Faro dei gestori sulle paghe ai ceo

ALLIANZ GI E CEVIAN PRONTI A OPPORSI A STIPENDI NON LEGATI A OBIETTIVI ESG MISURABILI
di Francesco Bertolino
Si avvicina la stagione assembleare e i grandi gestori prendono posizione sulle paghe dei ceo delle grandi aziende quotate. Allianz Global Investors ha già avvertito che a partire dal 2023 voterà contro gli stipendi non legati al raggiungimento di obiettivi Esg misurabili. Con un patrimonio di 673 miliardi di euro, il gestore tedesco è nel libro soci di tutte le maggiori compagnie europee. E ora intende far sentire la sua voce per ottenere impegni credibili a lungo termine e soprattutto a breve termine. Il rischio è infatti che alla fissazione di obiettivi zero emissioni al 2050 i ceo non facciano seguire le azioni necessarie a raggiungerli, lasciando ai successori il compito di attuare i vaghi propositi. La medesima preoccupazione animerà la strategia di voto di Cevian nel corso della sessione assembleare alle porte. Il maggior hedge fund attivista in Europa additerà pubblicamente le società che non hanno incluso i criteri Esg nella determinazione degli stipendi per il 2022. Sulle paghe dei ceo si è mosso anche il fondo sovrano norvegese che ha già annunciato il voto contrario al compenso di 99 milioni riconosciuto da Apple al numero uno, Tim Cook.

Non sarà l’unica bocciatura da parte di Norges, che comunicherà le proprie intenzioni cinque giorni prima delle assemblee. In bilico appare anche la remunerazione di Carlos Tavares che l’anno scorso ha incassato quasi 19,2 milioni di euro, 17 dei quali frutto di bonus legati a variabili quali reddito operativo, flusso di cassa industriale, sinergie, qualità e rispetto del tetto Ue alle emissioni. Nel 2021 Stellantis ha abbondantemente superato gli obiettivi fissati, registrando per esempio un margine del 10,3%, un free cash flow di 6,1 miliardi e sinergie per 3,2 miliardi. Gli azionisti giudicheranno le soglie premiali e il peso dei criteri Esg sufficienti a giustificare il compenso di Tavares che vale 298 volte il salario medio dei 292 mila dipendenti del gruppo (58.475 euro)? L’assemblea dello scorso anno di Stellantis aveva approvato per un soffio gli stipendi assegnati ai top manager nel 2020, con il 56% dei voti a favore, provenienti di fatto dai principali soci della casa nata dalla fusione fra Fiat-Chrysler e Psa. Contro si erano schierati BlackRock e Norges. Il maggior asset manager al mondo aveva sottolineato che le retribuzioni degli amministratori non erano state in linea «con l’esperienza della più ampia platea dei portatori d’interesse, inclusi azionisti e dipendenti». I dubbi di BlackRock si erano concentrati in particolare sulla «discrezione utilizzata dal cda di Fca nel procedere a modifiche in corso d’opera per adeguare i bonus target alla crisi da Covid», aggiustamenti che hanno consentito ai manager «di ricevere nel 2020 bonus più alti rispetto al 2019 nonostante i risultati inferiori».

La relazione sulla remunerazione era stata cassata anche dal fondo sovrano norvegese che aveva sottolineato la necessità di trasparenza sulla determinazione degli stipendi per evitare «esiti inaccettabili», di corrispondere una parte significativa del compenso in azioni non cedibili per 5-10 anni e di assegnare benefit con una chiara giustificazione economica. BlackRock e Norges avevano comunque approvato sia la nuova politica di remunerazione di Stellantis sia il piano di incentivi azionari per i top manager, bocciati invece da Allianz Global Investors. Secondo il gestore tedesco, in particolare, con i nuovi criteri gli stipendi dei top manager del costruttore avrebbero potuto eccedere la soglia di 50 volte il salario medio dei dipendenti e la parte variabile della retribuzione del ceo superare di gran lunga quella fissa. Rischi che si sono materializzati nel 2021: si vedrà il 13 aprile con quali conseguenze sugli orientamenti dei grandi soci di Stellantis in assemblea. (riproduzione riservata)
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