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Italia tra i principali bersagli di attacchi informatici: nel 2025, ha registrato un aumento del 42% di incidenti, messi a segno non solo da criminali digitali, con l’obiettivo di estorcere denaro, ma anche (e sempre più) dai cosiddetti attivisti, con eventi di matrice geopolitica. Gli attivisti, infatti, rappresentano una crescente minaccia, con un incremento del 145%. Nel resto del mondo questo fenomeno è meno evidente ma i numeri, purtroppo, sono da record: nel 2025 ci sono stati 5.265 attacchi cyber gravi, con un incremento del 49% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi cinque anni, l’aumento è stato addirittura del 157%. Ed è bene precisare che si tratta degli incidenti noti, andati a buon fine e di particolare gravità, con conseguenze rilevanti in termini economici, tecnologici, legali, reputazionali sulle vittime e che rappresentano, quindi, solo una quota del totale.Sono alcuni dei dati raccolti nel Rapporto Clusit 2026, che l’Associazione italiana per la sicurezza informatica ha diffuso in anteprima alla stampa nei giorni scorsi e che saranno presentanti al Security Summit, convegno dedicato ai temi della cyber security, in programma a Milano dal 17 al 19 marzo.
Il Rapporto Clusit 2026 racconta un’Italia sempre più esposta alla minaccia informatica. Nel 2025 gli attacchi cyber contro organizzazioni italiane sono cresciuti del 42%, mentre le azioni di hacktivism – campagne condotte da gruppi di hacker con motivazioni politiche o ideologiche – sono aumentate addirittura del 145%. Ma fermarsi ai numeri rischia di far perdere di vista un problema di fondo: oggi il cybercrimine non è soltanto un fenomeno criminale, è sempre più intrecciato con le tensioni geopolitiche che attraversano il mondo. La guerra in Ucraina ha mostrato con chiarezza come le operazioni informatiche possano affiancare quelle militari tradizionali. Le tensioni tra Russia e Unione europea, la rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina e le crisi in Medio Oriente stanno alimentando un ecosistema di attori digitali sempre più aggressivi. Gruppi di hacker spesso agiscono come “proxy”, cioè intermediari informali di governi o interessi geopolitici, colpendo infrastrutture, istituzioni e aziende dei Paesi considerati avversari. Secondo analisi internazionali, l’Europa è diventata uno dei principali bersagli di queste campagne, con migliaia di attacchi rivendicati da collettivi legati a diverse cause politiche o nazionali. Gruppi che cercano visibilità utilizzando attacchi informatici per influenzare l’opinione pubblica, diffondere propaganda o delegittimare le istituzioni democratiche. È una forma di “guerra ibrida”, che mescola sabotaggio digitale, disinformazione e pressione politica. Secondo analisi di sicurezza europee, anche reti criminali tradizionali vengono talvolta utilizzate come strumenti indiretti da parte di Stati ostili per destabilizzare i paesi europei.
Le imprese italiane sono sempre più sotto attacco informatico, ma corrono ai ripari, incrementando gli investimenti in sicurezza informatica. Il mercato italiano della cybersecurity ha raggiunto, nel 2025, un valore pari a 2,78 miliardi di euro, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente, a fronte del 34% delle grandi aziende che ha subito incursioni cyber che hanno comportato costi significativi di ripristino. Nel 3% dei casi si è registrato anche un impatto sull’operatività. Ma soltanto il 28% delle grandi imprese ha un approccio orientato alla cyber-resilienza mentre, in generale, il 68% delle imprese italiane ammette di non avere le tecnologie adeguate a restare al passo con l’evoluzione delle minacce. A delineare lo scenario sono i dati contenuti nella ricerca curata dall’osservatorio Cybersecurity&data protection del Politecnico di Milano e nello studio commissionato da Experian, società che opera nel campo dei dati e della tecnologia, e condotto da Forrester Consulting
Le imprese familiari italiane devono fare i conti con i criminali digitali: negli ultimi due anni, il 57% ha subìto attacchi informatici, andati a segno o soltanto tentati, con il 55% che ritiene di essere “in larga misura preparato” a difendersi dagli attacchi informatici, ma con solo il 33% che esegue regolarmente il backup dei dati (misura di difesa di base ancora poco diffusa). A rilevarlo sono i dati contenuti nel report “Family business cybersecurity”, curato da Deloitte Private, in base al quale il 38% delle imprese ha affrontato due o più episodi, a conferma di una crescente esposizione al rischio. «Le imprese familiari intervistate risultano consapevoli dell’esistenza dei rischi informatici e questo rappresenta un segnale positivo, anche se la loro percezione sulla gravità nelle varie geografie resta disomogenea», ha evidenziato Ernesto Lanzillo, responsabile per l’Italia e per l’area centro Mediterraneo di Deloitte Private. «Guardando ai prossimi 24 mesi, oltre la metà delle imprese italiane coinvolte nello studio attribuisce un rischio moderato o alto a queste minacce per il proprio business, mentre a livello globale tale percentuale si attesta su circa il 70%
Piccole imprese (fino a 15 addetti) obbligate all’aggiornamento periodico dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls). Sarà la contrattazione collettiva nazionale a disciplinarne le modalità, nel rispetto del principio di proporzionalità e tenuto conto della dimensione delle imprese, nonché del livello di rischio per la salute e la sicurezza che deriva dall’attività svolta. Lo spiega l’Inl nella circolare n. 1/2026, illustrando l’estensione dell’obbligo formativo (finora previsto esclusivamente a carico delle imprese con almeno 15 lavoratori) operata dal decreto Sicurezza, il dl n. 159/2025 convertito dalla legge n. 198/2025. Tra le altre novità in materia di sicurezza, l’ispettorato evidenzia che i datori di lavoro e i dirigenti, adesso, rischiano l’arresto fino a due mesi o l’ammenda da 500 a 2.000 euro in caso di utilizzo di scale prive di un sistema di protezione individuale contro le cadute dall’alto o, in alternativa, di una gabbia di sicurezza
Pagamenti con carte: croce e delizia. Sono facili e rapidi, ma ci sono grossi rischi di privacy: ogni pagamento è tracciato e potenzialmente utilizzabile per fare irruzione nella privacy delle persone. Sapere cosa e quando un cliente compra è una notizia che vale come e più dell’oro per chi, ad esempio, vuole proporre l’acquisto di un prodotto o servizio collegato al bene già acquistato, per chi vuole vendere un finanziamento per comprare altri e più costosi beni o anche per chi vuole tassare eventuali guadagni nascosti al Fisco. Dall’altra parte, però, chi – ogni volta che appoggia la carta sul dispositivo utilizzato dal commerciante – non vuole farsi registrare non necessariamente è un evasore fiscale, un riciclatore di denaro sporco, un ricettatore di bancomat rubati o un clonatore di carte di credito. Può essere che, semplicemente, voglia proteggere la propria riservatezza quando sceglie il regalo per una persona speciale in un’occasione particolare oppure desideri non farsi profilare da uno sciacallo del marketing oppure, infine, voglia evitare di disseminare i propri dati, offrendoli così al peggiore degli hacker
In Italia il mercato della casa intelligente continua a crescere anche nel 2025, toccando per la prima volta quota un miliardo di euro e registrando un incremento dell’11% rispetto al 2024, secondo la ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano. A trainare sono soprattutto le soluzioni per la sicurezza, con videocamere, sensori per porte e finestre, videocitofoni e serrature connesse, che valgono 305 milioni di euro, pari al 30% del mercato (+22%). Seguono gli elettrodomestici connessi, che generano 195 milioni di euro (20%), grazie soprattutto alla crescita dei piccoli elettrodomestici: per esempio si consolidano le vendite di robot aspirapolvere e di friggitrici ad aria e aumenta l’interesse verso altri dispositivi connessi, come i robot tagliaerba a guida autonoma e i distributori di cibo per animali WiFi.

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Mediobanca si appresta a salutare Piazza Affari dopo aver fatto per 70 anni la storia del capitalismo tricolore. La scorsa settimana i cda dell’istituto fondato da Enrico Cuccia e quello del suo primo azionista al 86%, il Monte dei Paschi di Siena, hanno dato il via libera a un concambio di 2,45 azioni della capogruppo per ognuna della controllata. Si tratta di un’offerta superiore alla prima Ops del gennaio 2025 (2,3 titoli Mps per ogni azione Mediobanca) e inferiore ai 2,533 più un conguaglio in denaro (0,9 euro) dello scorso settembre. Il via libera delle assemblee all’operazione appare scontato, e a quel punto il
nuovo azionariato di Mps vedrà ancora al comando la cassaforte Delfin della famiglia Del Vecchio (che si diluirà dal 17,5% al 16,1), seguitda dal gruppo Caltagirone (9,4% dall’11,5), dal Mef (4,5% dal 4,8) e dal Banco Bpm (3,2% dal 3,7) con gruppo – primo azionista di Generali al 13,2% – ammonterà così al 62,2% ed è destinato a salire al 66,7% perché la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha preannunciato la vendita della quota da parte del Tesoro.
C’è una corsa ad accaparrarsi i professionisti, favorita anche dal riassetto del credito e dall’IA. In molti casi, chi si sposta oggi riesce a spuntare ottimi compensi. Alla fine del 2025
il Private banking ha visto le masse gestite crescere del 12,7% annuo a 1.417 miliardi. La consulenza finanziaria, soprattutto di fascia alta, fa gola a reti e banche tradizionali
Le prospettive per la seconda metà del 2026 rimangono positive, seppur con alcune criticità
La spesa delle famiglie è sostenuta da un’occupazione resiliente. Già prima dei nuovi focolai di guerra le previsioni dell’Ufficio Studi di Tecnocasa erano caratterizzate da un moderato ottimismo, con il 2026 atteso a 780 mila/790 mila unità compravendute, in lieve aumento rispetto al 2025 (i dati preliminari dei diversi uffici studi si collocano nel range 750 mila/760 mila). Questa spinta è alimentata non solo dalla necessità abitativa primaria, ma anche
da una componente di investimento che vede nell’immobiliare una difesa contro la volatilità dei mercati finanziari.
«La casa di proprietà non è solo un asset finanziario, bensì il baricentro emotivo e progettuale delle famiglie italiane, capace di resistere anche alle turbolenze dei mercati e alle trasformazioni sociali». È la convinzione di Vittorio Ratto, vicedirettore generale retail e digital di Crédit Agricole Italia, che analizza come il rapporto con l’abitazione stia evolvendo.
Nonostante la narrazione di una generazione nomade, i dati raccontano che il legame tra gli
italiani e il mattone non si è mai spezzato, piuttosto si trova a fare i conti con un mercato del lavoro più frammentato che in passato. «La casa di proprietà resta un obiettivo importante per gli italiani, la quota di proprietari, oltre il 70%, si conferma superiore alla media Ue», spiega Ratto. «Anche per le nuove generazioni l’acquisto della casa rappresenta un traguardo importante, sebbene le difficoltà di accesso a un lavoro stabile si siano dilatate nel tempo e rendano l’obiettivo ancora più faticosamente raggiungibile».

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La stagione non è ancora terminata, ma si delinea come una delle più pesanti a livello nazionale ed europeo per quanto riguarda il numero delle vittime causate dai distacchi nevosi. L’European Avalanche Warning Services (Eaws), il servizio europeo che tiene monitorate le valanghe in tutti i loro aspetti nel territorio europeo, dall’Islanda agli Appennini, dai Pirenei ai Carpazi, con un’ovvia attenzione particolare a quanto avviene sulle Alpi, riporta il numero quasi record di 125 vittime nell’attuale stagione. Di queste, ben 32 si sono registrate in Italia, il numero più alto nei Paesi europei, seguito da vicino dalla Francia (30 morti) e dall’Austria (29). Negli ultimi dieci anni, soltanto nella stagione 2017-2018 c’è stato un numero maggiore di vittime provocate dalle slavine: 147. In quell’anno, ancora l’Italia con 44 morti, registrò il maggior numero dei decessi. I motivi sono molteplici e non possono essere ricondotti a una sola causa.

Ogni anno 300 miliardi di risparmi europei finiscono all’estero, spesso negli Stati Uniti. Sono investiti in fondi, azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari che vanno ad alimentare la crescita dell’economia e delle imprese americane. Fra 2016 e 2024, così, l’Ue ha finanziato circa il 40% dello sbilancio degli Stati Uniti, consentendo loro di spendere per importazioni una cifra di gran lunga superiore all’incasso dalle importazioni. Di vivere cioè al di sopra delle loro possibilità, indebitandosi con il resto del mondo: è il sogno americano, ma si alimenta in gran parte di risparmi europei. Questo flusso di capitale da una parte all’altra dell’Atlantico è in atto ormai da 20 anni e ha accelerato negli ultimi tempi, toccando i 437 miliardi nel 2024. Il pilastro di questa unione dovrebbe essere il lancio dei Savings and Investment Accounts europei, strumenti finanziari ibridi che uniscono la liquidità di un conto corrente alla possibilità di investire in azioni, obbligazioni e fondi in modo semplice, con costi ridotti e vantaggi fiscali
Le prime cinque banche italiane contano, secondo gli ultimi dati disponibili, più di 222 mila dipendenti. Messi assieme formerebbero la tredicesima città italiana per numero di residenti, superando la siciliana Messina (216 mila). Un vero e proprio esercito grande una volta e mezza quello italiano, che arriva a contare una forza organica di 161 mila unità considerando anche Marina e Aviazione. Dunque, quando si parla di risiko bancario, si toccano gli interessi di un numero elevato di dipendenti. Per dare alcune proporzioni: Stellantis in Italia, dove è stata fondata Fiat, conta oggi circa 43 mila dipendenti, Eni a livello globale ne ha 33 mila, Enel 57 mila. Le cinque banche italiane di maggiore rilievo hanno altri numeri. Intesa Sanpaolo alla fine del 2025 ha dichiarato 90.831 dipendenti diretti, di cui 68.932 in Italia. Unicredit ha complessivamente 72.110 dipendenti, sebbene in Italia siano meno della metà: 31.658. Alle loro spalle c’è Bper, con una platea di 23 mila dipendenti, più del Banco Bpm, che ne conta poco meno di 20 mila e del Monte dei Paschi di Siena che arriva a 16.800 dopo la potente cura Lovaglio del novembre 2022. A questi numeri si sommano i collaboratori, i consulenti, l’enorme platea dell’indotto.
La previdenza complementare potrebbe essere a una svolta. Le novità introdotte con la legge di Bilancio 2026, dall’adesione automatica alla maggiore flessibilità nelle prestazioni, puntano a rafforzare il secondo pilastro previdenziale e aumentare le adesioni. Un passaggio sempre più necessario in un Paese che combina invecchiamento demografico, carriere lavorative più discontinue e una quota di risparmio privato poco utilizzata per sostenere la crescita economica. Secondo Ugo Loeser, amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, il punto di partenza è questo paradosso. «L’Italia dispone di circa 4.000 miliardi di euro di risparmio finanziario privato, ma gran parte di queste risorse resta ferma sui conti correnti. Il vero tema è trasformarne almeno una parte in capitale produttivo e con orizzonte di lungo periodo. Il canale naturale per farlo è la previdenza complementare».  Il riferimento è a un modello già sperimentato in altri Paesi europei. «L’Olanda 15 anni fa si trovava in una situazione simile alla nostra – racconta Loeser –. Ha sviluppato con decisione il sistema pensionistico integrativo portando gli asset previdenziali a circa il 150% del Pil. Oggi la ricchezza finanziaria pro capite olandese, depurata dal differenziale di crescita, è oltre il 50% più alta di quella italiana. Quelle risorse sono state messe a lavorare nell’economia reale».
I più ottimisti parlano di un salto di paradigma tecnologico, l’inizio di una rivoluzione innovativa e inarrestabile. Ma anche i più scettici oggi ammettono che la sicurezza stradale e la filosofia dell’automotive, grazie a intelligenza artificiale e dispositivi hi-tech sempre più potenti e obbligatori, si sta evolvendo verso uno stadio superiore. Protagonisti del cambiamento sono soprattutto gli Adas, Advanced driver assistance system: i dispositivi elettronici che stanno trasformando le auto in robot quasi infallibili. Dal 2024 in Europa alcune tipologie di Adas sono diventate obbligatorie. Tra queste, la frenata autonoma di emergenza, il riconoscimento dei limiti di velocità, l’avviso del superamento della corsia, il rilevamento di stanchezza e distrazione del guidatore e la scatola nera, come quella degli aerei. E infine (notizia fresca) la predisposizione dell’auto per installare l’alcolock, un congegno che blocca il veicolo se il guidatore ha un tasso alcolemico elevato. Ma le grandi sorprese devono ancora arrivare. L’ultima, made in Italy, è lo «scaccia-telefonino». Si chiama Speye e lo ha realizzato Smart Ai, una startup toscana, in collaborazione con un team di ingegneri del Politecnico di Bari e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (la Normale delle scienze applicate) che per la prima volta utilizzerà la tecnologia blockchain (la stesse dei bitcoin) per garantire una sicurezza e una privacy assoluta.

La ricchezza è cresciuta, ma non per tutti. In 15 anni le famiglie sono diventate più ricche a valori correnti (cioè senza considerare l’inflazione), ma la torta è stata divisa in fette sempre meno uguali. La ricchezza al netto dei debiti a settembre del 2025 ammontava a circa 11mila miliardi di euro che, secondo la Banca d’Italia, misurano il patrimonio detenuto in case, azioni, titoli di Stato e di ogni altra forma di risparmio (dati trimestrali sui conti distributivi della ricchezza degli italiani, disponibili a partire dal quarto trimestre del 2010). Da settembre 2011 il valore corrente del patrimonio degli italiani è cresciuto di oltre 2.200 miliardi di euro, con un aumento del 25%; un incremento che, però, non ha resistito al rialzo dei prezzi, che ha rosicchiato l’1,3% dell’importo di partenza della ricchezza. Il Covid non sembra avere contagiato la ricchezza. Dal 2011 al 2019 il suo incremento è stato relativamente modesto (+1,8), con oscillazioni in più e in meno di anno in anno. Da quell’anno fino al 2025 il suo ammontare ha fatto un balzo di quasi 1.900 miliardi di euro, tenendo testa anche all’inflazione: a valore costante l’aumento è stato di poco più di un punto percentuale. Ogni anno, a partire da quello pre pandemia, la ricchezza degli italiani è sempre cresciuta; anche più del tasso di aumento dei prezzi, con l’eccezione dei due anni di picco dell’inflazione.
È ammessa la visita del lavoratore addetto a mansioni a rischio infortuni se c’è motivo di ritenere che sia sotto l’effetto di alcol o stupefacenti. È una delle principali novità del Dl 159/2025, che ha modificato l’articolo 41 del Dlgs 81/2008, sulla sorveglianza sanitaria. La nuova lettera e-quater) del comma 2 prevede espressamente la possibilità di effettuare una visita medica, prima o durante il turno, se c’è ragionevole motivo di ritenere che il lavoratore si trovi sotto l’effetto conseguente all’uso di alcol o di sostanze stupefacenti o psicotrope. La visita ha lo scopo di verificare che il lavoratore non si trovi appunto sotto l’effetto di queste sostanze, per attività a elevato rischio infortuni. Queste attività sono individuate in base all’articolo 15 della legge 125/2001 e all’articolo 125 del Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza (Dpr 309/1990).
Non hanno diritto ad alcun tipo di risarcimento i possessori dei buoni fruttiferi postali non incassati alla naturale scadenza dell’investimento e non reclamati entro il termine di prescrizione di dieci anni, anche se non era stato consegnato loro, da parte di Poste Italiane, il Foglio informativo analitico (Fia), contenente la descrizione dettagliata delle caratteristiche degli stessi buoni. A escludere il diritto a ottenere, come risarcimento, una somma pari al capitale e agli interessi maturati è stata la Cassazione con le sentenze 3686 e 3787, rispettivamente del 18 e 19 febbraio 2026.