Le spinte nazionaliste non piacciono a Swiss Re

“Il nazionalismo non è una buona cosa per nessuno. E non lo è ora così come non lo sarà in futuro”. Parole chiare quelle pronunciate da Moses Ojeisekhoba, CEO di Swiss Re, in occasione di un incontro tenutosi nei giorni scorsi a Toronto con i principali manager dell’industria assicurativa canadese. Ojeisekhoba ha deriso la Brexit bollandola come il frutto di un crescente fervore nazionalista e poi, anche senza citarlo espressamente, ha fatto riferimento alle parole pronunciate da Donald Trump in campagna elettorale circa le sue intenzioni di favorire nuove misure protezionistiche. Ovvero, la realizzazione del cosiddetto “Trump Trade”: la rivoluzione nei rapporti commerciali degli Usa con il resto del mondo, a partire dalla cancellazione del TPP che ha rappresentato il primo passo verso il programma “America First”, che prevede lo smantellamento dei trattati di libero scambio stipulati dall’amministrazione Obama: il TTP, il TTIP con l’Europa e il NAFTA, il trattato di libero scambio con il Canada e il Messico, stipulato nel 1992. Politiche protezionistiche che secondo il CEO di Swiss Re potrebbero essere il detonatore di una guerra commerciale su vasta scala. Insomma questa ondata di nazionalismo secondo Ojeisekhoba è pericolosa un po’ per tutti. “L’attuale situazione geopolitica tende a muoversi verso un crescente protezionismo e un maggiore nazionalismo. Ma ciò sarebbe deleterio e credo piuttosto alla forza dei concetti chiave della globalizzazione che sono esattamente l’opposto di questa tendenza, andando verso una struttura complessiva che possa trarre vantaggio dalle specificità dei diversi Paesi. Penso però che l’attuale tendenza a rinchiudersi e ad alzare barriere sia un qualcosa di negativo per lo sviluppo di tutti e per invertire la tendenza ci vorranno almeno dieci anni”.

 

Al di là di queste osservazioni di carattere generale, Ojeisekhoba ha anche detto che per trovare le origini della presidenza Trump, della Brexit e delle spinte al nazionalismo bisogna tornare al 2008, quando la crisi finanziaria iniziò a farsi sentire con mano in ogni angolo del globo.

“Il protezionismo non è una esclusiva dei paesi ricchi, anche nelle economie emergenti, vengono adottati gli stessi provvedimenti normativi e le stesse misure protezionistiche”.