Dal backstop pubblico USA ai timori dei risk manager globali: la fragilità delle supply chain è ormai un rischio sistemico che ridisegna gli equilibri mondiali
di Leandro Giacobbi
Nelle rassegne stampa internazionali è comparso il comunicato che la DFC statunitense riassicurerà le perdite marittime nel Golfo fino a 20 miliardi di dollari su base continuativa (on a rolling basis). Si tratta di un intervento “forte” del Presidenza USA, nella persona del Segretario del Tesoro Scott Bessent, per contribuire a stabilizzare il commercio internazionale marittimo nella ragione del Golfo.
Contestualmente, Allianz Commercial, nel report 2026 “Business Black Swans” (un report che ha intervistato 3.338 risk manager e manager aziendali in quasi 100 paesi, chiamati a indicare gli scenari di “cigno nero” più plausibili nei prossimi cinque anni per il proprio business) pone al vertice delle preoccupazioni la paralisi globale delle supply chain dovuta a un conflitto geopolitico che coinvolga più grandi economie. Coincidenza incredibile se si pensa che la raccolta dei dati del report di Allianz è cronologicamente antecedente alla guerra in Iran con tutta la sua estensione nell’area medio-orientale.
La concomitanza tra questi due elementi – l’intervento straordinario della DFC e le evidenze del report Allianz – non è casuale, ma rappresenta un segnale chiaro della fase storica che stiamo attraversando: la convergenza tra rischio geopolitico, rischio sistemico digitale e vulnerabilità delle supply chain globali.
Ma procediamo con ordine. Innanzitutto, la DFC è un’agenzia federale indipendente, creata operativamente nel 2019 tramite la fusione di OPIC (Overseas Private Investment Corporation) e del Development Credit Authority di USAID, in base al BUILD Act del 2018. Ha il mandato di promuovere dei progetti di sviluppo, in particolare in paesi a basso e medio reddito, allineando obiettivi di sviluppo economico con le priorità di politica estera e sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Pertanto, DFC non è un riassicuratore, ma il progetto prevede una collaborazione con CENTCOM (comando combattente unificato del Dipartimento della Difesa USA responsabile per le operazioni militari in Medio Oriente, Golfo Persico, Asia centrale e parte del Corno d’Africa) e i più importanti partner assicurativi USA per salvaguardare il flusso continuo degli scambi commerciali marittimi.
DFC si pone, quindi, nel mercato riassicurativo come supporto finanziario pubblico; infatti, i comunicati DFC e le note stampa parlano infatti esplicitamente di “maritime reinsurance facility” che “will insure losses up to approximately $20 billion on a rolling basis” e sottolineano che DFC “has identified best-in-class, preferred American insurance partners”, segno che non assicura direttamente le navi, ma mette capacità riassicurativa/statale a supporto degli assicuratori americani che emettono le polizze hull & machinery e cargo.
Non è ancora disponibile il dettaglio del piano, ma possiamo pensare ad una filiera così strutturata:
- Armatore:
- acquista coperture Hull & Machinery, Cargo e War Risk da compagnie marine che operano nel Golfo.
- Compagnia di assicurazione “preferred American insurance partner”:
- procede all’emissione di polizze dirette verso l’armatore (o noleggiatore, ecc.);
- è riassicurata con gli ordinari Trattati del mercato riassicurativo privato (quota share, excess of loss, ecc.).
- Riassicuratori privati:
- forniscono la capacità secondo le regole ordinarie del mercato riassicurativo.
- DFC:
- inserisce una “Maritime Reinsurance Facility” che copre le perdite dei riassicuratori fino a circa 20 miliardi “on a rolling basis”, cioè con capacità che si ripristina nel tempo;
- su come opera non ci sono dettagli, ma la logica descritta è quella di un backstop di portafoglio, più vicino a uno stop loss /excess of loss aggregato sul business in “area Golfo” che a un semplice eccesso sinistro sul singolo evento.
A questo punto, sarà interessante l’applicazione operativa di questo “finanziamento pubblico”, tenuto conto che le navi dovranno rispettare dei requisiti di sicurezza definiti nel piano e che non vi dovrebbe essere un accesso limitato ai soli operatori americani.
In realtà, quando lo Stato entra nel mercato riassicurativo, le interpretazioni si dividono immediatamente in due correnti opposte. Da una parte coloro che sono preoccupati dell’instabilità di un settore (compagnie che escono dal mercato o impongono premi non economicamente sopportabili dagli armatori) che potrebbe portare al collasso di un’infrastruttura strategica della filiera energetica e dall’altra coloro che paventano il “Rischio di monopolio pubblico”; infatti, alcuni commentatori internazionali parlano del rischio che, se i grandi mercati assicurativi e riassicurativi restano ai margini, si crei una sorta di quasi‑monopolio statale sulle coperture in quell’area, con problemi di concorrenza e di exit strategy quando il programma verrà ritirato. In sintesi, con un linguaggio più esplicito, il timore è soprattutto la “Socializzazione delle perdite”: se una petroliera viene colpita, paga la DFC e quindi il contribuente, mentre il mercato privato può ritirarsi o restare esposto in modo selettivo.
Ed è proprio qui che il report “Business Black Swans” di Allianz Commercial diventa rilevante.
Mentre gli Stati Uniti intervengono per stabilizzare un segmento critico del commercio marittimo, migliaia di risk manager a livello globale indicano come scenario più temuto nei prossimi cinque anni la paralisi delle supply chain causata da un conflitto geopolitico tra grandi economie. Non si tratta di un esercizio accademico: è la percezione di un rischio sistemico che si sta già manifestando nella realtà, come dimostra la necessità di un backstop pubblico da 20 miliardi nel Golfo.
Questo scenario è percepito come il più plausibile dai risk manager intervistati in Europa (57%), Asia Pacifico (48%), Stati Uniti (52%) e Cina (51%).
La combinazione tra l’intervento della DFC e le risultanze del report Allianz mostra con chiarezza che i rischi estremi non appartengono più alla categoria dell’improbabile. La geopolitica, il digitale e le supply chain globali stanno convergendo in un’unica matrice di vulnerabilità che richiede risposte coordinate, sia pubbliche che private.
Se il backstop da 20 miliardi nel Golfo non è un’anomalia, ma un’anticipazione di ciò che potremmo vedere sempre più spesso (si pensi, ad esempio, alle catastrofi naturali), allora si impone una riflessione geopolitica più ampia: gli Stati Uniti possono permettersi interventi di questa scala, la Cina dispone di strumenti analoghi, mentre l’Europa continua a ragionare per frammenti nazionali. Eppure, le dimensioni finanziarie dei rischi sistemici superano ormai la capacità di un singolo Stato. La vera sfida, per l’Europa, sarà decidere se restare spettatrice o dotarsi finalmente di un proprio “ombrello strategico” per proteggere le infrastrutture critiche e le catene del valore da cui dipende la sua economia.
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