dei fattori ambientali. Anche le autorità si preoccupano dei rischi che il cambiamento climatico comporta per le istituzioni finanziarie: o perché esso aumenta la probabilità di eventi estremi (come uragani e inondazioni) o per l’impatto della transizione verso una economia a basse emissioni di CO2, che inevitabilmente implica costi di adattamento e obsolescenza di alcune attività. L’Autorità bancaria europea già prevede, nelle sue linee-guida sulla concessione del credito, che le banche tengano conto dei possibili effetti di tali rischi sulla affidabilità delle controparti. La Banca dei regolamenti internazionali ha pubblicato all’inizio di quest’anno un rapporto che definisce il rischio climatico il «cigno verde» potenzialmente in grado di provocare la prossima crisi finanziaria sistemica. E invece il cigno (di quale colore?) che ha provocato un terremoto di proporzioni mai viste sui mercati finanziari di tutto il mondo, è stato il coronavirus. Non solo ha fatto crollare gli indici di borsa di oltre il 30% nel giro di un mese, ma sta mettendo a dura prova la tenuta di molti fondi di investimento, afflitti da problemi di liquidità, e sta facendo risalire la marea dei crediti deteriorati, che era finalmente in via di smaltimento.

Come verranno aggiornati i modelli di previsione delle banche per tenere conto di questa nuova forma di rischio sistemico? Quali presidi regolamentari verranno introdotti a fronte di un rischio-catastrofe come questo, che si verifica raramente (almeno così speriamo) ma quando arriva è più distruttivo di qualunque altro shock economico e naturale? Sono domande alle quali non abbiamo una risposta immediata, ma su cui occorrerà riflettere per prepararci al dopo-coronavirus. (riproduzione riservata)
* direttore di
Osservatorio Monetario,
Università Cattolica e Assbb

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