L’escalation del conflitto in Medio Oriente e le interruzioni nello Stretto di Hormuz stanno mettendo sotto pressione i mercati globali dell’energia e della chimica, colpendo in particolare i produttori asiatici fortemente dipendenti da nafta e GPL provenienti dalla regione. Le scorte di nafta in Asia sono ormai molto ridotte (stimate in 2–3 settimane di copertura), in un contesto in cui il settore chimico era già indebolito da domanda debole a valle (edilizia, automotive) e da eccesso di capacità, rendendo l’attuale shock di offerta ancora più critico. L’ultimo rapporto Coface segnala che un prolungamento della crisi potrebbe innescare un profondo riassetto dell’industria petrolchimica mondiale, con impatti diretti sui costi dei feedstock e sui margini dei produttori downstream.
Il Medio Oriente occupa una posizione chiave a monte della catena petrolchimica globale, essendo uno dei maggiori esportatori di nafta, GPL e metanolo, con flussi che transitano in gran parte attraverso Hormuz verso i principali hub asiatici (Cina, Corea del Sud, Giappone, Thailandia). Questi feedstock alimentano steam cracker e processi MTO, da cui derivano olefine come etilene e propilene, blocchi essenziali per l’industria chimica e plastica. I Paesi del GCC, grazie all’etano a basso costo, sono tra i produttori più competitivi al mondo di etilene e derivati e riforniscono in misura rilevante mercati come Cina e India; circa l’84% delle esportazioni mediorientali di polietilene dipende dal passaggio attraverso Hormuz.
Nel breve termine, le interruzioni stanno già comprimendo la produzione asiatica: alcune raffinerie stanno riducendo la capacità, grandi operatori hanno dichiarato forza maggiore e gli ordini di polietilene e polipropilene sono sospesi in diversi mercati, con effetti immediati su margini e disponibilità di prodotto. Se gli impianti mediorientali di nafta e GPL fossero costretti a fermarsi, l’assenza di rotte alternative per questi prodotti renderebbe ancora più vulnerabile la catena di approvvigionamento asiatica, aumentando il rischio di carenze di feedstock e ulteriori rincari.
In caso di persistenza delle interruzioni, i produttori asiatici cercheranno soluzioni alternative: l’India potrebbe aumentare l’uso di nafta prodotta internamente da greggio russo, sebbene a costi maggiori, mentre gli Stati Uniti, forti di un etilene strutturalmente a basso costo basato sull’etano e di gas naturale più conveniente del petrolio, sarebbero in posizione di vantaggio per esportare olefine verso l’Asia con margini elevati. La Cina potrebbe incrementare la produzione delle unità CTO e MTO, ma la sua dipendenza dal metanolo a basso costo del GCC e dell’Iran resta un fattore critico, in un contesto di prezzi del metanolo in rapido aumento.
Su orizzonti più lunghi, un conflitto prolungato rischia di ridefinire le dinamiche competitive del settore: i prezzi globali dei prodotti chimici potrebbero mantenersi su livelli elevati, con particolari tensioni su propilene e aromatici in Asia, mentre gli Stati Uniti aumenterebbero produzione ed export, e l’UE si troverebbe a fronteggiare costi energetici strutturalmente più alti. La capacità dei produttori europei di trasferire i maggiori costi dipenderà dalla tenuta della domanda locale, ma una minore pressione concorrenziale da parte dei prodotti a basso costo cinesi potrebbe restituire spazio di manovra sui prezzi; al tempo stesso, la dipendenza europea dalle importazioni statunitensi di derivati dell’etilene e GPL, già in crescita negli ultimi anni, ne uscirebbe ulteriormente rafforzata.
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