Fondi italiani ancora troppo cari spunta l’advisor sul modello Usa

Marco Frojo

Milano L’ allarme è stato lanciato qualche tempo fa da tre professori della London business school i quali, senza neanche dover fare ricorso a complicati calcoli, rilevavano come, in un contesto di bassi ritorni come quello attuale, le alte commissioni applicate da molti fondi d’investimento siano semplicemente insostenibili. Quando i mercati generano rendimenti a due cifre — è il ragionamento di Elroy Dimson, Paul Marsch e Mike Staunton — il sottoscrittore dei fondi può sopportare anche commissioni nell’ordine del 2% ma, quando il rendimento scende, commissioni così alte rischiano di annullare, o quanto meno penalizzare seriamente, qualsiasi guadagno. La situazione è ancora più delicata per il mercato obbligazionario: i tre professori si attendono un ritorno medio annuo dello 0,5%, contro il 6% registrato tra il 1980 e il 2012. Margini per commissioni alte, dunque, non dovrebbero proprio essercene. Anche se i docenti della prestigiosa università londinese non hanno preso in considerazione il caso italiano, il loro discorso vale in particolare modo per l’Italia, dove i costi dei fondi continuano a essere fra i più alti in Europa, assieme a quelli della Spagna. Alla fine del marzo scorso, secondo i dati raccolti da Morning-star, il costo medio di un fondo azionario Italia era del 2,34%, di un fondo azionario Spagna del 2,12%, di un fondo azionario Francia dell’1,85% e di un fondo azionario Germania dell’1,59%. «In Italia il costo complessivo

dei fondi è così caro soprattutto a causa della componente relativa alla distribuzione — spiega Dario Portioli, senior fund analyst di Morningstar — La componente relativa alla produzione è invece relativamente bassa». Nel nostro Paese continua infatti a dominare la distribuzione tramite il canale bancario che privilegia la retrocessione come retribuzione per la vendita. Secondo una ricerca di Morningstar fra i fondi venduti in Italia nel periodo 2007-2011, i fondi azionari Italia hanno registrato un lieve aumento dei costi, mentre i fondi azionari Eurozona e quelli internazionali non hanno fatto registrare sostanziali variazioni dei costi. Ciò che colpisce di più nei dati raccolti da Morningstar è che il costo medio di un fondo «azionario Italia» (2,27% nel 2011) sia uguale o leggermente superiore a quello di altri che investono su aree geografiche più ampie. Ciò è in contrasto con una semplice considerazione: è ragionevole pensare che le analisi condotte su un elevato numero di mercati azionari richiedano personale e risorse (e quindi costi per i sottoscrittori) maggiori. Ma non è così osservando il dato medio dei costi dell’«Azionario Eurozona» e dell’«Azionario Internazionale » (rispettivamente, 2,02% e 2,24% nel 2011). La situazione è leggermente migliore se si guarda ai fondi obbligazionari governativi e diversificati in euro, dove è emerso un trend di ribasso dei costi di gestione. «Qualcosa si sta muovendo anche in Italia — prosegue Portioli — e a favorire il cambiamento sono soprattutto fattori di carattere normativo: le novità introdotte dalle direttive Ucits stanno portando ad una armonizzazione del settore a livello europeo». I risparmiatori, inoltre, stanno convogliando i propri risparmi verso i fondi di qualità, costringendo quelli più cari e meno redditizi a rincorrere i primi della classe. In questo contesto resta da vedere quale sarà il successo del consulente finanziario indipendente, una novità per il mercato italiano introdotta dalla Mifid nel 2007. Negli Stati Uniti l’investment advisor è una figura di grande importanza nel campo del risparmio gestito e la sua retribuzione viene esclusivamente dalle «fees» pagate dal cliente. Egli non percepisce alcuna commissione dalla banca o dalla società di gestione e proprio per questo viene considerato un professionista libero da conflitti di interesse. L’avvento di questa figura rappresenterebbe una rivoluzione per il sistema italiano, dove la vendita allo sportello continua a rappresentare il principale canale di distribuzione. Come rilevato dalla Consob, qualche miglioramento lo si incomincia a intravedere anche sul fronte della diversificazione del portafoglio. «I servizi di consulenza possono contribuire a correggere alcuni errori tipici che commette l’investitore retail (eccessiva concentrazione della ricchezza sui depositi, scarsa diversificazione del portafoglio per rischio di mercato e di emittente, trading eccessivo) generando un impatto positivo sull’integrità, sullo sviluppo e l’efficienza del mercato dei capitali », ha scritto l’autorità di vigilanza sulla Borsa in uno studio. [ I CASI ] 1 2 Dario Portioli (1) Senior fund analyst Morningstar; Giuseppe Vegas (2) Presidente Consob