Se Mediobanca è arrivata ad un punto di svolta

Contrarian
Angelo De Mattia
Sta per iniziare una terza fase della vita di Mediobanca dopo quella, lunga, vissuta con il demiurgo Enrico Cuccia, il seguito con Vincenzo Maranghi e i suoi epigoni, quindi, ora, con imprenditori quali Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone? Dopo che quest’ultimo ha acquistato poco più dell’1% dell’istituto, mentre Del Vecchio detiene il 13,2% elevabile al 20 di Piazzetta Cuccia, proliferano le supposizioni e i commenti, tutti con la mira sulle Generali direttamente partecipate da Del Vecchio con il 5% circa e da Caltagirone con quasi il 6%, entrambi che dispongono rispettivamente delle suddette partecipazioni in Mediobanca la quale, a sua volta, ha il 13% del Leone di Trieste. Si bada bene, informalmente, a evitare immagini di raccordo tra i due esponenti, così come a non seguire chi vede in queste operazioni l’esclusivo fine di rafforzare le posizioni di entrambi nel Leone. Tuttavia non è pensabile che la rappresentata, anche in questo caso informalmente, natura finanziaria delle interessenze resti tale per lungo tempo anche quando si avvicinerà, nell’imminenza del prossimo anno, la scadenza degli organi deliberativi e di controllo delle Generali per i quali la lista dei candidati dovrà essere proposta dal consiglio di amministrazione della stessa compagnia. Se effettivamente si sarà in presenza di un attivismo degli azionisti in Mediobanca e nelle Generali, si tratterà di un evento importante; si smuoveranno le acque tendenti al ristagno con tutto ciò che ne consegue, naturalmente preservando la stabilità e la sana e prudente gestione dei due intermediari. A questo fine, però, occorre un progetto solido, trasparente, convincente. Per esempio, ciò che viene attribuito a Del Vecchio per la compagnia triestina, promuovere cioè un nuovo protagonismo nel mercato assicurativo che non significa abbandonare la finanza ma comporta di rafforzare e rilanciare, affrontando meglio le nuove sfide della concorrenza internazionale, l’operare nel campo della missione originaria, è senz’altro un giusto approccio. Del pari, per Mediobanca una scelta più netta si presenta come doverosa da compiere nell’equilibrio tra il suo dna e l’avviata apertura al credito al dettaglio. Potrebbero farsi strada anche progetti di aggregazione. Ma, con riferimento soprattutto alle Generali, i discorsi sulle strategie, sull’innovazione, sulla competitività e sulle eventuali acquisizioni possono rimanere petizioni di principi se non si affronta il necessario irrobustimento del capitale (all’ordine del giorno ormai da quasi 15 anni, ma sempre rinviato) e se non si chiariscono definitivamente significato, opportunità e limiti della partecipazione di Mediobanca. Il rapporto tra quest’ultima e la «perla» del Leone è stato cruciale per molti decenni, soprattutto quando il deus ex machina era Cuccia; ha avuto indubbie ricadute positive, ma pure limiti; spesso la protezione è prevalsa sullo sviluppo e sui risultati ed è sfociata nella stasi. Oggi, però, come storicamente si era configurato, il rapporto non regge più. E’ interesse anche del Paese che ci si cimenti con le trasformazioni preservando il carattere italiano di questi due intermediari, ma senza prospettare i fantasmi inesistenti di strategie estere di colonizzazione che starebbero dietro operazioni nazionali: il modo peggiore per sostenere l’istituto e la compagnia. Su tutto incombe una eterogenesi dei fini. I due imprenditori certamente, come è giusto, perseguono scopi specifici coerenti con i rispettivi gruppi societari. Ma è molto probabile che nel percorso da compiere vedano confermato che il miglior modo per conseguire tali finalità è innovare assetti, governance, strategie e operatività, insomma corrispondere agli interessi aziendali, settoriali e generali. (riproduzione riservata)

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