Nelle pmi il welfare si fa in rete

Le forme di collaborazione e gli strumenti alternativi a vantaggio delle piccole realtà
L’aggregazione consente l’adozione di piani a costi condivisi
Pagina a cura di Antonio Longo

Sempre più importante il ruolo delle reti di imprese nello sviluppo dei sistemi di welfare aziendale e di progetti di welfare territoriale, soprattutto a favore delle piccole e medie imprese. Come rilevato in occasione del recente convegno «Welfare aziendale o territoriale? Quali opportunità per le pmi» organizzato da Unimpresa, senza ricorrere a forme di collaborazione e a strumenti alternativi, per le pmi i costi per avviare progettualità di welfare aziendale risultano spesso insostenibili. Infatti, secondo l’analisi di Unimpresa, se da un lato il welfare aziendale, nel corso degli ultimi anni, anche grazie agli incentivi pubblici, ha registrato un notevole sviluppo nell’ambito della contrattazione aziendale, diventando sempre più strumento di supporto sociale per i dipendenti, oltre che di integrazione salariale obbligatoria in diversi contratti collettivi nazionali di lavoro, dall’altro lato per molte piccole e medie imprese anche l’erogazione di una forma minima di welfare diventa un costo aziendale a volte difficilmente sostenibile. La difficoltà, secondo l’associazione, è dimostrata dal fatto che in molte realtà locali sta prendendo piede un’altra forma di welfare con l’ausilio anche delle strutture pubbliche, ossia il «welfare territoriale». Si tratta di temi sempre più importanti, tenendo conto del progressivo arretramento dello Stato nell’erogazione dei servizi di assistenza per i cittadini e, in proiezione, di un invecchiamento costante della popolazione e di una sempre maggiore richiesta di servizi di assistenza nell’ambito familiare.

Gli ostacoli. Fra i temi affrontati vi sono stati quelli del fisco e degli incentivi, con le pmi che sono penalizzate in quanto l’attuale sistema di agevolazioni favorisce le aziende con più di 100 addetti mentre il 95% delle imprese italiane occupa meno di 10 addetti. Secondo Unimpresa, il legislatore dovrebbe ulteriormente incentivare e promuovere tale strumento nelle realtà più piccole, considerato che se nel prossimo futuro si dovrà investire in innovazione di prodotto, dei processi, dei modelli organizzativi per poter inseguire il cambiamento tecnologico in atto non si può prescindere dal mettere la persona e le competenze al centro della progettualità del welfare aziendale. Una crescita sostenibile delle imprese passa anche dalla consapevolezza del ruolo sociale che rivestono come attori fondamentali per lo sviluppo del territorio e delle comunità. Certamente si tratta di un compito non agevole. Il paper «Dal welfare aziendale al welfare territoriale. Fare rete tra imprese per un nuovo modello di welfare», elaborato dal laboratorio di ricerca avviato da Secondo Welfare e dal Centro Einaudi, nel confermare che secondo i dati Censis nel contesto italiano le micro aziende (fino a 9 dipendenti) rappresentano il 94,7% di quelle totali e il 61% degli occupati è collocato in micro e piccole realtà, sottolinea che la prima fonte di criticità nell’implementazione di piani di welfare aziendale è data dagli aspetti economici per le piccole realtà produttive mentre le «barriere relazionali» legate alla scarsa convinzione del management aziendale rappresentano gli ostacoli maggiori nelle medie e grandi aziende. Il report sottolinea che, per fronteggiare il problema delle dimensioni e incrementare le politiche di welfare aziendale, il Rapporto Welfare Index Pmi 2017 ha evidenziato come il 49,7% delle aziende ritenga importante poter prendere parte a servizi di welfare comuni e condivisi. Inoltre, il 54,2% osserva che un’altra possibilità rilevante sia data dallo stipulare accordi con altre aziende del territorio mentre il 60,8% considera fondamentale il supporto e la consulenza offerte in materia dalle associazioni imprenditoriali.

I vantaggi. RetImpresa, l’associazione nazionale per le aggregazioni e le reti di impresa incardinata all’interno di Confindustria, segue da tempo un progetto finalizzato alla diffusione della cultura del welfare aziendale in rete. Aderendo ad un contratto di rete, infatti, le imprese fanno massa critica e sviluppano economie di scala per avvalersi congiuntamente di convenzioni, strutture e servizi, tanto territoriali quanto nazionali, che possono offrire al complesso dei loro dipendenti e, allo stesso tempo, per condividere alcune spese comuni funzionali a gestire i piani di welfare. La rete rafforza il potere contrattuale delle aziende, permettendo di ottenere dai fornitori condizioni di accesso ai servizi più convenienti. Attraverso lo strumento del contratto di rete il welfare aziendale diventa, quindi, accessibile anche alle piccole e medie imprese.
Esperienze virtuose. Le esperienze di reti per il welfare realizzate all’interno del sistema Confindustria, ad oggi, sono sei e contano complessivamente oltre 50 imprese e circa 12 mila lavoratori. La Rete Giunca (Gruppo imprese unite nel collaborare attivamente) è stata la prima rete d’impresa in Italia, nata nella provincia di Varese, a proporre nuove iniziative di welfare a vantaggio dei dipendenti: è costituita da dieci imprese operanti in vari settori manifatturieri e coinvolge circa 1.700 dipendenti che usufruiscono di agevolazioni nei trasporti, nei servizi sanitari di cura ai familiari e assistenza agli anziani, nelle forme di finanziamento, nella gestione del tempo tra vita lavorativa e privata. A Brescia tredici aziende metalmeccaniche, con circa 2.100 lavoratori, hanno costituito la rete per il welfare Welstep che adotta una piattaforma online per la gestione dei flexible benefits, tramite un operatore specializzato, per condividere attività di formazione, best practices in materia di organizzazione del lavoro e progetti nel territorio di interesse comune. La Rete #Welfare Trentino è costituita da 15 imprese della provincia di Trento, con un bacino di oltre 4.000 dipendenti, prevalentemente pmi. A Bolzano è nata la Rete #WelfareSudTirol che aggrega venti imprese per un totale di oltre 4.500 dipendenti. A Reggio Emilia otto aziende manifatturiere del distretto di Correggio hanno costituto la rete per il welfare «Giano» per un totale di circa 1.700 dipendenti coinvolti. La Rete Poema, nata nella provincia di Avellino con obiettivi di innovazione tecnologica, è costituita da 15 imprese del settore aerospaziale di cui sette hanno deciso di condividere a beneficio dei loro 1.000 dipendenti anche servizi di welfare.

Più benefits nella grandi aziende. L’annuale indagine Confindustria sulle condizioni dell’occupazione nelle aziende segnala che, oltre alla corresponsione di premi, il 15,8% dei contratti aziendali prevede la possibilità che questi siano convertiti in welfare. L’opzione è più diffusa al crescere della dimensione aziendale: nell’industria in senso stretto è prevista dal 9,6% dei contratti in imprese fino a 15 dipendenti, dal 18,7% in quelle con 16-99 addetti e dal 30,5% in quelle con 100 addetti e più. Il 57,6% delle imprese mette a disposizione dei propri dipendenti non dirigenti almeno un servizio di welfare. La forma più diffusa è l’assistenza sanitaria: quasi la metà delle aziende associate versa contributi in fondi integrativi (43,5%), principalmente in applicazione di quanto previsto dai contratti collettivi nazionali di categoria (37,7%). La diffusione della previdenza complementare si attesta al 27,1%, anch’essa soprattutto in attuazione di Ccnl (24,2%). Per entrambe le forme di welfare, la percentuale di imprese che le erogano ai propri dipendenti sale notevolmente tra quelle grandi, in particolar modo nell’industria (76,1 e 72,9%, rispettivamente). Seguono le somministrazioni di vitto e i fringe benefits, messi a disposizione da circa una azienda su cinque. Somme e servizi con finalità di educazione, istruzione o ricreazione rivolti ai dipendenti sono erogati da un’azienda su 20, e una quota, seppur di poco, superiore li eroga a favore di familiari dei dipendenti. Tali percentuali si quadruplicano tra le grandi imprese. Mediamente al 7,7% (ma 18% tra le grandi imprese) la diffusione del «carrello della spesa», ossia un altro tipo di erogazione che offre un concreto sostegno al potere di acquisto dei dipendenti, grazie ad accordi stipulati con specifici esercenti. Infine, al 2,3% si colloca la diffusione di servizi di trasporto collettivo (8,9% tra le grandi aziende) mentre si ferma, in media, al 2,8% la diffusione di forme di assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti.
In costante aumento le reti di imprese. In base al report elaborato da RetImpresa, anche nel corso del 2018 si è registrato un incremento delle reti di imprese, con 817 nuovi contratti formalizzati e con poco oltre ottomila nuove imprese coinvolte. Lo scorso anno, i contratti di rete hanno fatto segnare un tasso di incremento complessivo del 18,9%. Al 31 dicembre 2018, il report ha rilevato l’esistenza di 5.135 reti di imprese di cui l’85% registrate nella forma della rete-contratto (4.357) e il restante 15% come reti dotate di soggettività giuridica (778), per un totale di 31.405 imprese coinvolte (si veda ItaliaOggi Sette del 4 marzo 2019). Le regioni con il maggior numero di imprese sono Lazio e Lombardia, rispettivamente con oltre 8.300 e 3.300 imprese aggregate, seguite da Veneto, Campania, Toscana ed Emilia-Romagna, tutte con più di 2 mila imprese in rete. Alle spalle, Puglia, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Abruzzo con più di 1.000 aziende coinvolte dal fenomeno aggregativo. I settori di provenienza delle imprese retiste risultano essere connessi in prevalenza ad agricoltura, silvicoltura e pesca (19%), commercio (17%) e attività manifatturiere (16%). Con percentuali inferiori, seguono le imprese della filiera turistica con il 9%, delle costruzioni (8%), le aziende che prestano servizi professionali (7%) e servizi di supporto alle imprese (5%).

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