Al riparo dai riscatti

In tempi di crisi i fondi aperti sono spesso costretti a vendite indiscriminate. Così sfumano le differenze fra approcci attivi e passivi Ecco perché gli asset manager si spostano verso gestioni di tipo chiuso
di Francesco Bertolino

Quando c’è brutto tempo i marinai inesperti cercano d’istinto di raggiungere la costa a favor di vento: è la manovra più semplice, ma anche la più pericolosa perché si rischia di finire nella risacca perdendo barca e carico. Simone Strocchi, fondatore e managing partner di Electa Ventures, ricorre a una metafora nautica per spiegare perché a suo parere i fondi comuni aperti sono incapaci di proteggere risparmi e investimenti in tempeste di mercato quale quella scatenata dalla pandemia. «Più si avvita la crisi, più sono obbligati dai regolamenti a cercare liquidità per far fronte a riscatti solo potenziali. Quindi, questi fondi, che già in tempi normali investono poco in titoli di pmi, in tempi di crisi li vendono a piene mani, anche a costo di pesanti perdite per gli investitori. Siamo proprio sicuri allora che illiquido sia sinonimo di rischioso?», osserva.

Per definizione e per legge, i fondi aperti sono tenuti ad assicurare quotidianamente il rimborso totale o parziale del capitale conferito. Ciò li porta, già in momenti normali, a privilegiare l’investimento nelle blue chip, facilmente liquidabili. Nelle fasi di stress sui mercati, poi, i fondi aperti sono spesso costretti dalla compliance a vendere all’unisono in vista di possibili richieste di riscatto. «In Italia ci sono state meno richieste di riscatto e non abbiamo avuto i problemi di liquidità che si sono registrati in molti altri Paesi con le relative difficoltà a far fronte alle margin call», valuta Mauro Panebianco, asset & wealth management advisory Emea leader PwC, «il tema di compliance resta fermo per i fondi aperti perché devono comunque garantire la liquidabilità degli asset in ogni momento». Secondo Strocchi, questo pilota automatico, attivato dalla compliance, è il marinaio inesperto della metafora che obbliga i gestori a scelte di investimento uniformi proprio nel momento in cui potrebbero fare davvero la differenza. «La generale attinenza a regole di compliance rischia di uniformare i comportamenti e di fabbricare bolle di sopravvalutazione o precipizi di sottovalutazione», avverte. Sono in molti ormai a pensare che i fondi aperti, pur rispondendo a meritevoli esigenze di pronta monetizzazione degli investimenti, finiscano per deprimere l’intelligenza gestoria e per sfumare le differenze fra approcci attivi e passivi. «Spesso le performance delle gestioni attive sono valutate in base al benchmark di riferimento: il rischio non è misurato quindi in termini assoluti, ma di scostamento dall’indice di riferimento», sottolinea Tommaso Migliore, ceo della fintech Mdotm. «Questo è un incentivo per il gestore a comportarsi più come un replicante, limitando le posizioni di mercato originali o divergenti». Tanto vale, sostengono allora alcuni, affidare i risparmi a Etf e fondi indicizzati che assicurano pronta liquidità a costi più contenuti. Depone in questo senso l’ultimo report 2020 dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) su risultati e costi dei prodotti di investimento per il retail, relativo al 2018. «Nonostante i fondi aperti a gestioni attiva abbiano registrato performance lorde superiori a fondi aperti passivi ed Etf», calcola l’Esma, «la differenza non è stata abbastanza alta da compensare i maggiori costi applicati dai fondi attivi». In altri termini, tenuto conto delle commissioni, i fondi passivi hanno generato un rendimento migliore per gli investitori. Si tratta ovviamente di una media, da cui sono possibili scostamenti anche significativi. «La gestione attiva ha ancora la possibilità di fare la differenza rispetto a quella passiva anche nei fondi aperti, purché abbia il coraggio di operare una selezione decisa fra le blue chip», controbatte Migliore. I conti del primo trimestre di BlackRock ne sono una dimostrazione, per quanto piuttosto paradossale per un asset manager che su Etf e fondi indicizzati ha costruito la sua enorme fortuna. Gli asset delle gestioni attive, infatti, sono scesi del 9,7% rispetto a fine 2019 (da 1.947 a 1.759 miliardi di dollari), quelli delle gestioni passive invece hanno accusato un calo, più pronunciato, del 16,7% (da 4.935 a 4.111 miliardi di dollari).

Al di là del dato di BlackRock, nelle prossime settimane si capirà meglio se le gestioni passive hanno retto più o meno bene l’urto della pandemia sui mercati rispetto a quelle attive. Il confronto potrebbe dare indicazioni importanti sul futuro dell’asset management, dando carburante all’ascesa dei replicanti o invertendo questa tendenza, inarrestabile nell’ultimo decennio. D’altro lato, potrebbe accelerare un altro trend in atto, l’apertura dei fondi chiusi anche agli investitori retail o semiprofessionali. Già a settembre, per esempio, ha lanciato Demos 1, il primo fondo chiuso di private equity destinato alla clientela retail, con un importo minimo di sottoscrizione di 5mila euro. Altre sgr, puntando a sfruttare gli incentivi fiscali previsti in Italia, hanno invece lanciato o si apprestano a lanciare Eltif, sempre nell’ottica di favorire l’accesso della clientela retail agli investimenti alternativi. Da ultimo, va in questa direzione la proposta del presidente di Assogestioni, Tommaso Corcos, di un pir alternativo, un fondo chiuso con un orizzonte di investimento di 5 anni, destinato a una clientela retail semiprofessionale. L’obiettivo di queste iniziative, conclude Panebianco di PwC, è riuscire finalmente a canalizzare una parte dei risparmi della clientela italiana verso le pmi quotate e non. Se l’esigenza era avvertita già prima della crisi, la pandemia potrebbe dare slancio alla creazione e alla raccolta di questi fondi, dove la gestione attiva può davvero fare la differenza. (riproduzione riservata)

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