Dl Liquidità, i finanziamenti frenati dai troppi documenti richiesti

di Angelo De Mattia
Si poteva sperare che dal sistema bancario venisse una risposta in termini di snellezza, efficacia e rapidità nella concessione dei prestiti fino a 25 mila euro garantiti dallo Stato, una risposta che bilanciasse l’immagine tardigrada della burocrazia, a ragione, ma a volte anche a torto, stigmatizzata. Invece ciò non è accaduto nonostante l’impegno dell’Abi, perché in alcune aree del settore alla già pletorica modulistica richiesta dal decreto Liquidità per ottenere i prestiti si aggiunge la richiesta di altri documenti attraverso collegamenti e richiami. Una proliferazione che risponde a un intento massimamente, ma anche miopemente, tuzioristico, incoerente con l’approccio manageriale che ci si attenderebbe. Naturalmente per fortuna vi sono banche che dichiarano di poter concedere i finanziamenti in questione in 72 ore; altre però offrono l’immagine di un operare lento e incerto. Le spiegazioni tuttavia non chiamano in causa solo determinati istituti. La normativa del decreto Liquidità andrebbe rivista per ridurre la documentazione da produrre da parte dei soggetti interessati a ottenere un finanziamento, facendo altresì divieto della richiesta di ulteriori documenti, ma accentuando drasticamente le sanzioni, amministrative e penali, per le infedeli dichiarazioni. Non va poi, dimenticato che il vizio di fondo del decreto sta nel fatto che non si è chiaramente affermato che resta ferma la valutazione del merito di credito da parte della banca. O, meglio, se si fosse voluto introdurre un automatismo completo limitatamente ai prestiti inferiori a 25 mila euro in particolare, allora sarebbe stato necessario derogare espressamente alle norme vigenti in materia e alle disposizioni di Vigilanza: un’operazione non facile – che trasformerebbe gli istituti quasi in soggetti che operano per conto dello Stato – ma affrontabile, anche introducendo la forma di più diretta destinazione, quella del contributo pubblico in conto capitale e a fondo perduto. Detto ciò, per quel che riguarda la legge, vi è poi l’aggravante dei comportamenti segnalati per alcune banche, che invece dovrebbero cogliere l’occasione anche per competere in tempestività ed efficacia nella trattazione delle domande di finanziamento. Abbondano in queste giornate i raffronti con i tempi nettamente inferiori impiegati da parte di banche estere per operazioni similari. Colpita per prima e in modo pesantissimo dalla pandemia, l’Italia non può essere annoverata tra gli ultimi Paesi per quel che riguarda il modo in cui reagisce in campo bancario ai danni economici. Né si può accettare una «involontaria alleanza» negativa tra legge scritta male e lacunosa, burocrazia miopemente guardinga e banche esasperatamente tuzioristiche. Con questi presupposti veramente pensiamo di poterci attrezzare per le sfide della grave recessione? Del resto, basterebbe rifarsi agli inviti promossi da Bankitalia recenemente a proposito del modo di tenere i rapporti con la clientela in questa fase per imprimere una decisa svolta nell’operare da parte dei vertici di quelle banche che in questi giorni sono apparse legate a caterve di documenti da acquisire. (riproduzione riservata)

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