Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
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Obblighi di rendicontazione di sostenibilità e due diligence solo alle grandi imprese. L’Europa riscrive le regole in materia Esg e restringe il perimetro del reporting alle società e ai gruppi che superano 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato. La due diligence ambientale e sociale viene ridimensionata, le soglie si alzano, viene soppresso l’obbligo di passare alla ragionevole sicurezza (reasonable assurance) per l’attestazione della rendicontazione, mantenendo il livello della sicurezza limitata (limited assurance).Il 24 febbraio 2026 il Consiglio dell’Ue ha dato il via libera definitivo al pacchetto di semplificazione Omnibus I, approvando la posizione adottata dal Parlamento europeo il 16/12/2025 al termine del negoziato interistituzionale (trilogo) sulla proposta di direttiva Com(2025) 81 final. Con la pubblicazione nella Guue del 26 febbraio 2026 della direttiva (Ue) 2026/470 del Parlamento europeo e del Consiglio, la revisione delle regole Esg è diventata ufficiale e formalizzata. Il provvedimento modifica in modo organico la disciplina europea in materia di revisione legale (direttiva 2006/43/Ce), bilancio (direttiva 2013/34/Ue), rendicontazione di sostenibilità (direttiva Ue 2022/2464, Csrd) e dovere di diligenza delle imprese (direttiva Ue 2024/1760 – Csddd)
Se esiste un evidente rischio derivante dalla morte o da un grave infortunio dell’uomo chiave d’azienda, il premio assicurativo della polizza a tutela è un costo inerente che può essere fiscalmente dedotto. La richiamata fattispecie, d’altro canto, evoca un ragionevole comportamento teso a tutelare il mantenimento della continuità aziendale anche a seguito di gravi accadimenti che possano colpire il manager o l’amministratore considerato pedina strategica del business. Nella prassi, infatti, è frequente che le compagnie assicuratrici propongano alla società la stipula di polizze cosiddette key man, che si sostanziano in contratti che tutelano verso il rischio morte dell’amministratore (o degli amministratori), ritenuto figura chiave per l’azienda (vale a dire soggetto senza il quale l’attività faticherebbe a proseguire). Lo scopo, almeno in linea teorica, è quello di assicurare alla società un introito in denaro che consenta di far fronte alla mancanza di una risorsa indispensabile per la prosecuzione dell’attività, in caso di accadimento di un evento luttuoso; con il denaro ricevuto, dunque, la società può astrattamente disporre delle somme necessarie per corrispondere un emolumento a un altro soggetto, con capacità simili al defunto amministratore, in modo da evitare uno stallo dell’attività o, in ipotesi estreme, il default. Pertanto, l’impostazione più limpida della questione richiede che il soggetto beneficiario della erogazione sia la società, a prescindere dal fatto che il soggetto assicurato sia, invece, l’amministratore.
Se i beneficiari della polizza sono gli eredi del soggetto assicurato vacilla l’inerenza del costo sostenuto e viene meno il diritto alla legittima deduzione. Infatti, se il contratto assicurativo ha come risultato finale quello di indennizzare soggetti diversi dalla società che sostiene il costo del premio viene a decadere il ragionamento sopra svolto, constatata la natura extraziendale dell’interesse che soggiace all’operazione. Mancherebbe, dunque, qualsiasi collegamento con l’attività e, per conseguenza, l’inerenza. Ad analoghe conclusioni si deve giungere nel caso in cui, in corso di polizza, si mutasse l’originario beneficiario (società) a favore del nuovo beneficiario (eredi dell’amministratore); se, in origine, l’operazione risultava correttamente inquadrata, al momento della sottoscrizione di tale accordo si sarebbe compiuta una sorta di destinazione del beneficio a finalità estranee all’attività di impresa, con conseguenze assolutamente rilevanti sul versante fiscale. L’atto, peraltro, avrebbe anche delle perplessità di fondo connesse alla legittimità civilistica della stessa; quindi, è raccomandabile una delibera autorizzativa in tal senso che rischia di rappresentare una sorta di segnale di avvertimento in caso di eventuali verifiche. Infine, non diverso appare il caso in cui la copertura della polizza (con beneficiaria la società) continuasse anche nell’ipotesi in cui il soggetto assicurato non rivestisse più la carica di amministratore dell’ente; risulta sin troppo chiaro, anche in tale ipotesi, l’assoluto “vuoto” che si viene a creare in merito alla legittimità dell’erogazione, magari potendosi operare una distinzione tra le polizze a premio unico e quelle a premio frazionato annuale
L’amministrazione finanziaria nutre forti dubbi sulla deducibilità fiscale del premio pagato per le polizze key man. Ove la stipula di una polizza a copertura del rischio vita dell’amministratore (uomo chiave) appare atto legittimo sul versante civilistico, numerose perplessità emergono in ambito fiscale, dove l’amministrazione finanziaria e la giurisprudenza hanno adottato un atteggiamento altamente recalcitrante alla deduzione del costo, dubitando della inerenza del medesimo. Inerenza che, secondo gli approdi più recenti, va verificata esclusivamente verificando la correlazione con attività potenzialmente idonee a produrre ricavi e non, come si sosteneva nel passato, con elementi reddituali. Argomentando in tale direzione, allora, il timore della possibile contrazione o azzeramento del fatturato nel caso di morte dell’amministratore, dovrebbe essere sufficiente a giustificare l’inerenza, ove la presenza del soggetto sia davvero fondamentale (prestazione di attività lavorativa, rapporti con i clienti strategici, impostazione sorveglianza e guida del processo produttivo, ecc.)
Incarichi da svolgere in luoghi del mondo rischiosi possono indurre alla stipula di polizze a copertura di rischi specifici. In talune ipotesi, infatti, si potrebbe intravedere un interesse evidente della società a stipulare una polizza, rischio vita per l’amministratore, con beneficiari gli eredi di quest’ultimo; si tratta, tuttavia, di casi limite, che vanno tenuti isolati e non possono essere generalizzati. Lo spunto proviene dalla Cassazione, sezione lavoro, che, con sentenza n. 4129 del 22 marzo 2002, si è occupata dell’onere, gravante sulla società, di tutelare le possibili ripercussioni derivanti dall’evento morte dell’amministratore nello svolgimento della propria attività. Si pensi al caso di una società che abbia interessi economici in paesi ad alto rischio (per conflitti in corso, instabilità politica, presenza di contrasti tra gruppi etnici diversi, ecc.), ove si debba recare l’amministratore per la indispensabile conclusione di contratti, esponendosi anche a rischi di rapimenti, aggressioni, attentati, ecc.. In tale caso, secondo la Suprema Corte, il datore di lavoro sarebbe responsabile della mancata adozione di ogni misura atta a prevenire la salute e l’integrità fisica dei propri lavoratori, anche se i rischi possano derivare da eventi non strettamente connessi con lo svolgimento dell’attività, ma comunque conseguenza del luogo ove l’attività viene svolta. In sostanza, se è normale che l’amministratore si sposti in altri paesi per la conclusione di contratti, potrebbe essere meno “normale” che la destinazione sia un paese ad alto rischio, magari ricompreso nella lista di quelli sconsigliati dal Ministero degli esteri.
La rivalutazione dei contributi e gli aumenti retributivi previsti dal rinnovo del Ccnl rendono più caro il primo versamento all’Inps dovuto dalle famiglie, entro il prossimo 10 aprile, per i lavoratori domestici. A colf e badanti, invece, il 2026 porta bene. Oltre agli aumenti retributivi, si sono altri due incentivi: il bonus per il rinvio della pensione, prorogato per l’anno 2026, e il debutto della flat-tax al 5% sugli aumenti retributivi insieme alla tassazione agevolata al 15% su indennità e straordinari, notturni e festivi. È il quadro che emerge dalla circolare n. 9/2026 dell’Inps, che ha aggiornato i contributi per il lavoro domestico, e dalla circolare n. 2/E/2026 dell’Agenzia delle entrate, che ha illustrato le nuove misure fiscali previste in Manovra 2026.
Sempre più italiani ricorrono al credito. Lo scorso anno, infatti, oltre sei italiani (maggiorenni) su dieci avevano attivo un prestito o un mutuo, con una crescita del 3,8% rispetto ai dodici mesi precedenti. E quasi la metà del mercato del credito è rappresentata da prestiti finalizzati, ossia destinati all’acquisto di beni, quali auto, moto, elettronica ed elettrodomestici, articoli di arredamento e servizi. Mentre oltre un finanziamento attivo su cinque è costituito da un mutuo. A disegnare la mappa del credito è il periodico report curato da Mister Credit-Crif che, partendo dall’analisi dei dati disponibili in Eurisc, il sistema di informazioni creditizie gestito da Crif, fornisce semestralmente una fotografia dei principali indicatori relativi all’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani, evidenziando le principali differenze a livello territoriale. «Nel corso dell’ultimo anno il credito alle famiglie è tornato a crescere, sostenuto da una politica monetaria più favorevole e da un mercato del lavoro in condizioni complessivamente positive», osserva Beatrice Rubini, direttore della linea Mister Credit di Crif. «Oggi più di sei italiani su dieci fanno ricorso al credito, mantenendo però grande attenzione alla sostenibilità della rata mensile, che rimane sostanzialmente stabile. Attualmente i mutui rappresentano il 23,7% dei finanziamenti attivi, mentre i prestiti personali pesano per il 29,5%. La forma più diffusa resta però il prestito finalizzato all’acquisto di beni e servizi che arriva al 46,8% del totale. Analizzando le principali categorie di spesa per cui si richiede credito, al primo posto ci sono gli interventi e gli acquisti legati alla casa (42,3%), seguiti dai mezzi di trasporto (30,3%) e da elettronica ed elettrodomestici (18,7%)»
Cambia il rapporto degli italiani con il lavoro. Soprattutto nell’era post-Covid. Per l’88,2% degli occupati avere più tempo per sé stessi e il proprio benessere dovrebbe, infatti, essere un diritto per tutti mentre per il 71,3% ci sono le condizioni tecnologiche ed economiche per tagliare il tempo dedicato al lavoro, con ad esempio la settimana lavorativa di quattro giorni. «Meno lavoro, più vita», è questo lo slogan che emerge dalla lettura della nona edizione del rapporto Censis-Eudaimon «A ognuno il suo welfare aziendale: la sfida praticabile» secondo cui per il 55,1% dei dipendenti fare carriera non è una priorità nella vita, al 64,7% dei lavoratori capita di perdere il senso del proprio lavoro, concepito solo come fonte per avere reddito, mentre per il 44,7% degli occupati il lavoro è più un obbligo che una passione. Il 51,1% degli occupati dipendenti preferirebbe un’azienda di cui condivide i valori anche se in altre aziende sarebbe pagato di più.
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Nuovi tasselli ricostruiscono la vita dei titolari del Constellation. Nel fascicolo compare il verbale di perquisizione dell’abitazione di Lens del 20 febbraio (era stata ordinata l’1 gennaio) con l’elenco dei beni sequestrati. Un’arma, gli orologi orologi, pc, tablet, chiavette usb. Ma c’è molto di più. Lo dimostra un’analisi del Dipartimento federale di giustizia e della sezione “Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro”. Ma c’è molto di più. Lo dimostra un’analisi del Dipartimento federale di giustizia e della sezione “Ufficio di
comunicazione in materia di riciclaggio di denaro”. Gli esperti ipotizzano «probabili frodi assicurative, in particolare per quanto riguarda gli incendi al Vieux Chalet (2023) e al Constellation (2024)». Formalmente, solo degli incidenti. La società dei Moretti «ha ricevuto più volte indennizzi assicurativi per sinistri e crediti dalla Cassa cantonale di disoccupazione». Solo nel 2024, la coppia incassa 230 mila franchi. E poi i prestiti dallo Stato, quelli per la pandemia, gli aiuti degli amici. Come Bottinelli, con una società a lui collegata.

Dopo un turbolento 2025, contrassegnato da un susseguirsi di offerte pubbliche piombate come uno tsunami sui principali player del settore bancario italiano, in questo inizio 2026 comincia a delinearsi il nuovo assetto del sistema. Gli occhi sono puntati sul Monte dei Paschi di Siena e sul suo controllo, dopo che a fine ottobre ha concluso con successo l’acquisizione di Mediobanca che si è portata con sé lo strategico pacchetto del 13% di Generali. I fatti degli ultimi giorni, anche se la partita non è ancora finita, lascia no aperte molte strade che saranno delineate dal risultato della prossima assemblea e da quale amministratore delegato verrà eletto. Da qui dipenderà il controllo della filiera che parte dal Monte dei Paschi, passa per Mediobanca e arriva fino a Generali. La clamorosa esclusione
di Luigi Lovaglio — il banchiere che ha guidato il risanamento finale di Mps e poi l’attacco al fortino di Piazzetta Cuccia — dalla lista del cda che guiderà l’istituto senese nel prossimo triennio, è infatti il risultato fina le di un lungo braccio di ferro che si è consumato dietro le quinte tra il manager e Caltagirone
Convinto di giocare da dominus la partita della fusione con Mediobanca — e poi verosimilmente l’assedio alla magnifica preda Generali — il pio Luigi non ha capito quel che era chiaro fin dall’inizio: lui era solo “cieco strumento di occhiuta rapina” (per usare la formula poetica del milanesissimo “Sant’Ambrogio” di Giuseppe Giusti). E ora paga il fio di cotanta dabbenaggine. Finché era servito, lo avevano trattato in guanti bianchi, come una specie di nuovo Adolfo Tino o Raffaele Mattioli, facendogli credere che sarebbe stato lui, partito dalla cinta senese, a salire in groppa al Leone di Trieste. Restano agli atti gli scambi di messaggi dell’aprile 2025 con Caltagirone, all’indomani dell’aumento di capitale al servizio dell’offerta su Piazzetta Cuccia: «Ma lei è il grande comandante? Come sta?», lo aveva incensato l’imprenditore romano. «Molto bene, abbiamo fatto una bella operazione, ma il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l’incarico…», aveva risposto ossequioso il commander ancora in chief. A distanza di undici mesi lo hanno destituito gli stessi che
l’avevano intronato e che ora, per coronare il loro assalto al cielo, hanno bisogno di manager ancora più obbedienti e più accomodanti
Nel 2025 il prezzo medio di una copertura Rc auto è cresciuto per il terzo anno di fila. Ad evidenziarlo è il più recente bollettino dell’Ivass, la cui rilevazione si ferma al terzo trimestre dell’anno scorso. Nel periodo in esame il costo medio si è attestato a 436,8 euro, in crescita del 5% rispetto a dodici mesi prima. Tenendo conto dell’inflazione il progresso scende al 3,4%. L’istituto di vigilanza rileva anche come la diffusione della scatola nera sia in aumento: nel periodo luglio-settembre era presente sul 18,9% delle autovetture rispetto al 17,8% dell’anno precedente. Altri dati interessanti che emergono dall’indagine Ivass riguardano le variazioni dei prezzi dei premi a livello di singola casa assicurativa: vanno dal -10,4% al +15,9%. Allargando l’indagine all’ultimo decennio emerge infine come a beneficiare di una riduzione del premio rispetto al 2014 (-10,9%) siano stati solo i conducenti in prima classe di rischio. Le restanti classi hanno invece dovuto fare i conti con aumenti, tra l’altro crescenti al peggiorare della classe di rischio: per gli assicurati nelle classi dalla 11 alla 18 la variazione è stata pari a +11,0%. Va però anche detto nello stesso periodo di tempo si è registrato un incremento della quota di contratti in prima classe, passata dal 75,3% del 2014 all’86,6% del 2025.

Non c’è pace per Niscemi. Lo scrivono i professori dell’Università di Firenze incaricati dal Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del consiglio di redigere un rapporto sul disastro che in gennaio ha sconvolto la cittadina siciliana. Le conclusioni degli esperti sono grigie: «La scarpata principale che borda il paese è suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica». Ma una luce c’è: «Il centro presenta condizioni di sostanziale stabilità…». La fascia interdetta, ridotta di recente da 150 a 100 metri rispetto al ciglio della frana consentendo a 700 persone di rientrare nelle abitazioni, varia a seconda di un coefficiente di sicurezza. Se si prendesse in considerazione quello fissato dalla normativa (1.25) la zona rossa si ridurrebbe a 58 metri. Ma l’approccio è di tipo prudenziale e quindi al momento il margine è più ampio. Il rapporto affronta le cause del disastro. Prima fra tutte l’erosione dal basso della collina su cui poggia Niscemi, provocata soprattutto dall’acqua che scende dalla città e viene convogliata in buona parte nel torrente Benefizio per poi disperdersi nei terreni sottostanti. Sono state analizzate le origini storiche del dissesto: «Si tratta di un sistema profondo che interessa i margini del terrazzo sui cui sorge l’abitato ed è inserito in una dinamica di instabilità di lungo periodo. A partire dall’evento del 1790, caratterizzato da movimenti di eccezionale entità e da manifestazioni di vulcanismo, per passare a quello del 1997, che riattivò un corpo di frana. I due eventi costituiscono i precedenti diretti di quello del 2026 che, pertanto, si innesta in un’evoluzione plurisecolare del versante».
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Una donna su quattro in Italia non ha alcun reddito personale. Solo il 40% ritiene che ciò che guadagna sia pienamente sufficiente a coprire le spese essenziali e appena il 18% investe oggi sui mercati, mentre il 62% non ha mai fatto un investimento. Sono alcuni dei dati che emergono dal report «Il rapporto tra le donne e gli investimenti finanziari», realizzato dall’Istituto Piepoli per Directa Sim su un campione di mille italiane. Un’indagine che sarà al centro dell’evento «Directa D 2026 – La finanza parla al femminile», in programma l’11 marzo in Borsa Italiana, e che offre una fotografia articolata, per molti versi ancora critica, del legame tra donne, autonomia economica e investimenti. «I dati mostrano con chiarezza quanto l’autonomia economica femminile sia ancora una sfida aperta — commenta Andrea Busi, amministratore delegato di Directa Sim —. Come Directa sentiamo la responsabilità di contribuire a colmare questo divario, promuovendo educazione finanziaria, strumenti accessibili e maggiore consapevolezza. L’indipendenza economica non è solo un obiettivo individuale, ma un fattore di crescita per il Paese e per la qualità delle sue scelte future».
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