Generali nega contatti in corso con Unicredit

«Non ci sono contatti in corso» tra Generali e Unicredit. Lo ha detto ieri chiaro e tondo l’ad della compagnia triestina, Giovanni Perissinotto, a margine dell’assemblea della controllata Banca Generali, di cui peraltro è presidente. Nei giorni scorsi, anche alla luce di alcune di chiarazioni dell’ad della banca di Piazza Cordusio Federico Ghizzoni, era più volte stata prospettata la possibilità di una collaborazione tra i due gruppi (bancassicurazione), magari nell’Est Europa. Area in cui, tuttavia, «non abbiamo discussioni in corso. Noi crediamo – ha aggiunto Perissinotto – in una diversità di canali: quello principale è quello agenziale, crediamo anche nei promotori, nei canali diretti e anche nella bancassurance», che però è visto come «canale piuttosto marginale come apporto al conto economico». L’ad del gruppo del Leone si è poi espresso sui rapporti intrattenuti con l’altra big bancaria italiana Intesa Sanpaolo, di cui Generali è azionista con il 4,97 per cento. Una partecipazione che, ha tenuto a precisare il manager, è di tipo finanziario e in quanto tale «viene gestita dai nostri dall’area dell’asset management». Quanto all’aumento di capitale da poco varato dal gruppo di Ca’ de Sass, Perissinotto ha spiegato che è in corso un ragionamento da parte della compagnia triestina («quando saranno pronte le analisi dei nostri esperti, le valuteremo»). La sensazione è quella che i vertici del Leone stiano prendendo tempo sul dossier in attesa di arrivare a una decisione definitiva.
Quanto a Banca Generali, specializzata nel risparmio gestito e amministrato, Perissinotto ha sottolineato come per il gruppo l’asset management rappresenti un «settore importante, uno dei segmenti di attività dove l’assorbimento di capitale è decisamente ridotto rispetto al settore assicurativo». È vero, ha ammesso Perissinotto, il Gruppo Generali ha «speso meno dei competitor per questo settore ma, grazie agli acquisti fatti, ora ci troviamo con realtà di grande rilievo». Basti pensare all’Asia, dove a fine 2010, a meno di un anno dall’avvio delle attività, la raccolta attraverso la controllata Bsi si era attestata a 5 miliardi di franchi svizzeri.