Il welfare sposta i limiti di deducibilità fissati dal Tuir

I chiarimenti sul regime fiscale dei benefit aziendali nella circolare di Entrate e Minlavoro

Pagine a cura di Daniele Cirioli
Zero tasse sul welfare aziendale. Intascare il premio di produttività sotto forma di un benefit, infatti, può azzerare l’Irpef altrimenti dovuta al 10% quando il premio è intascato cash. Se il lavoratore decide di convertire il premio in contributi a favore della pensione integrativa, per esempio, oppure in contributi per finalità di assistenza sanitaria, il relativo importo diventa deducibile dal reddito di lavoro anche oltre i limiti fissati dal Tuir: in entrambi i casi, cioè, il premio dilata i limiti di deducibilità (fino a euro 8.164,57 nel caso di contributi versati dal datore di lavoro a fondi pensione, anziché fino a 5.164,87 euro; fino a euro 6.615,20 nel caso di contributi versati dal datore di lavoro a enti di assistenza sanitaria, anziché fino a euro 3.615,20). A precisarlo è l’Agenzia delle entrate che, d’intesa con il ministero del lavoro, ha emanato la circolare n. 5/2018 (si veda ItaliaOggi del 30 marzo) per illustrare il nuovo regime fiscale d’incentivo a welfare aziendale e premi di risultato.
Fisco soft sul lavoro dipendente. La detassazione è un incentivo di tipo fiscale che mira a favorire la produttività aziendale e il welfare aziendale. Riformata dalla legge Bilancio 2017 (legge n. 232/2016), è stato modificata dal dl n. 50/2017, convertito dalla legge n. 96/2017, e, infine, dalla legge Bilancio 2018 (legge n. 205/2017). Il dl n. 50/2017, in particolare, ha sdoppiato gli incentivi prevedendo, accanto a quello fiscale (a favore solo dei lavoratori), anche uno sgravio contributivo (a favore anche dei datori di lavoro, non solo dei lavoratori).
Campo di applicazione. La detassazione e la decontribuzione sono riservate al solo settore privato e unicamente ai lavoratori dipendenti. Entrambi gli incentivi si applicano, infatti, ai titolari di reddito di lavoro dipendente fino a 80 mila euro e per un importo di premio annuo fino a 3 mila euro, elevato a 4 mila euro, in caso l’azienda coinvolga i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Attenzione; il secondo bonus (sgravio contributivo) si applica esclusivamente ai premi di risultato erogati in esecuzione di contratti, aziendali o territoriali, stipulati dopo l’entrata in vigore del dl n. 50/2017, cioè dal 24 aprile 2017; in tal caso, inoltre, l’importo massimo di premio si ferma a 3 mila euro, senza possibilità di arrivare a 4 mila con il coinvolgimento dei lavoratori. Il doppio incentivo (detassazione e sgravio contributivo) può applicarsi anche a vecchi contratti purché dal 24 aprile 2017 siano stati modificati ovvero integrati al fine di prevedere il coinvolgimento dei lavoratori e a patto che sia stato (o venga) nuovamente depositato (entro 30 giorni).
Gli incentivi. Il primo incentivo (detassazione) è di tipo fiscale; consente l’applicazione dell’Irpef agevolata, con un’imposta sostitutiva al 10%, in luogo dell’Irpef ordinaria e delle relative addizionali. Si applica fino a un certo importo di premio ricevuto dai lavoratori pari, precisamente: fino al 31 dicembre 2017 a 2 mila euro elevabile a 2.500 con il coinvolgimento dei lavoratori in maniera paritetica nell’organizzazione del lavoro; dal 1° gennaio 2018 a 3 mila euro elevabile a 4 mila euro con il coinvolgimento dei lavoratori in maniera paritetica nell’organizzazione del lavoro.
Il secondo incentivo è contributivo; riconosce lo sgravio ai datori di lavoro in misura del 20% dell’aliquota dovuta all’Inps e ai lavoratori in misura del 100% dell’aliquota dovuta all’Inps. Lo sgravio è riconosciuto fino a un importo massimo di 800 euro di premio.

L’istruzione è la più gettonata
Maggiore produzione fa rima con meno spese d’istruzione. Le misure di welfare più richieste dai lavoratori, infatti, sono quelle della categoria «scuola e istruzione» (40% degli acquisti). Seguono: fringe benefit (20%), previdenza (15%), assistenza sanitaria (13%). Lo spiega l’Assolombarda nel 1° Report sul welfare in Lombardia. Con 2.666 accordi attivi (2.358 aziendali e 308 territoriali), secondo i dati del ministero del lavoro, la Lombardia è la regione con presenza più alta di contratti per la produttività e welfare (seguono Emilia-Romagna, con 1.252 contratti, e Veneto con 1.175 contratti).
Contrattazione nazionale. Secondo Assolombarda, il welfare si manifesta nei contratti nazionali quasi esclusivamente in due forme: previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa. Infatti, almeno uno dei due istituti è presente nell’85% dei principali i contratti (i dati fanno riferimento a soli 65 Ccnl dei più diffusi tra gli oltre 700 censiti dal Cnel). Due contratti si distinguono dagli altri: metalmeccanico e orafi, perché prevedono uno specifico importo da destinare alle iniziative di welfare aziendale.
Contrattazione aziendale. Riguardo alla contrattazione decentrata, gli accordi (aziendali o territoriali) che prevedono premi di produttività, e perciò sono stati depositati al ministero del lavoro, ammontano a 28.515 a dicembre 2017, dei quali 15.639 (12.644 aziendali e 2.995 territoriali) ancora attivi (cioè in vigore nell’anno di riferimento). Una parte di questi accordi prevede misure di welfare aziendale: a novembre erano complessivamente 5.236, pari al 33,5% del totale. Al 15 marzo 2018 (ultimi dati del ministero del lavoro), risultano depositate 30.979 dichiarazioni di conformità (sono dichiarazioni propedeutiche alla facoltà di applicazione degli accordi per la detassazione). Di queste, 9.389 si riferiscono a contratti ancora attivi (7.790 aziendali e 1.599 territoriali); 7.400 hanno obiettivi di produttività, 5.423 di redditività, 4.649 di qualità, 1.387 prevedono piani di partecipazione e 3.870 prevedono misure di welfare aziendale. Riguardo alla distribuzione geografica, con riferimento alla sede legale delle aziende, risulta che il 78% dei contratti è stato stipulato al Nord, il 16% al Centro e solo il 6% al Sud; dato quasi in linea, se si considerano i soli contratti attivi: 75% Nord, 17% Centro, 8% al Sud. L’analisi per settore di attività evidenzia come il 58% delle dichiarazioni si riferisca ai servizi, il 40% all’industria e il 2% all’agricoltura; limitando l’attenzione ai soli contratti attivi, risulta: 59% servizi, 40% industria, 1% agricoltura.
Il caso Lombardia. La regione Lombardia registra il più alto tasso di presenza di contratti attivi: 2.666 dei 9.389 complessivi nazionali, cioè il 28% del totale (oltre il doppio dell’Emilia-Romagna, con 1.252 contratti attivi, che si posiziona al secondo posto, e del Veneto con 1.175 contratti attivi, che si posiziona al terzo posto). Secondo i dati Assolombarda (report del 4 aprile scorso), gli accordi aziendali stipulati in Assolombarda nel 2016 e 2017 interessano un totale di quasi 32 mila lavoratori. Sei accordi su 10 contengono previsioni di welfare aziendale, di cui usufruiscono 25 mila lavoratori. Gli accordi aziendali con contenuto di welfare sono il 33% del totale a livello italiano; tra le imprese di Assolombarda, nell’area di Milano, Lodi, Monza e Brianza la percentuale invece supera il 60%. L’analisi degli accordi, riguardo ai benefit a disposizione dei lavoratori, distingue 3 gruppi di benefit (si veda tabella): benefit a presenza diffusa, rilevati nel 75% degli accordi e oltre; quelli a presenza frequente, previsti in almeno un quarto degli accordi; quelli saltuariamente presenti, contenuti in meno di un accordo su quattro.
I benefit di maggior successo sono quelli che supportano formazione e assistenza, facilitano la mobilità, integrano le forme previdenziali o attengono a cultura e tempo libero. Meno spesso, ma comunque frequentemente, il welfare aziendale assume la forma della mensa e buoni acquisti o agevola il lavoratore sotto profili sanitario, finanziario o assicurativo. Più raramente il welfare aziendale è legato alla gestione dei tempi di lavoro (ferie, permessi o orario) o si concretizza in servizi di pubblica utilità o in forme di sostegno alla maternità. Le misure di welfare più richieste dai lavoratori (si veda tabella) sono quelle che rientrano nella categoria «scuola e istruzione» (40% degli acquisti). Seguono per importanza i fringe benefit (20%), previdenza (15%), assistenza sanitaria (13%) e area culturale/ricreativa (11%).

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