di Guido Salerno Aletta

Nel dibattito sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano bisogna intendersi, una volta e per tutte, su una questione di fondo, che attinge al modello di crescita economica. Se si rimane in un contesto di piena occupazione, con i contributi che consentono di pagare le prestazioni, allora il sistema regge, altrimenti no.

Alta disoccupazione, bassi salari e stagnazione economica portano qualsiasi sistema previdenziale a ripartizione al fallimento.
Di converso, la progressiva finanziarizzazione dell’economia italiana, con una crescente destinazione degli investimenti all’estero, mina dalle fondamenta l’intero sistema. Quando si investe oltre frontiera, con gli investimenti diretti ci si limita ad incassare i dividendi, mentre lì si crea il lavoro e si pagano salari e contributi. Con gli investimenti di portafoglio si incassano gli interessi ma si finanziano iniziative all’estero. Militano invece in senso positivo la crescita dell’export e il saldo attivo della bilancia dei pagamenti correnti, a condizione che questo surplus sia destinato a nuovi impieghi interni.

Ci dobbiamo confrontare con questi numeri: nell’arco dei dodici mesi terminati a febbraio scorso, gli italiani hanno fatto investimenti di portafoglio all’estero per 94,2 miliardi di euro, mentre i disinvestimenti dall’estero sono ammontati a 43 miliardi.

Gli investimenti diretti sono stati di 12,7 miliardi, mentre dall’estero sono state effettuate acquisizioni per 7,7 miliardi. L’attivo della bilancia dei pagamenti correnti è stato di 36,8 miliardi di euro. Il deflusso di capitali, ufficiale e legittimo, di oltre 100 miliardi di euro ha reso vano il tentativo di riavviare la crescita con il deficit pubblico: si versa acqua in un catino bucato. I capitali investiti all’estero sono stati il triplo di quelli presi a prestito dallo Stato per sostenere l’economia.
C’è poi la questione del secondo pilastro previdenziale, integrativo e a capitalizzazione, introdotto con il passaggio al calcolo della pensione con il metodo contributivo. Se un rapporto più elevato tra contributi e prestazioni rende più sostenibile il sistema a ripartizione, è praticabile a due condizioni: che i salari si mantengano ad un livello adeguato, in modo da poter sostenere il pagamento delle quote di adesione al fondo pensionistico; e che i mercati finanziari offrano rendimenti adeguati. Di recente, ciò non accade: le giovani generazioni, che avrebbero teoricamente il tempo necessario per costruirsi questo percorso, non trovano lavoro o hanno salari al limite della autosufficienza; i mercati forniscono rendimenti irrisori se non negativi.

Eludendo questi problemi, la sostenibilità dei conti previdenziali è stata affrontata ricorrendo all’allungamento dell’età lavorativa: così facendo, si è tirata la coperta della occupazione trattenendo al lavoro i più anziani, per poi lamentarsi dell’esistenza di una intera generazione persa. In conclusione, non reggerà il sistema a ripartizione, per via dei pochi occupati e dei bassi salari; sarà insolvente un sistema del calcolo contributivo per via delle carriere interrotte o cominciate troppo tardi.

I dati del bilancio dell’Inps rendono un quadro nitido della situazione: nel 2016, lo Stato riceverà ben 695 milioni di risparmi gestionali; il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti indica un avanzo di ben 5 miliardi, frutto delle misure correttive assunte negli ultimi anni, mentre sono in cronico passivo le gestioni trasporti (-902 milioni), elettrici (-2 miliardi), telefonici (-1,3 mld) ed ex Inpdai (-4 miliardi). Questa è l’eredità del passato, ancora difficile da digerire. Per quanto riguarda gli altri comparti, sono deficitarie le gestioni di commercianti (-1,5 miliardi), artigiani (-5,7 miliardi) e coltivatori (-3,8 mld), mentre la più recente gestione dei parasubordinati ha un consistente attivo (7,2 miliardi). I residui attivi dell’anno, contributi accertati ma non versati, ammontano ad altri 12 miliardi: sommati ai precedenti, si arriva a 168 miliardi. Le relazioni tra crisi dell’economia reale e tensioni nel sistema previdenziale sono palesi.

Sfugge a questa realtà la narrazione sottesa all’invio delle «buste arancioni» da parte dell’Inps: prospettano un futuro inaccettabile, che suscita malcontento, visto che c’è chi si troverà costretto a rimanere a lavorare fino a 75 anni se non vorrà accontentarsi di una pensione che non arriva neppure alla metà dello stipendio attuale. La conseguenza, altamente politica, non sarà di indurre ad un maggior risparmio previdenziale, ma di far considerare come «ladri di futuro» coloro che oggi beneficiano delle pensioni. Per risolvere il problema della povertà e della disoccupazione, si tenderà ad aggredire le pensioni attuali, innescando una sorta di guerra tra giovani ed anziani.

Se il nesso tra economia e sistema previdenziale a ripartizione è inestricabile, ancor più lo è quello tra crescita economica ed occupazione. La alternativa radicale è quella di rimettere in fase lo sviluppo tecnologico, gli enormi aumenti di produttività dovuti alle tecnologie Ict, con l’organizzazione del lavoro, così come era stato auspicato da Giovanni Agnelli nella lettera che scrisse a Luigi Einaudi il 5 gennaio del 1933: per riassorbire la disoccupazione occorre ridurre drasticamente, pur mantenendo invariati i salari, l’orario di lavoro. Si era a valle di una profondissima crisi finanziaria mondiale, con un livello di disoccupazione arrivata a livelli da capogiro: quella che avevano portato Hitler al potere in Germania.

Oggi, come allora, ci troviamo di fronte ad un collasso della domanda internazionale e ad una situazione di capacità produttiva esuberante dappertutto. Prima della crisi, era stata alimentata dal credito, interno ed internazionale, leva oggi non riattivabile in considerazione delle aspettative di redditi stagnanti se non calanti.

Einaudi così rispose ad Agnelli: «la disoccupazione tecnica non è una malattia. È un fattore di crescenza, un frutto di vigoria e sanità. È una malattia della quale non occorre che i medici si preoccupino gran fatto, ché essa si cura da sé».

Molto più tardi, Einaudi cambiò idea, anche sull’inflazione necessaria ad abbattere il debito colossale ereditato dalla guerra. Si doveva fare lo stesso nel 2011, quando ancora erano possibile misure straordinarie utilizzando come contropartita il demanio pubblico. Invece, abbiamo adottato una serie di misure fiscali draconiane che hanno provocato una recessione profonda e lunghissima, fatto saltare centinaia di migliaia di imprese, ingolfato di sofferenze i bilanci bancari, raddoppiato la disoccupazione e ingigantito il debito. La cura ha aggravato il male.

Ora ci si lava perfino le mani: «Ti comunico che sei stato condannato. Da pensionato sarai povero». Una busta arancione, e dentro una lettre de cachet. (riproduzione riservata)
Fonte: