Paolo (Bny Mellon), in Italia si potrebbero liberare 105 miliardi

di Paola Valentini
Meno di un terzo delle donne italiane (29%) è aperto all’idea di investire e il 53% non è interessato. Solo il 17% ha già effettuato investimenti in passato e appena l’1% sta considerando oggi di effettuarne. Inoltre se a a livello globale solo il 28% delle donne si sente abbastanza fiducioso da investire una parte dei propri risparmi, in Italia la quota è al 18%, al penultimo posto insieme a Svizzera (18%) e prima del Giappone (16%). Sono questi alcuni dei risultati chiave relativi all’Italia emersi dalla ricerca «La strada verso gli investimenti inclusivi, come una maggiore partecipazione delle donne può cambiare il mondo», commissionata da Bny Mellon Investment Management. Lo studio ha coinvolto 8 mila intervistati in 16 Paesi in tutto il mondo per comprendere quali barriere prevengano un livello più alto di partecipazione femminile agli investimenti, e l’impatto di una loro maggiore accessibilità alle donne, come spiega Stefania Paolo, country head Italia di Bny Mellon Investment Management, perché anche dal lato delle scelte di investimento la presenza femminile è ridotta.

Domanda. Le donne in Italia in generale investono in maniera diversa dagli uomini?

Risposta. La differenza principale è nell’attitudine: le donne sono infatti più prudenti perché il 52% dichiara di avere una bassa propensione al rischio, contro il 37% degli uomini. Questo spinge molte risparmiatrici a investire meno, e chi investe evita il fai-da-te e preferisce affidarsi a consulenti e intermediari. Inoltre la proporzione di chi teme le Borse è ancora elevata: il 6% dichiara di avere una tolleranza al rischio elevata, contro il 9% della media globale.

D. Perché in Italia soltanto il 18% delle donne si sente fiduciosa di investire una parte dei propri risparmi?

R. Sono tre le cause principali evidenziate dalla nostra ricerca. La prima è la percezione che gli investimenti siano di per sé rischiosi, senza distinzioni. La seconda risiede in una barriera salariale: in media, le donne ritengono di avere bisogno di un reddito disponibile pari ad almeno 4.000 dollari al mese, poco più di 3.500 euro, prima di poterne investire una parte. Si tratta di una cifra elevata che taglia fuori dal mondo degli investimenti una parte importante della popolazione femminile italiana. Infine, c’è una componente demografica e culturale. Le nuove generazioni sono più propense a investire, probabilmente grazie a una migliore educazione finanziaria e a una percezione più paritaria di genere.

D. E perché ben il 53% delle donne non è interessato a investire?

R. Ci sono diversi motivi che emergono dal nostro sondaggio, alcuni più importanti per le donne che per gli uomini. In particolare, una differenza interessante è che il 23% delle donne, contro il 18% degli uomini, indica tra le ragioni il fatto di «non conoscere nessun altro che investe». Si viene in pratica a creare una cassa di risonanza negativa, o forse sarebbe meglio definirlo come un vuoto di risonanza tra pari: una mancanza di familiarità che alimenta la diffidenza verso un mondo percepito come distante o poco conosciuto. Ma c’è anche un 24% delle donne che vede ancora gli investimenti come una responsabilità degli uomini: un modo di pensare che è chiaramente retaggio del passato e che speriamo di superare grazie a una migliore educazione finanziaria e all’avvicendarsi delle nuove generazioni di risparmiatrici. Infine, il 23% delle donne adduce come ragione una mancanza di sicurezza relativa al posto di lavoro, contro il 20% degli uomini.

D. Se le donne investissero nella stessa misura degli uomini, cosa cambierebbe nei mercati finanziari?

R. Le ricadute sarebbero positive su tutti i fronti. In Italia vi sono grandi scorte di risparmi privati che spesso giacciono inutilizzate nei conti correnti. Aumentare il rapporto tra risparmi e investimenti è sempre stato un obiettivo importante per favorire il benessere di una popolazione che invecchia e che ha urgente bisogno di forme di integrazione al reddito previdenziale e, nel lungo termine, anche di una protezione contro l’inflazione. La nostra ricerca mostra che se le donne investissero italiane quanto gli uomini, gli attivi in gestione a livello nazionale provenienti da investitori privati aumenterebbero di 105 miliardi di euro, contribuendo al raggiungimento di questo scopo. Non solo: migliorerebbe anche l’autonomia finanziaria femminile, riducendo uno dei fattori che contribuiscono al gap di indipendenza tra uomini e donne, insieme alla differenza salariale e ad altri fattori di discriminazione. Inoltre, dallo studio emerge anche che per molte investitrici è importante destinare il proprio capitale a fondi e asset che abbiano un impatto o uno scopo sociale o ambientale; questo significa che, se le donne italiane investissero quanto gli uomini, circa 60 miliardi di capitale aggiuntivo verrebbero destinati ad attivi a impatto positivo.

D. Come incoraggiare le donne in Italia a investire di più?

R. L’educazione finanziaria può aumentare la fiducia verso gli investimenti, ma occorrono iniziative rivolte a colmare questo gap di genere. Una comunicazione trasparente può aiutare a sfatare il mito del rischio elevato. Infine, nuovi strumenti come i piani di accumulo, che permettono di investire gradualmente piccole cifre, possono superare l’ostacolo del reddito. Ma il mondo degli investimenti non sarà mai inclusivo finché non vi sarà anche una parità di genere tra manager, consulenti e gestori. Eppure, gli asset manager donna possono offrire benefici: competenze, una prospettiva diversa, maggiore innovazione di prodotto, oltre alla capacità di incoraggiare una maggiore quota di investimenti femminili. (riproduzione riservata)
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