di Franco Adriano e Giampiero Di Santo

Pensioni, ci risiamo. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan apre a modifiche non escludendo una soluzione governativa sulla flessibilità in uscita. Il presidente dell’Inps Tito Boeri lancia l’allarme: o si interviene o perderemo intere generazioni, in particolare i nati negli anni ’80 rischiano di andare in pensione solo a 75 anni.

I sindacati tornano alla carica e chiedono al governo di rispolverare la concertazione. «Sono aperto a forme di finanziamento complementare che si possono studiare» in tema pensionistico, ha detto Padoan rispondendo alle domande dei parlamentari nel corso dell’audizione parlamentare sul Documento di economia e finanza. «Ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi e sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro per migliorare le oppurtunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mondo del lavoro», ha spiegato il titolare del Tesoro. Tuttavia, «la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica è un tema su cui il Def non si pronuncia», ha aggiunto Padoan sottolineando che «il sistema pensionistico è uno dei pilastri di sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea». E se la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, aspetta Padoan «alla prova dei fatti: speriamo che il suo non sia solo un auspicio ma una reale disponibilità del governo ad aprire finalmente un confronto con il sindacato sul ripristino della flessibilità in uscita», il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, manifesta un maggiore scetticismo parlando di aperture virtuali: «Quella di Padoan un’apertura? Non è neanche un oblò! Mi sembra che non siano state postate le risorse necessarie e che si tratti di un’apertura virtuale».

L’ennesimo allarme di Boeri

Proprio ieri il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha chiamato in causa la politica sulla riforma delle pensioni dicendo che deve decidere cosa fare. «Noi le nostre proposte le abbiamo fatte. Quasi un anno fa le abbiamo presentate al governo, le abbiamo rese pubbliche ad ottobre. Il nostro contributo lo abbiamo dato. Adesso chiaramente spetta alla politica decidere cosa fare. Mi auguro che qualcosa venga fatto», ha detto Boeri. «Sicuramente il tema dell’uscita flessibile è un tema che va affrontato», ha poi aggiunto, «l’ho già detto più volte, non fra cinque anni, va fatto, credo, adesso». Poi l’allarme più specifico: la generazione del 1980 rischia di andare in pensione con un ritardo anche di 5 anni, arrivando così a 75 anni di età. Il motivo, ha spiegato Boeri, sono gli anni di discontinuità contributiva, ossia quegli anni «persi» a causa di un lavoro sempre più frammentato. In uno studio effettuato proprio sulla classe ’80, ha detto il presidente dell’Inps, «abbiamo preso in considerazione i lavoratori dipendenti ma anche gli artigiani, e persone che oggi hanno 36 anni e che probabilmente, a causa di episodi di disoccupazione, hanno una discontinuità contribuitiva di circa due anni». Il che significa che «invece di andare in pensione a 70 anni rischiano di andarci due, tre o anche cinque anni dopo perché privi dei requisiti minimi». Questa settimana comunque partiranno le prime buste arancioni: «Saranno 150mila e sono delle buste che contengono informazioni di base» sulla vita previdenziale di ciascuno.
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