La prevenzione comincia a scuola

Idee per la formazione
di Franco Amicucci
Osservando i dati riguardanti la sicurezza nei luoghi di lavoro dell’anno precedente, non si può non considerare il numero di incidenti, infortuni e decessi.
I media danno rilevanza con cadenza periodica a eventi di grande portata, quando coinvolgono un numero notevole di lavoratori o grandi aziende; i lavoratori infortunati o ammalati non trovano spazio nelle cronache e vengono considerati solo nelle statistiche, consultate per lo più dagli addetti ai lavori.
Nel periodo gennaio – dicembre 2017, l’Inail ha rilevato 635.433 denunce per infortunio e malattie professionali. Il dato include 1.029 lavoratori che hanno avuto un infortunio con esito mortale. Le cifre sono sostanzialmente in linea con quanto accaduto nel 2016. Nella maggior parte dei casi i controlli e le sanzioni arrivano quando l’incidente è avvenuto. A posteriori.
Cosa si fa per prevenire?
La legge italiana prevede, per il lavoratore, quattro ore di formazione generale, alla quale si aggiungono quattro ore per chi è esposto a rischio basso, otto per chi è esposto a rischio medio, dodici per il rischio alto. Questa formazione è valida per cinque anni.
Nella convinzione che una migliore qualità della formazione in materia di salute e sicurezza possa costituire un rimedio utile ad abbattere i numeri riportati, non si può non trascurare l’idea di ripartire dalla scuola per creare una sensibilità e una consapevolezza più profonde.
Temi trasversali come l’antincendio, la segnaletica di sicurezza, la movimentazione manuale dei carichi, la guida sicura potrebbero essere trattati sin dalla scuola. Ma come introdurre seriamente una formazione su argomenti percepiti già di per sé come pesanti dai lavoratori, a scuola? Apparentemente sarebbe impensabile. Gli studenti non manifesterebbero il minimo interesse. Per giunta vedono il lavoro come una chimera, per quale motivo dovrebbero interessarsi alla sicurezza in un posto in cui, secondo loro, non andranno mai? Hanno certamente di meglio a cui pensare, e non a torto, dal loro punto di vista.
È necessario anticipare le esigenze, le loro esigenze, cercando di mettere insieme cosa veramente gli interessa e cosa dovrebbe interessarli o è meglio che sappiano nel futuro.
L’idea di introdurre la realtà virtuale nelle scuole e mettere a disposizione degli studenti strumenti adeguati per conoscere al meglio quella che sarà la tecnologia dei prossimi anni, facendone proprio un lavoro, chissà, potrebbe rappresentare per loro un compromesso tutto sommato accettabile. Gran parte degli studenti non la conosce ancora, cioè gran parte degli studenti non ha ancora indossato un caschetto con il quale la realtà sembra prossima come il naso e tutto è possibile. Anche toglierselo, il casco, e pensare che cos’è questa?
La realtà è che alcune aziende utilizzano già questa tecnologia per formare i propri dipendenti in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. I costi non sono eccessivi e il coinvolgimento è totale. Ci sono software in grado di riprodurre esattamente un luogo di lavoro, i rumori che ci sono dentro, gli spazi, le altezze e possono arrivare a far sentire la sensazione di avere le vertigini se si è troppo in alto. In questo modo laboratori ed esercitazioni conserverebbero una buona dose di verosimiglianza e consentirebbero di imparare moltissimo.
Il grande vantaggio della realtà virtuale è di poter commettere ancora errori; gli stessi che la realtà così com’è, a giudicare i dati, non ci consente più.
Italia Oggi 7 Italiaoggi7 Fonte:
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