Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

Ieri i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti e gli operatori hanno ricominciato a prevedere un rialzo dei tassi Bce (con una probabilità del 30% quest’anno). I movimenti di mercato sono legati all’ulteriore rialzo dei prezzi dell’energia e ai timori per l’impatto del conflitto nel Medioriente. Inoltre ieri è stato pubblicato il dato sul carovita nell’area euro a febbraio, che ha mostrato un inatteso aumento all’1,9%, dall’1,7% di gennaio. Il valore resta sotto l’obiettivo di medio termine del 2% ed è allineato alle attese Bce per il primo trimestre dell’anno. Sono arrivati però segnali negativi dall’inflazione core, cioè al netto di energia e cibo (salita al 2,4%, dal 2,2% del mese precedente) e dal dato nei servizi (3,4%, da 3,2%). Il carovita è stato più alto del previsto in Italia (1,6%, da +1%), anche a causa delle Olimpiadi. La crescita annua dei prezzi del «carrello della spesa» è stata del 2,2% (da +1,9%). L’Italia è esposta in modo particolare ai prezzi del gas a causa del loro impatto sul costo dell’elettricità. I rendimenti dei titoli di Stato italiani decennali sono aumentati di 10 punti base (al 3,45%), quelli tedeschi di 4 punti base (al 2,75%). Anche i tassi dei Btp a due anni sono saliti di 10 punti base, al 2,34%. Lunedì i mercati hanno ridotto a zero le probabilità di un taglio Bce quest’anno, ieri hanno iniziato a scontare un rialzo dei tassi.
In questo contesto le borse hanno accusato il colpo. In Europa la peggiore è stata Madrid che ha perso il 4,6%, mentre il Ftse Mib ha chiuso a 44.468 punti, lasciando sul terreno il 3,9%. Tra le blue chip si sono mosse in controtendenza solo Lottomatica (+3,3% grazie ai conti 2025) e Recordati (+1,4%). Tra i cali più marcati, Moncler ha perso il 6,5%, Italgas il 6,3% e A2A il 6,1%. Anche sui listini europei hanno prevalso le vendite, con Londra che ha ceduto il 2,8%, Parigi il 3,5% e Francoforte il 3,6%. In Asia la borsa di Tokyo è scesa del 3%, mentre negli Stati Uniti a circa tre ore dalla chiusura i tre indici principali accusavano flessioni di poco inferiori al 2%.
La consapevolezza degli italiani sulla previdenza integrativa lascia ancora a desiderare. Una ricerca di Anima, presentata ieri nel corso di un convegno della sgr guidata dell’ad Saverio Perissinotto e condotta su un campione di 1.000 cittadini, ha mostrato come solo il 19% della popolazione (in calo dal 21% del 2025) abbia adottato nell’ultimo anno soluzioni concrete per pensare al suo futuro pensionistico. Ma perché le persone non aderiscono? Non certo per una contrarietà agli strumenti previdenziali (indicata solo dall’11%), ma per non averci pensato (31%) o non essere informati (14%). Altra nota dolente è quella del tfr. Il 20% del campione lo lascia in azienda, contro il 17% che lo conferisce al fondo pensione. Chi lo tiene in azienda lo fa perché considera questa scelta più liquida e sicura. «Argomentazioni figlie di una cattiva informazione», è la sintesi dell’indagine.
È l’effetto del calo dei tassi di interesse. Nel 2025 si è ampliata la platea di italiani maggiorenni che hanno all’attivo un mutuo o un prestito: è il 61,4%, in aumento del 3,8% sul 2024. In media l’importo residuo (ovvero le quote pro-capite ancora da rimborsare per estinguere i contratti attivi) è di 31.850 euro, in ripresa rispetto all’anno precedente (+0,6%), in virtù del peso ancora rilevante dei mutui ipotecari, ma con marcate differenze tra regioni (tabella in pagina). Sono le principali evidenze della mappa del credito realizzata da Mister Credit, l’area di Crif che si occupa dello sviluppo di soluzioni e strumenti educational per i consumatori. Lo studio ha preso in considerazione il credito in essere erogato ai consumatori nella forma di mutui, prestiti personali e finalizzati. L’analisi fornisce a cadenza semestrale una fotografia dei principali indicatori relativi all’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani, evidenziando le principali differenze a livello territoriale.
l nuovo contratto nazionale dei bancari e la nascita di un polo del risparmio italiano sostenuto da incentivi fiscali. Questi sono stati alcuni dei temi al centro della prima giornata del 130esimo Consiglio nazionale della Fabi in corso a Milano. Un confronto che ha riunito vertici sindacali, banchieri e rappresentanti delle istituzioni, con l’obiettivo di delineare le coordinate del settore nei prossimi anni, tra rinnovi contrattuali e ridefinizione delle politiche di sostegno al risparmio. Patuelli ha rilanciato l’ipotesi di un polo italiano del risparmio sostenuto da incentivi fiscali mirati, criticando l’idea di un’aliquota unica e puntando su misure che favoriscano investimenti di medio-lungo periodo. L’obiettivo, nella sua impostazione, è un meccanismo win win, vantaggioso per risparmiatori e Stato, purché si introducano incentivi chiari e si superino le incertezze decisionali nelle sedi istituzionali.
Anche di fronte alle trasformazioni più radicali il diritto tende a reagire non creando sempre nuove regole ma reinterpretando quelle esistenti alla luce dei mutamenti tecnologici. La tecnologia, insomma, raramente impone nuove categorie giuridiche; più spesso impone nuovi criteri di interpretazione delle categorie tradizionali. È una chiave di lettura utile per comprendere le prime decisioni giurisprudenziali sull’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Non siamo davanti a un diritto speciale dell’algoritmo ma a un diritto del lavoro che si adatta alla trasformazione digitale mantenendo però intatti i propri pilastri concettuali. In questo senso le tecnologie non creano necessariamente nuove regole: costringono piuttosto i giudici a misurare la tenuta delle vecchie categorie. Ed è proprio in questo spazio – tra continuità delle norme e discontinuità tecnologica – che si colloca una recente sentenza del Tribunale di Roma sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo legato anche all’uso dell’intelligenza artificiale.

Sempre più italiani scelgono di affidare i risparmi alla consulenza finanziaria per proteggerli dall’inflazione e farli crescere: lo ha sottolineato Assoreti, secondo cui l’anno scorso il patrimonio seguito dalle banche-reti associate ha raggiunto 1.007 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto al 2015, con una raccolta netta annua da record pari a 60,8 miliardi. Negli ultimi dieci anni il patrimonio sotto consulenza è cresciuto in media dell’8,4% all’anno, con un ritmo cinque volte superiore a quello stimato per gli altri operatori sul mercato del risparmio, portando le banche-reti a rappresentare un quarto delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Rispetto al 2015 l’incremento è di oltre dieci punti percentuali. Dietro questi numeri ci sono 5,4 milioni di risparmiatori, il 46,9% in più dal 2015, che scelgono un servizio di consulenza personalizzato. Tra il 2021 e il 2025 la raccolta netta ha superato 258 miliardi di euro, con una media di 52 miliardi all’anno, di cui il 92% destinato a investimenti.
Il salto cronologico di una verifica annuale dell’etilometro e le pregresse riparazioni non inficiano la validità delle misurazioni del livello dell’alcol nel sangue se l’ultima revisione dello strumento, eseguita pochi mesi prima dell’accertamento della guida in stato di ebbrezza, ha dato esito favorevole. Lo afferma la Cassazione con l’ordinanza n. 1533 del 14 gennaio 2026.
L’Unione europea cambia passo sulle politiche Esg. Dopo la stagione espansiva del Green Deal, la strategia per la neutralità climatica al 2050, la Commissione avvia una revisione organica dell’impianto regolatorio attraverso i pacchetti Omnibus: gli interventi di semplificazione toccano la sostenibilità, gli investimenti, la Pac, il sostegno alle piccole imprese a media capitalizzazione, il rinvio degli obblighi sulle batterie, fino ai settori della difesa, della chimica, del digitale e dell’IA, dell’ambiente, dell’automotive e della sicurezza alimentare e sanitaria. Ne deriva meno burocrazia e nuove priorità di spesa, con un’attenzione crescente anche alla difesa. La semplificazione è al centro dell’Agenda strategica 2024-2029 e della Dichiarazione di Budapest sulla competitività, che chiede una riduzione drastica dell’apparato burocratico, al fine di tagliare gli oneri amministrativi del 25% (35% per le Pmi), con risparmi stimati in 6,3 miliardi l’anno e fino a 50 miliardi di nuovi investimenti. Il riassetto affonda le radici nel Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea (26 settembre 2024), che ha evidenziato il divario con Stati Uniti e Cina e il peso della sovraregolamentazione. Da qui il Clean Industrial Deal (Patto per l’industria pulita) del 2025. Le crisi geopolitiche ed energetiche hanno spinto a rivedere anche l’uso delle risorse: i fondi del Recovery and resilience facility (Rrf), nati per la transizione verde e digitale, possono essere destinati anche alla difesa, come previsto dall’Omnibus V, che semplifica gli appalti nel settore e apre a investimenti fino a 800 miliardi. La nuova linea è la “competitività sostenibile”: unire decarbonizzazione, produzione e sicurezza economica, riducendo gli oneri. Questo riequilibrio sta però mettendo sotto pressione anche l’Ets, il mercato europeo del carbonio: prezzi in calo e malumori tra le imprese che avevano investito per prime nella transizione.

Il conflitto in Medio Oriente ha cancellato i voli di (almeno) 2,3 milioni di passeggeri in quattro giorni, è già costato alle compagnie aeree (soprattutto a quelle del Golfo) un paio di miliardi di dollari — tra mancati ricavi dai biglietti, costi per sistemare i viaggiatori bloccati in giro per il mondo e minori introiti dal trasporto merci — e circa cinque miliardi al settore turistico di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Arabia Saudita. E non sono nemmeno cifre finali, dal momento che prosegue il blocco dei movimenti aerei mentre i turisti disdicono le prenotazioni per i viaggi nell’area previsti nelle prossime settimane a ritmi che non si ricordavano dai tempi dello scoppio della pandemia.
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