Faro antitrust sul cloud Azure

LA FRANCESE OVH E ALTRI CONCORRENTI HANNO PRESENTATO RICORSO ALLA COMMISSIONE UE
di Francesco Bertolino
A18 anni di distanza dalla multa (allora dei record) inflitta da Mario Monti, Microsoft rischia di doversi di nuovo confrontare con l’antitrust europeo. Una coalizione di rivali capitanata dalla francese Ovh ha presentato un ricorso alla Commissione Ue, lamentando comportamenti lesivi della concorrenza da parte della big tech. In particolare, secondo Ovh, Microsoft avrebbe legato il cloud Azure e i software riuniti nella suite Office in modo tale da rendere più difficile o più oneroso per aziende e privati ricorrere ai servizi altrui. Da un lato, le licenze della piattaforma Office e di altri prodotti Microsoft renderebbero più costoso appoggiarsi ai centri di archiviazione di fornitori terzi. Dall’altro, i software del colosso di Redmond funzionerebbero sui cloud altrui peggio di quanto facciano sulla nuvola Azure. «Abusando della sua posizione dominante, Microsoft mina la leale concorrenza e limita la scelta dei consumatori nel mercato dei servizi cloud», ha sottolineato un portavoce di Ovh. A ben vedere l’accusa non è tanto diversa da quella che nel 2004 ha portato all’inflizione a Microsoft di un multa di circa mezzo miliardo perché imponeva agli utenti di adoperare le sue applicazioni all’interno del suo sistema operativo Windows. Il colosso di Redmond è tuttavia convinto che stavolta il giudizio della Commissione Ue sarà diverso. «I fornitori cloud godono di diverse opzioni per fornire servizi cloud ai loro clienti utilizzando i software Microsoft», ha ribattuto un portavoce della società.

Nonostante il ricorso sia stato presentato in estate, Ovh ha deciso di uscire allo scoperto soltanto ieri. Un tempismo che non pare casuale. Nelle stesse ore si è infatti tenuto un incontro fra il presidente di Microsoft, Brad Smith, e la vicepresidente della Commissione con delega alla Concorrenza, Margrethe Vestager. In questi anni il colosso di Redmond è riuscito a rimanere fuori dai radar delle autorità antitrust europee e statunitensi, troppo impegnate a tentare di imbrigliare Facebook, Amazon, Google e Apple. Anzi, talvolta, Microsoft si è apertamente schierata contro le consorelle big tech, per esempio appoggiando gli editori nel confronto con Facebook sul compenso per le notizie diffuse via social. La recente opa da 70 miliardi lanciata sui videogiochi Activision Blizzard ha però riacceso i riflettori della concorrenza sul gigante fondato da Bill Gates. Il via libera dei garanti all’affare pare non scontato tanto negli Usa quanto in Ue. A Bruxelles è peraltro in via di approvazione il tanto temuto (dalle big tech) Digital Markets Act. Il via libera definitivo è atteso entro la fine di marzo: da quel momento le grandi piattaforme di internet saranno costrette ad astenersi da comportamenti considerati ex ante dai regolatori lesivi della concorrenza. Non è chiaro se fra questi obblighi rientrerà anche il divieto di tenere i comportamenti oggetto del ricorso antitrust di Ovh. A tal proposito, pochi giorni fa, AssoRtd, associazione che raduna i Responsabili per la transizione al digitale d’Italia, ha inviato con Cispe, Assintel, Codacons e Cio Aica Forum una lettera al ministro dell’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, per chiedere chiarimenti sulla portata del Dma. In vista dei piani di digitalizzazione della pubblica amministrazione e dei relativi fondi previsti nel Pnrr, in particolare, i firmatari vogliono sapere se il nuovo regolamento europeo contenga norme volte a impedire alle big tech il collegamento di cloud e altri software con modalità tali da rendere più difficile l’utilizzo di servizi cloud altrui (cosiddetto lock-in). (riproduzione riservata)

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