Aon: sale la probabilità di guerre fra Stati

Mai così alta dalla fine della Guerra Fredda
di Marcello Bussi
La probabilità di guerre tra Stati, anche con il coinvolgimento delle grandi potenze, ha raggiunto il livello più alto dalla fine della Guerra Fredda. È quanto emerge dall’ultima Risk Map di Aon, che analizza i rischi politici, il terrorismo, e gli episodi di violenza politica a livello internazionale è giunta alla sua ventunesima edizione. Andrea Parisi, amministratore delegato e direttore generale di Aon spa, ha sottolineato che il gruppo «è in prima linea nella valutazione del rischio e nell’applicazione di processi di risk management a tutela dei business delle imprese che si sviluppano al di fuori dei confini nazionali».
Come ha osservato Henry Wilkinson, capo dell’intelligence e dell’analisi di The Risk Advisory Group, che insieme a Continuum Economics ha collaborato alla stesura della Risk Map, «la crescente competizione geopolitica, ciò che l’amministrazione americana ha definito il revisionismo russo e cinese, e un deficit di leadership nella diplomazia internazionale contribuiscono a un rischio prolungato o crescente di conflitti armati». Anche le divisioni tra le potenze occidentali di fronte a minacce e rischi complessi hanno contribuito a ridurre la sicurezza globale e a generare una maggiore incertezza strategica.

Inoltre è interessante notare come, nel corso dell’anno passato, i legami commerciali dei Paesi asiatici si siano spostati dagli Stati Uniti verso la Cina. Questo cambiamento è dovuto allo sviluppo economico del Dragone e alla sua ascesa a gigante del commercio internazionale. Alla luce di ciò le esportazioni dei Paesi asiatici verso gli Usa sono diminuite da circa il 23% delle esportazioni totali nel 2000 al 12% negli ultimi anni. D’altro canto le esportazioni dei Paesi asiatici verso la Cina sono più che raddoppiate nel corso dell’ultimo decennio, raggiungendo il 23% sul totale dell’export attuale.
Un fattore positivo è però emerso: la minaccia rappresentata dallo Stato Islamico ha smesso di espandersi, pur non avendo ancora cominciato a ritrarsi. Nel 2017 l’Isis ha lanciato attacchi in 29 Paesi su cinque continenti, un numero pari a quello del 2016, e maggiore di quello del 2015, quando erano stati colpiti 19 Paesi. Tuttavia, il raggio di azione dello Stato Islamico a livello globale sembra avere ormai raggiunto l’apice, e appare probabile che il numero di Paesi in cui è in grado di colpire con attacchi diretti, o di ispirare lupi solitari a farlo, sia destinato a diminuire nel 2018. (riproduzione riservata)
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