Sforbiciata ai crediti deteriorati

Pagina a cura di Tancredi Cerne
Calano i crediti deteriorati in Italia. A dispetto delle aspettative, la pandemia non ha messo al tappeto la capacità delle imprese di ripagare i propri debiti. A certificarlo sono i dati elaborati dal Cerved e dall’Abi che hanno mostrato una inaspettata discesa dello stock di crediti deteriorati accumulati dalle banche italiane. Numeri frutto delle operazioni di cessione di portafogli di Npl (Non performing loans), ma anche dal calo dei nuovi flussi di crediti deteriorati. «Le misure di contenimento finora hanno funzionato bene, minimizzando l’impatto sul settore bancario ed evitando fallimenti a catena», ha dichiarato Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved. «Ora però viene il difficile: il Covid ha impresso una forte accelerazione ad alcune tendenze, come la digitalizzazione, che hanno il potenziale di cambiare la struttura della nostra economia. È necessario selezionare gli interventi, favorendo una transizione verso le imprese e i settori più produttivi: Cerved è pronta a supportare le istituzioni e le banche a prendere decisioni basate su informazioni affidabili, puntuali e con una forte capacità prospettica».

Guardando ai numeri, a settembre 2020, il valore complessivo degli Npl in Italia si è assestato a 122 miliardi di euro con un calo del 21,2% rispetto a un anno prima.

Un dato ancor più importante se si pensa che nel 2015 il valore dei crediti deteriorati si attestava addirittura a 360 miliardi, quasi tre volte rispetto a quello attuale. Ma cosa si nasconde dietro al valore complessivo Abi? Una buona fetta della torta, 62 miliardi circa, è rappresentata da sofferenze lorde (-25,2% rispetto al 2019), mentre gli altri crediti deteriorati ammontano a circa 60 miliardi (-11,3%). Di questi, 55 sono rappresentati da inadempienze probabili (-18,6%) mentre le esposizioni scadute contano solo per 5 miliardi di euro, il 18,2% in più di un anno prima.

Questa riduzione dello stock di crediti deteriorati, registrata in un anno di grave crisi per l’economia italiana, secondo l’analisi degli studiosi, è frutto del calo dei flussi di crediti in default delle società non finanziarie. «I dati del terzo trimestre del 2020 indicano una netta riduzione dei tassi di deterioramento sia in termini di importi (dal 2% del 2019 all’1,7% del 2020) sia di numerosità dei contratti (dal 2,9 al 2,5%), che si attestano su livelli storicamente bassi e inferiori ai valori pre-crisi finanziaria (rispettivamente 2,6 e 3,4% a fine 2007)», si legge nel documento redatto da Cerved e Abi. In base ai dati ufficiali della Banca d’Italia, infatti, alla fine del terzo trimestre del 2020, il volume di nuovi prestiti in default originati da crediti a imprese si attestava a 10,3 miliardi di euro, un valore in diminuzione del 15,5% rispetto ai 12,2 miliardi del 2019 e molto distante dal picco del 2013 (66 miliardi).

Contrazione evidente anche per il numero di prestiti in default che a fine 2020 si attestava a 15 mila unità (-14,8% su base annua). «Il deciso calo dei tassi di deterioramento, pur nel contesto della crisi economica innescata dal Covid, è riconducibile soprattutto agli effetti delle moratorie sui prestiti, alla flessibilità adottata da parte delle autorità di vigilanza sulle regole di classificazione dei finanziamenti e agli interventi di sostegno alla liquidità delle imprese introdotti dal governo», hanno spiegato gli esperti. «Queste misure straordinarie hanno mitigato i rischi di diffusione dello shock produttivo al settore creditizio, contribuendo al contenimento del tasso di default delle imprese e alla tenuta complessiva del settore finanziario».

Ecco allora che si scopre che i tassi di deterioramento sono calati in tutti i settori anche se con intensità diverse: le riduzioni più marcate dei nuovi crediti in default si sono registrate nell’agricoltura (dal 3,1% del 2019 al 2,3% del 2020) e nelle costruzioni (dal 4 al 3,3%).

L’industria resta il settore con i tassi di deterioramento più bassi scesi al 2 dal 2,3% del 2019, mentre nei servizi la discesa si è fermata ad appena 2 decimi percentuali (dal 2,8% del 2019 al 2,6% del 2020).

Passando a un’analisi geografica, i tassi di deterioramento delle imprese sono calati in tutte le aree del Paese. L’area con i tassi di deterioramento più bassi della Penisola continua a essere il Nordest, passata dal 2,1% del 2019 all’1,7% del 2020, seguita dal Nordovest che si porta sul 2,1% (dal 2,4%). Più elevati i nuovi crediti in default al Centro (3,0 dal 3,4% del 2019) e al Sud (3,8 dal 4,2%), anche se ai minimi storici.

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