Rischio flop per la norma Casse

Dl crescita troppo alto il paletto del 3,5% di patrimonio da investire in venture
Gli enti previdenziali non sarebbero disposti a mettere una fiche tanto pesante su un settore rischioso e illiquido. Si apre una breccia per inserire nel Def, oggi in Cdm, la flat tax. Scintille Salvini-Di Maio
di Luisa Leone

Troppo ambizioso l’obiettivo del decreto Crescita sugli investimenti delle Casse previdenziali in venture capital. La norma, inserita nel provvedimento approvato giovedì scorso «salvo intese», prevede che per accedere alla detassazione dei rendimenti sugli investimenti in economia reale (previsto da una legge del 2016) gli enti debbano destinare il 3,5% del proprio patrimonio al settore, tramite l’acquisto di azioni o quote di fondi dedicati.

Una cifra enorme, più di 2,6 miliardi di euro se si considera il patrimonio complessivo di questi soggetti, che supera i 75 miliardi. Per le Casse più ricche, da quella dei medici, a quella degli avvocati, fino all’Inarcassa, significherebbe dover puntare una fiche da qualche centinaio di milioni di euro su un comparto molto rischioso e poco liquido, non potendolo per altro fare in maniera graduale. Lo scenario cambierebbe se nel computo potessero essere compresi gli investimenti in piccole e medie imprese e quelli in private equity, comprendendo magari anche le operazioni effettuate nei due anni precedenti. In questo caso le risorse da impegnare sul venture puro sarebbero inferiori e potrebbe risultare conveniente sbilanciarsi un po’ su questo tipo di investimento per avere accesso alla defiscalizzazione prevista dalla legge. Diversamente la «Misura per incrementare gli investimenti qualificati di Enti privati di previdenza obbligatoria nell’economia reale», contenuta nel decreto Crescita, rischia di mancare clamorosamente il suo obiettivo. Eventualità che per altro sembrerebbe essere messa in conto dall’esecutivo stesso, visto che nella relazione tecnica che accompagna il provvedimento si legge che esso potrebbe avere per le casse dello Stato un «non quantificabile a priori effetto positivo per via della minore esenzione fiscale complessiva che i contribuenti potrebbero ottenere». Infatti, se si ipotizza che gli sconti fiscali possano essere minori del passato, altro non significa che si immagina che non tutti gli enti che oggi sfruttano questa agevolazione saranno pronti davvero a investire il 3,5% del loro patrimonio in venture capital, condizione posta dal decreto Crescita per ottenere il beneficio.

E proprio il fisco ieri ha tenuto ancora banco nel governo, con la Lega che sembra riuscita ad aprire una breccia nel Def a favore della Flat tax. Dopo giorni di bombardamento sul tema da parte dell’alleato Matteo Salvini, ieri il numero uno del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo, cercando di far suo il tema caro al Carroccio: ««Sarò io il garante che la flat tax si deve fare e che entrerà nel Def». Per quanto mi riguarda, ha continuato il vicepremier e ministro dello Sviluppo e del Lavoro, «l’unica cosa è che deve aiutare il ceto medio, non i ricchi. E’ questo l’obiettivo che ci poniamo perché l’abbassamento delle tasse non è un tema di destra o di sinistra, è un tema sacrosanto su cui si fonda l’esistenza di questo governo».

«E’ nel contratto gli ha fatto eco, il premier Giuseppe Conte», che ha però sparso cautela circa la possibilità di andare oltre le buone intenzioni nel breve periodo: «Se fatta bene, deve anche autofinanziarsi. Necessariamente, ci vuole tempo». Ad ogni modo, il vero vincitore, a fine giornata, sembra Matteo Salvini che non risparmia l’ironia verso il collega vicepremier, che aveva detto di volere una flat tax progressiva: «la flat tax è piatta, non può essere progressiva». Nel merito il leader della Lega ha spiegato: «Stiamo studiando una flat tax fino ai 50 mila euro di reddito familiare. Ci sono diverse valutazioni da fare, l’obiettivo è scegliere il nucleo familiare come nucleo fiscale e scegliere una soglia sotto la quale sperimentare l’anno prossimo tassa piatta». Il compito di tirare il freno, domani in Consiglio dei Ministri in occasione della prevista approvazione del Documento di Economia e Finanza, toccherà con tutta probabilità al ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il quadro economico per la fine del 2019 è infatti tutt’altro che roseo, con la crescita che sarà inchiodata allo 0,1% tendenziale, che potrebbe salire di un paio di decimali nel programmatico per l’effetto dei decreti Sbloccantieri e Crescita, ma che comunque porterà il rapporto deficit/pil verso il 2,4%, lontano dal 2,04% concordato con la Commissione dopo un lungo braccio di ferro. Per non parlare del debito, che risulterà anch’esso in peggioramento rispetto le stime precedenti, sopra quota 132% del prodotto interno lordo. (riproduzione riservata)

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