Dal ritorno dei dazi USA alla fragilità delle supply chain, una ricerca KPMG–IPSOS mostra imprese consapevoli dei rischi geopolitici ma ancora poco preparate con piani di crisi strutturati

Il recente report KPMG “Competere nell’era del caos. Gli impatti della geopolitica sulle strategie delle imprese” descrive il passaggio da un ordine globale cooperativo a un mondo multipolare “G‑Zero”, privo di una leadership chiara. In questo contesto la geopolitica si intreccia sempre più con l’economia, dando vita a un’età di “geoeconomia” in cui merci, catene del valore e dazi diventano veri strumenti di pressione strategica, più che semplici variabili di costo.

La pandemia, la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente e il “ritorno” di Donald Trump alla Casa Bianca, con una nuova ondata di dazi generalizzati, alimentano un quadro di incertezza permanente che si riflette direttamente sulle decisioni di investimento, localizzazione, approvvigionamento ed energia delle imprese. Per le aziende italiane, le tensioni geopolitiche non sono pi uno sfondo lontano, ma un fattore strutturale del contesto competitivo.

Le aziende: rischi percepiti e assenza di piani di crisi

La survey KPMG–IPSOS ha coinvolto un campione di grandi imprese italiane, circa la metà delle quali opera anche all’estero, soprattutto in Europa e in America (con una quota rilevante negli USA). Secondo il report, il 55% delle aziende riconosce che l’incertezza geopolitica influenza in modo significativo le proprie scelte strategiche, quota che sale al 63% tra chi opera all’estero e al 65% per le imprese con attività negli Stati Uniti.

Nonostante ciò, solo il 25% delle aziende dichiara di avere oggi un piano di crisi strutturato (19% lo aveva già prima, 6 lo ha introdotto di recente), mentre il 75% ne risulta sprovvisto e il 63% non ritiene nemmeno necessario predisporlo. Anche tra le imprese internazionalizzate il dato rimane contenuto: solo il 30% di chi opera all’estero dispone di un vero crisis plan, a conferma di un atteggiamento che il report definisce di “rassegnato attendismo”.

Le principali preoccupazioni: energia, inflazione, dazi e compliance

Guardando ai prossimi 12 mesi, la prima fonte di preoccupazione segnalata dalle imprese italiane sono i costi energetici: il 41% degli intervistati indica l’aumento del costo dell’energia come sfida principale, seguito dall’inflazione e dalla volatilità dei prezzi delle materie prime. I dazi commerciali rappresentano un tema trasversale: il 30% delle aziende cita l’impatto dei nuovi dazi sui costi di esportazione e sugli sbocchi di mercato, valore che cresce tra le realtà più esposte agli USA.

Il report evidenzia anche il peso crescente di altre dimensioni: instabilità dei mercati finanziari legata ai conflitti, aumento di regolazione e burocrazia, difficoltà nel reperire e trattenere talenti, rischio reputazionale e rischi cyber.

In parallelo, circa 6 aziende su 10 si aspettano un aumento dei costi di compliance dovuto alla divergenza normativa tra aree geopolitiche, con il 24% che dichiara di star già sostenendo maggiori costi regolatori.

Fatturato, strategie e diversificazione: tra attendismo e primi movimenti

Nonostante l’instabilità del contesto, il 65% delle imprese prevede che il fatturato resterà sostanzialmente stabile nei prossimi 1–2 anni, il 17% teme un calo per effetto delle dinamiche di mercato e il 12% vede invece opportunit di crescita su nuovi mercati di sbocco. Le aziende che operano all’estero, e in particolare negli Stati Uniti, appaiono pi ottimiste sul medio periodo, pur essendo più esposte ai rischi geopolitici e tariffari.

Alla domanda su cosa fare per “mettere al riparo” il business dall’attuale scenario geopolitico, il 46% delle aziende indica la diversificazione come leva chiave: il 36% vuole diversificare i mercati di sbocco, il 26% i fornitori, mentre il 29% punta su alleanze e partnership e il 25 su piani di continuità e strategie mirate. Colpisce che reshoring, offshoring mirato e friendshoring vengano menzionati solo marginalmente, per l’onerosità e la complessità di ripensare in profondità gli assetti industriali.

Dazi USA e ripensamento delle catene del valore

Per le aziende che operano negli Stati Uniti, il report mostra una doppia dipendenza: da un lato, il 55% dichiara che il fatturato dipende dagli USA in misura rilevante (con una quota non trascurabile di imprese che superano il 30% di ricavi legati a quel mercato); dall’altro, una su due ritiene che i dazi imposti da Washington possano incidere in modo significativo sui propri ricavi, spesso con un impatto stimato tra il 15 e il 30% del fatturato.

In questo quadro, il 29% delle imprese esposte agli USA sta valutando attivamente nuovi mercati alternativi, guardando soprattutto a Sud America, Canada, Medio Oriente ed Emirati, oltre che a Nord Africa, Messico, Turchia e Australia. Parallelamente, KPMG sottolinea come la fragilità delle catene di fornitura – tra guerre dei dazi, conflitti regionali, minacce cyber, scarsità di materie prime critiche e congestione logistica – stia spingendo molte aziende a rivedere il proprio network in chiave strategica, passando da una logica solo di costo a una logica di resilienza e regionalizzazione.

Conclusioni

La ricerca KPMG–IPSOS evidenzia un paradosso: la maggioranza delle grandi imprese italiane percepisce la geopolitica come variabile critica, ma solo una minoranza ha già integrato strumenti evoluti di gestione del rischio (analisi di scenario, risk assessment, piani di continuità) e veri piani di crisi. In molti casi la revisione delle strategie di business non è ancora una priorità: il 40% dichiara di non stare rivedendo i piani e di non avere intenzione di farlo, mentre solo il 4% li ha ripensati completamente e il 35% li ha rivisti parzialmente.

Le raccomandazioni del report ruotano intorno a tre assi: diversificare sbocchi, fornitori e investimenti; rafforzare gli strumenti di intelligence, analisi dati e scenari, anche con il supporto dell’intelligenza artificiale; investire in doppia transizione – energetica e digitale – e in competenze, trasformando il rischio geopolitico in un driver strutturale della pianificazione strategica. Per KPMG, la sfida per le imprese italiane non è evitare il caos geopolitico, ma costruire una cassetta degli attrezzi che consenta di competere nell’“era del caos”, facendo della resilienza una leva di vantaggio competitivo.

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