I grandi fidi? Aspettano

Le procedure del decreto Liquidità devono ancora scaldare i motori. Il Fondo Pmi è partito dai prestiti fino a 25 mila euro, mentre soltanto ora la Sace sta stipulando i protocolli con gli istituti di credito

Roberto Gualtieri
di Mauro Romano
La maxi-manovra del governo per finanziare le imprese fiaccate dall’epidemia di coronavirus tenta di scaldare i motori. Tra polemiche sulla burocrazia ancora eccessiva e timori delle banche che chiedono protezione sotto il profilo penale, l’ultima settimana è servita quanto meno a dare uno spaccato dello stato dell’opera, quando sono trascorsi quasi 15 giorni dal varo del dl Liquidità con cui si mettono a disposizione 200 miliardi di garanzie per dare ossigeno al mondo produttivo. Giorni utili anche a evidenziare i difetti dell’impalcatura su cui muoversi. Da ultime, le troppe le differenze tra i due canali di coperture, quello Sace e quello del Fondo centrale pmi gestito da Mediocredito Centrale, messe in risalto dal Consiglio nazionale dei commercialisti. Un nodo su tutti: la garanzia a operazioni che erogano nuova finanza ai soggetti beneficiari oppure per quelle che si traducono in rinegoziazioni di finanziamenti già in essere, esclusa quest’ultima dal canale Sace.

Prima i piccoli. La priorità, ha spiegato l’amministratore delegato di Mediocredito, Bernardo Mattarella, è andata alle operazioni verso le quali c’era maggiore pressione, cioè quelle garantite al 100% fino a 25 mila euro. Da lunedì 27 aprile le banche potranno richiedere al Fondo anche una copertura al 90% per il 25% del fatturato per importi fino 5 milioni. C’è da dire che le aziende potevano contare, in parte, sulle misure già predisposte con il decreto Cura-Italia poi potenziate con il Liquidità. Dallo scorso 17 marzo, giorno del primo dl, a mercoledì scorso le richieste arrivate al Fondo di garanzia sono state quasi 18mila, per totali 2,7 miliardi. Al momento, però, soltanto una piccola parte riguarda prestiti assistiti al 100% fino a 25mila euro: poco più di 2.000 domande per circa 45 milioni, per la maggior parte di microimprese, mentre sono circa 150 le piccole e medie aziende.

Il secondo canale. Per gli altri la strada è appena all’inizio. A Intesa Sanpaolo, la prima ad aver sottoscritto mercoledì 22 il protocollo firmato tra Abi e Sace, si sono aggiunte, in meno di 48 ore, altre grandi banche, da Unicredit, a Banco Bpm passando per Bnl Bnp Paribas. Tutto è pronto quindi per consentire alle società medio grandi di avere accesso a finanziamento superiori a 25 mila euro garantiti dalla società controllata da Cassa Depositi e Prestiti. Anche se non mancano i nodi da sciogliere per capire l’effettiva portata dell’intervento, che punta a sostenere le imprese che hanno visto il loro business deprimersi a causa del blocco delle attività commerciali per il coronavirus. Nel protocollo tra l’associazione bancaria e Sace vengono fissati paletti molto rigidi che non solo tengono fuori società che hanno crediti deteriorati o che sono in una fase di turnaround. A questi si sono aggiunti criteri minimi richiesti dalle banche, come quello che prevede l’accesso al credito e alla garanzia solo alle imprese che, prima del Covid-19, non hanno subito una perdita di esercizio superiore al 50% del patrimonio netto. E va sottolineato che le banche potrebbero decidere autonomamente di alzare l’asticella dei requisiti richiesti alle imprese rispetto ai vincoli minimi fissati nell’accordo. Ma non solo. Il meccanismo prevede che l’istruttoria sulle società rimane prerogativa esclusiva delle banche che hanno sollevato più di qualche perplessità sui rischi dell’operazione. L’Abi ha chiesto per esempio uno scudo penale sulle istruttorie o quanto meno di mettere a punto una griglia di requisiti predefiniti che possano dare maggiori garanzie agli istituti, riducendone al minimo l’eventuale responsabilità. E utile sarebbe anche l’obbligo di versare le somme ricevute in un conto corrente dedicato.

Parola alle Camere. Questo è lo stato dell’arte, alcune novità sono in vista. Nel passaggio parlamentare per la conversione in legge, il dl Liquidità potrebbe infatti registrare delle modifiche, che dovrebbero essere finalizzate alla semplificazione e allo smussamento di alcune rigidità, a partire dall’esclusione della possibilità di ottenere le garanzie statali per le aziende che presentano esposizioni classificate come incagli prima dello scoppio della crisi. In questo caso, come spiegato a MF-Milano Finanza da uno dei relatori del provvedimento, Gian Mario Fragomeli (Pd), si proverà ad ampliare l’ombrello della protezione pubblica per includerle. Altra novità dovrebbe essere la possibilità di ricorrere maggiormente all’autocertificazione per sveltire le pratiche e forse anche l’estensione del perimetro delle moratorie, nelle quali dovrebbero poter rientrare per esempio anche i mutui di liquidità. Un altro punto che potrebbe essere modificato è poi la durata dei piani di ammortamento, che potrebbero essere portati da sei a otto o addirittura dieci anni. Il limite posto dall’Europa è appunto di sei anni, come previsto infatti dal dl Liquidità, ma alcuni Paesi, tra cui la Germania, hanno portato avanti le scadenze, a fronte però di costi più alti. Questo è il modello che potrebbe essere adottato anche in Italia, sebbene la questione sia ancora allo studio del ministero dell’Economia. Infine, anche il decreto Aprile, che dovrebbe essere emanato nei prossimi giorni, conterrà norme per il credito e la liquidità. In questo caso in ballo ci sono una nuovo potenziamento del Fondo centrale di garanzia per le pmi, per garantire che possa essere effettivamente coperta la platea di richieste stimate; l’irrobustimento delle poste di bilancio per le garanzie concesse da Sace, dal simbolico miliardo inserito nel decreto che le ha istituite ad almeno una ventina di miliardi; nuove misure per accelerare il pagamento dei debiti della Pa; un altro rinvio per gli adempimenti fiscali e anche possibili ristori, come già previsti da altri Paesi europei per le piccole aziende più colpite, per una cifra che potrebbe, secondo indiscrezioni attestarsi a circa 3-4 mila euro.

Prestiti garantiti, ma non gratis: cosa c’è da sapere prima di chiederli
I dati andamentali della Centrale Rischi di febbraio, rilevati dal campione di MF CentraleRisk (Mfcr), descrivono bene l’atteggiamento delle imprese in Italia all’inizio della pandemia. L’utilizzo di linee autoliquidanti (le anticipazioni di crediti commerciali) mostra un aumento del 14% rispetto a gennaio e, se confrontato con febbraio 2019, addirittura un + 27%. Si parla di un aumento delle anticipazioni di quasi 7 miliardi di euro. Perché? Delle due l’una: o le vendite sono aumentate del 14% o più verosimilmente sono stati ripresentati effetti scaduti e non pagati nel mese di gennaio: per acquisire liquidità sono stati presentati crediti all’anticipo anche con scadenze superiori rispetto alla media dell’azienda. Questa è self made finance, altro che finanziamenti e garanzie!

Si tratta peraltro di un film già visto nel 2009-2010, quando il tasso medio di impagati balzò al 15% e, una volta cronicizzati, per farne fronte ha dato origine ad altre manovre di tesoreria fantasy, ossia finanziamenti chirografari per ristrutturare quelli che di fatto erano crediti poco esigibili. Allora il risultato fu l’esplosione dei non performing loans e il credit crunch. Anche in quel periodo, proprio come ora, le moratorie andavano di moda, con il risultato che chi vi accedeva poi aveva difficoltà ad accedere a nuovi finanziamenti. A maggio in Mfcr si sarà in grado di verificare l’aumento del tempo di pagamento degli effetti presentati in banca tra gennaio e marzo, così da poter confermare la tesi.

È stata già descritta su MF-Milano Finanza la relazione tra le garanzie e le modalità con cui procede un’istruttoria fidi. Il tema si può aggiornare dopo il decreto Liquidità.Le tipologie di garanzie sono: per Grandi Aziende (oltre 5 mila dipendenti o 1,5 miliardi di fatturato) o pmi. Per quest’ultima tipologia inoltre si distinguono per massimale di affidamento garantito: sopra o sotto i 25 mila euro. Nei primi due casi è Sace a emettere la garanzia, dopo che la banca ha deliberato la pratica secondo le normali procedure. In tutti e tre i casi le garanzie possono essere erogate solo se l’azienda non presentava prima del 29 febbraio scorso sofferenze o sconfini oltre 90 giorni in Centrale Rischi ovvero non aveva manifestato stato di difficoltà prima del 31 dicembre 2019.
La domanda a cui molti vorranno la risposta è: La banca può utilizzare i nuovi fondi coperti da garanzie per coprire parte di prestiti erogati prima dell’emergenza? La risposta è no; la responsabilità di come verranno utilizzati i denari è di chi li chiede. I fondi, che rientrano nella categoria degli aiuti di Stato, devono servire (e soprattutto i richiedenti saranno chiamati a dimostrarlo) per investimenti e/o capitale di funzionamento dei prossimi 12-18 mesi. Ed è giusto sia così: l’aiuto è dato per superare la crisi puntando a un rilancio che generi maggiori ricavi futuri, i quali a loro volta possano rendere sostenibile il nuovo affidamento, non per sopperire a passate perdite, creando passività finanziarie future che comprometterebbero la capacità di far fronte al finanziamento.

Le garanzie (e i conseguenti finanziamenti) sono erogate sino alla concorrenza del maggiore tra: il doppio del costo del personale 2019 e il 25% del fatturato 2019 così come riportato nella documentazione contabile. Sono aiuti di Stato, come si legge all’articolo 16 della Dichiarazione riportata nel Modulo 4 Bis pubblicato dal Fondo di Garanzia Mcc. Attenzione a non scherzare con questa forma di sovvenzioni statali.
Un’altra domanda frequente è: Se non restituisco questo finanziamento garantito alla banca, che succede? Si chiude tutto gratis et amore Dei con la garanzia statale? Certo che no. La banca verrà soddisfatta dal garante, ma questo poi verrà da voi a tentare il recupero e, differentemente da un garante normale che agirebbe in via civile, lo Stato iscriverà a ruolo il debito, azione molto più invasiva in quanto attivano le tipiche agenzie per le riscossioni.
Degno di nota è poi il caso di revoca della garanzie e quindi la richiesta tout court di rientro dell’affidamento, che può avvenire anche nel caso abbiate utilizzato i finanziamenti per scopi diversi da quelli previsti nel decreto Liquidità e dichiarati (articolo 9 del Modulo 4 Bis).

Quindi attenzione: è un affidamento come altri che va onorato e in caso di incapacità l’azienda verrà messa a sofferenza, con la revoca di tutte le linee di fido dalla banca, con l’aggravante che oltre ai creditori privati ci sarà lo Stato come creditore privilegiato, in prima linea attivo sul recupero.
Altri passaggi degni di nota sono gli articoli 6,7 e 8 sempre del Modulo 4 Bis, che rendono edotto il beneficiario circa gli impegni di trasparenza e fornitura documentale da presentare a semplice richiesta al garante per le verifiche: Centrale Rischi, documenti contabili, documenti giustificativi sull’impiego dei fondi eccetera.
Attenzione dunque: buona cosa sono le garanzie messe a disposizione e i fondi conseguenti erogati dalla banche e giusto è l’approccio di destinazione trasparenza previsto dal governo, ma è bene essere consapevoli dei principi e, tenendo la barra ben dritta, farne richiesta consapevolmente.
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