Ora il conflitto giovani-vecchi sulle pensioni sta esplodendo

Pagine a cura di Ignazio Marino

Quello previdenziale/pensionistico è un cantiere che va riaperto. E anche al più presto. Lungi dall’aver raggiunto, a distanza di 15 anni dalla privatizzazione delle casse, quella maturità di sistema necessaria per guardare «in tutti i sensi» con serenità il futuro, infatti, ci sono le prime avvisaglie di un conflitto intergenerazionale bello e buono fra i professionisti che davanti a loro vedono solo sacrifici (per arrivare ad una pensione lontana anni luce dall’ultimo reddito) e quelli che già da tempo hanno consumato la loro dote e oggi vivono di rendita (ovvero sulle spalle dei giovani). Insomma, all’orizzonte c’è la rottamazione dell’idea che «i diritti acquisiti siano intoccabili» e che ai pensionati della vecchia generazione nulla si possa chiedere. Il tutto in un momento in cui gli enti di previdenza sentono già il profumo di quella riforma sul contributo integrativo che, se approvata in tempi rapidi come pare, promette di migliorare l’adeguatezza delle future pensioni. Evidentemente non abbastanza. Vediamo perché il conflitto intergenerazionale è un problema che prima o poi in assenza di riforme strutturali riguarderà tutte le professioni. Il malessere visibile. Sono sicuramente i dottori commercialisti i primi ad aver lanciato il sasso nello stagno, forse perché per primi hanno dovuto fare i conti nel 2004 con un cambio repentino del sistema di calcolo delle pensioni per garantire lunga vita alla cassa: dal retributivo (calibrato sulla media dei redditi degli ultimi dieci anni di carriera) al contributivo (commisurato ai contributi realmente versati durante l’intera carriera). Con la conseguenza di vedere i colleghi più anziani andare in pensione e consumare tutta la loro dote previdenziale in tre anni e con la magra consolazione che ad attenderli a fine carriera ci sarà un assegno che non supererà il 25% del loro ultimo reddito. Ma non sono passati nemmeno dieci anni di rodaggio con il nuovo sistema che i giovani, raggiunta ormai una certa conoscenza della materia, hanno puntato i piedi e cominciato a pensare che spetta a chi ha avuto già tanto fare qualche sacrificio visto che agli under 40 (che sono oltre il 60% degli oltre 50 mila iscritti alla cassa dei dottori commercialisti) si sono accollati il prezzo di mettere in sicurezza la tenuta del sistema. Il conflitto intergenerazionale interno è emerso in tutta la sua problematicità nel corso dell’ultimo congresso dell’Ungdcec di inizio mese (si veda ItaliaOggi del 9 aprile). Di fronte alle prospettive della riforma Lo Presti in itinere che, da un lato, permetterà al contributo integrativo di far lievitare la pensione ma che, dall’altro, comporterà anche l’aumento dell’aliquota soggettiva, l’Unione giovani per voce del suo delegato Enrico Zanetti ha chiaramente detto che «non spetta ai giovani fare altri sacrifici bensì a chi ha già avuto tanto». Un modo per bocciare per tempo il futuro aumento del contributo soggettivo. Una posizione che non mancherà di alimentare il dibattito nei prossimi mesi. Visto che la nuova battaglia dell’Ungdcec, dopo il successo di consensi a Matera, sarà quella di rimettere in discussione i c.d. diritti acquisiti in nome di un trattamento pensionistico «equo per tutti» e non «generoso per pochi e da fame per tutti gli altri». Il momento, fra l’altro, dimostra come ormai l’ipotesi di «fusione fra gli enti dei dottori e dei ragionieri» sia solo un vecchio ricordo. L’attualità ha problemi più urgenti. Il malessere invisibile. Pensare che quello del conflitto intergenerazionale sia un problema per alcune professioni e non anche per altre sarebbe un errore. I sistemi previdenziali hanno concesso nel tempo (si vedano le interviste in pagina) indistintamente «aspettative pensionistiche che oggi appare difficile mantenere». E il sistema di calcolo di tipo retributivo delle pensioni adottato per la maggior parte dei professionisti è sempre più pesante da sostenere per quelle casse che lo adottano. Come dimostrano gli ultimi bilanci tecnici attuariali che, per legge, devono assicurare una sostenibilità almeno trentennale (si veda tabella in pagina). Dall’ultima indagine realizzata da ItaliaOggi su proiezioni inviate ai ministeri vigilanti emerge che gli enti previdenziali di giornalisti, geometri, medici, consulenti del lavoro sono sotto la soglia prevista dalla Finanziaria 2007. Mentre avvocati, architetti e ingegneri e veterinari superano di poco i 30 anni grazie a una serie di recenti riforme che hanno comportato per tutti gli iscritti l’aumento dei contributi da versare e per i più giovani una prospettiva in cui la loro pensione sarà comunque molto più bassa dei colleghi più anziani. Con il problema sempre più evidente del calo dei fatturati nelle varie professioni, fino a quando le nuove leve saranno disponibili a sacrificarsi per garantire il benessere di coloro che hanno avuto semplicemente la fortuna di iniziare a lavorare nel lontano tempo delle «vacche grasse»?