di Luca Gualtieri

 

Fin da gennaio Andrea Resti ha dichiarato pubblicamente il proprio dissenso verso la riforma delle banche popolari. Oggi, però, il docente della Bocconi (che è anche vicepresidente del Banking stakeholder group dell’Eba) preferisce guardare al futuro e alle opportunità offerte dalla trasformazione in spa.

Ad esempio favorendo la partecipazione di tutti gli stakeholder e progettando una governance lineare dove chi ci mette i soldi comanda. Senza dimenticare l’opportunità di mantenere in vita la cooperativa attraverso lo scorporo dalla spa bancaria.

Domanda. Professor Resti, la riforma delle popolari è legge e da sabato 11 iniziano le assemblee. In che modo le banche dovrebbero presentarsi ai soci?

Risposta. Credo, in via generale e senza pensare a casi specifici, che si dovrebbero ricercare strumenti per continuare a favorire la partecipazione di tutti gli stakeholder, inclusi i lavoratori o quegli azionisti che dovessero decidere di organizzarsi in forma cooperativa.

D. La consultazione di Banca d’Italia sulle disposizioni attuative si focalizza sul rimborso delle azioni. Tra i soci c’è una certa preoccupazione a riguardo. Qual è la sua opinione?

R. C’è da gestire un processo delicatissimo, perché questa riforma ha espropriato i piccoli soci dei loro diritti di controllo limitando la possibilità di ottenere un indennizzo monetario, specie per le banche non quotate. Per trovare un punto di equilibrio mi pare importante lasciare alle banche tempi adeguati per progettare la nuova governance.

D. E come dovrebbe essere questa nuova governance? Condivide l’idea di creare noccioli duri di azionisti o preferirebbe una public company?

R. Confesso che ho una visione un po’ da libro di testo della società per azioni: dove chi ci mette i soldi comanda e, se incorre in conflitti di interesse, viene fermato in tempo. Ma non so quanto sia realistico ragionare così nel Paese dei nocciolini e dei debitori di riferimento.

D. Qualche banchiere sta ragionando su uno scorporo analogo a quella previsto dalla Legge Amato per le ex casse di risparmio. Ritiene che sia una strada praticabile?

R. Mi pare esistano grandi gruppi assicurativi quotati il cui azionariato fa riferimento – giustamente senza che nessuno gridi allo scandalo – a società cooperative. Mi stupirei se ciò venisse in astratto vietato alle banche.

D. Le due grandi banche non quotate coinvolte nella riforma hanno deciso di svalutare pesantemente le proprie azioni. La ritiene una decisione virtuosa?

R. È una decisione tecnica e per esprimere un’opinione bisognerebbe conoscerne tutti i dettagli. Certo lo scenario macroeconomico di bassi tassi e bassa crescita può aver consigliato una revisione delle valutazioni anche a prescindere dagli effetti del decreto.

D. C’è grande aspettativa sul processo di m&a che potrebbe svilupparsi attorno alle popolari. Che cosa succederà?

R. Mi pare ragionevole attendersi un paio di operazioni di rilievo. Sperando che i soci mantengano alta la guardia rispetto a progetti di espansione che potrebbero rispondere più all’hubris (l’eccesso di fiducia in sé stessi, ndr) dei manager che all’interesse degli investitori.

D. Lei è sempre stato critico verso la riforma. Ora che il decreto è legge, vede qualche opportunità in questa trasformazione?

R. Sono pragmatico, credo si debbano sempre fare i conti con la realtà senza indugiare in recriminazioni. Un aspetto positivo di questa riforma è che dà più peso ai grandi investitori istituzionali: spero sappiano muoversi con coraggio e autonomia, portando nella stanza dei bottoni opinioni qualificate e indipendenti.