Una ragnatela di intrecci pericolosi

Tutte le strade di Piazza Affari passano da Mediobanca, Intesa e Unicredit. Una nuova triade che dovrebbe debuttare con Parmalat

di Cinzia Meoni – 16-04-2011

PARTECIPAZIONI INCROCIATE È nato ufficialmente un nuovo triumvirato: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Dopo gli anni d’oro di Mediobanca pronta a intervenire a fianco alle maggiori imprese italiane per sostenerne i progetti di ristrutturazione e di sviluppo e che, in asse con la controllata Generali, ha dato origine al capitalismo privato tricolore. E dopo gli anni caratterizzati dal protagonismo del tandem tra Intesa Sanpaolo e Mediobanca, con il defenestramento lo scorso autunno di Alessandro Profumo (ex numero uno di Unicredit) da un lato e il «dimissionamento» forzato, la scorsa settimana, di Cesare Geronzi (ex presidente di Generali) dall’altro, prende vita un nuova triade del potere finanziario di Piazza Affari. Un asse che rischia di complicare ulteriormente il caotico labirinto di partecipazioni reciproche, incrociate o meglio intrecciate che come si evidenzia in tabella caratterizza la mappa del potere di Piazza Affari collegando i migliori salotti buoni della famiglie imprenditrici italiane, all’universo del credito per poi discendere dalle holding di famiglia alle società operative. Tutti o quasi partecipano a tutto. Almeno una volta ammessi nell’élite di Piazza Affari. Anche solo rimanendo nei confini noti, ovvero nelle partecipazioni superiori al 2% o evidenziate nei bilanci societari e senza voler entrare nel più complesso universo dei finanziamenti, è ben visibile. Basti solo pensare all’asse tra Generali e Mediobanca, nel cui azionariato di riferimento, per quanto assurdo possa sembrare trovano posto alcuni dei principali competitor del Leone (che rappresenta il 48% della caitalizzazione di Borsa di Piazzetta Cuccia), dal gruppo dei Ligresti, a Mediolanum e per finire alla francese Groupama che da mesi sta cercando il modo migliore per rafforzarsi sul mercato italiano.
A quanto pare anche Unicredit, che all’epoca di Alessandro Profumo si era rivelata piuttosto restia al partecipare al complesso risiko di sistema, ha risposto alla chiamata alle armi, mentre il Leone dovrebbe tornare al business più tradizionale più prudenziali senza più concendersi quelle «divagazioni» di sistema che tanto sembravano piacere al manager di Marino che in un’intervista alla stampa straniera, pochi mesi fa, aveva parlato di possibili investimenti in banche e infrastrutture, sconcertando azionisti e amministratori. Come avevano anche evidenziato le parole di Diego Della Valle lo scorso febbraio: «La partecipazione in Rcs Mediagroup (dove Generali ha il 3,95% e Della Valle il 5,49% ndr) non serve, non è core business del gruppo, crea anche dei malumori e non ha senso per lo sviluppo» ha dichiarato l’imprenditore marchigiano. E in effetti, sono in tatti ad attendersi che la primavera di Trieste tocchi quanto prima passare anche dal gruppo editoriale milanese che edita il Corriere della Sera nonostante il patto di sindacato sia formalmente in scadenza nel 2013. E prima ancora passi da Piazzetta Cuccia dove a fine anno è in scadenza il patto di sindacato che vincola il 44% del capitale (i soci hanno tempo fino al 30 settembre per inviare disdetta). E infatti si è già scatenata la bagarre per quello che a buon diritto è considerato uno dei principali avvenimenti dell’anno borsistico. Già si vocifera di una riduzione della quota sindacato al 30% dall’attuale 44% e nel mirino vengono messe proprio le quote in capo degli amici storici di Geronzi. A iniziare da quel Vincente Bollorè che tramite Financière du Perguet S.A. detiene il 5,06% del capitale di Piazzetta Cuccia (e ha facoltà di salire al 6% del capitale) e che ha subito tenuto a precisare di non aver alcuna intenzione di uscire dal patto, almeno fino al 2022. Insomma l’élite fa gola a tutti nonostante, come dimostrano anche gli ultimi conti della francese Groupama (azionista al 4,9% di cui peraltro solo il 3,09% è sindacato), farne parte costi caro. Per la compagnia assicurativa francese, che sta da mesi cercando di mettere piede nel gruppo dei Ligresti, occupare le pregiate poltrone di a Piazzetta Cuccia è costato una minusvalenza latente di 205 milioni (il costo di acquisizione della quota, al netto degli accantonamenti è di 493 milioni contro un fair value al 31 dicembre 2010 di 288 milioni).
Molto prima tuttavia è atteso il debutto del triumvorato. Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca sono infatti coinvolte in una delle vicende più controverse della primavera: la difesa dell’italianità di Parmalat dalle mani della francese Lactalis (oramiaa l 29% del capitale). Sono varie le ipotesi a cui sta lavorando il pool di istituti ma comuque necessariamente devono passare da almeno una delle due soluzioni: acquistare la quota dei francesi di Lactalis ammesso che siano disposti a vendere e lanciare un’Opa sul 60-70% della società di Collecchio. Una soluzione di sistema che a scelta potrebbe replicare quella adottada per Alitalia o con Telecom Italia. Quest’ultima infatti nel 2007 all’epoca della messa in vendita da parte di Pirelli della partecipazione di riferimento nel gruppo tlc, Roma aveva chiamato i rinforzi dall’universo del credito a difesa della strategicità della rete dalle mani di gruppi stranieri eventualmente sgraditi al Governo. Un’operazione evidentemente di sistema che anche per questo, con una certa ciclicità, viene messa sotto esame a Trieste dai piccoli azionisti nel corso dell’assemblea di fine aprile. Solo Unicredit se ne era tirato fuori. E in effetti è proprio negli ultimi anni della gestione di Alessandro Profumo che Piazza Cordusio si disfa di tutte le partecipazioni, soprattuto quelle eraditate nel corso del lungo processo di consolidamento, non più redditizie e comunque non strategiche (da Rcs Mediagroup a Fiat), per concentrarsi sul business bancario e sulla espansione oltre confine. Ma anche per Unicredit ci può sempre essere una prima volta. Diversi sono invece i casi dell’intervento di Piazza Cordusio in Risanamento (con il 14,4% del capitale) a fianco di Intesa Sanpaolo (al 35,97%) o piuttosto nella vicenda As Roma. In entrambi i casi infatti Piazza Cordusio figurava tra i creditori.