Secondo i manager di Marsh, i data center sono, in linea di principio, un bene assicurabile, ma dimensioni e complessità oggi raggiunte li rendono una classe di rischio molto impegnativa da gestire. Oggi si parla di singoli siti che possono valere 4 miliardi di dollari di struttura con fino a 10 miliardi di apparecchiature installate nello stesso complesso: è questa “massa” di valori concentrati in un unico punto a creare le principali criticità in termini di capacità, accumulo e ripartizione del rischio tra più assicuratori e riassicuratori. Il tema è stato argomento di un webinar sulle infrastrutture digitali organizzato da Marsh.

Per Marsh, la chiave è una solida “ingegneria del rischio” fin dalle primissime fasi del progetto: nella fase di acquisizione (capitale, terreni, connessioni alla rete elettrica, grandi clienti/tenant) devono essere già valutati i rischi potenziali da catastrofi naturali, scelta del sito, progettazione, tecnologia utilizzata, affidabilità di imprese di costruzione, progettisti, architetti. Tutto questo lavoro preliminare confluisce in una vera e propria analisi di rischio pre‑assicurativa, su cui poi si innestano le soluzioni di trasferimento del rischio, anche facendo un uso più creativo dei mercati riassicurativi e del capitale disponibile.

Dal lato della riassicurazione, viene ribadito che il data center è assicurabile se chi offre copertura è messo nelle condizioni di comprendere il rischio: servono dati, possibilità di quantificare l’esposizione, chiarezza su modalità costruttive, appaltatori coinvolti, specifiche tecniche e modalità di esercizio. Termini di polizza, condizioni, garanzie e capacità disponibili saranno tanto più favorevoli quanto maggiore è il livello di conoscenza e trasparenza sul singolo progetto.

Diventa quindi essenziale un dialogo strutturato fra sponsor/proprietari dei progetti e mercato assicurativo/riassicurativo: più gli operatori coinvolgono gli assicuratori fin dall’inizio, spiegando come intendono costruire e gestire l’infrastruttura, più cresce il “comfort” del mercato e, di conseguenza, la propensione a impegnare capitale oggi ancora in parte in attesa ai margini.

L’idea è anche quella di superare un approccio puramente “sito per sito” e passare a una visione di ecosistema interconnesso di infrastrutture digitali, che permetta di allocare capacità su scala, in modo efficiente e sostenibile nel tempo.

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