I medici sono messi nel tritasassi

di Alessandra Ricciardi
Scudare i medici che vaccinano per frenare il potere esorbitante delle procure. «Un Pubblico ministero può indagare chi vuole e come vuole, anche senza la prova che esista un reato», attacca Carlo Nordio, ex Procuratore di Venezia, una vita in magistratura, spesso in prima linea, dalle Brigate rosse venete a Tangentopoli. In merito agli avvisi di garanzia partiti per le morti sospette a seguito della vaccinazione con il siero Astrazeneca, Nordio dice: «In teoria un reato potrebbe esistere a monte, nella produzione o nella conservazione del vaccino, ma non a carico di chi lo somministra. In tal caso, tra l’altro, esiste la scriminante dell’adempimento di un dovere, perché tale è il compito del sanitario».

Domanda. Sulle morti sospette per Astrazeneca stanno indagando i magistrati. Per la morte di un ufficiale della marina militare in Sicilia, il procuratore di Siracusa ha iscritto sul registro degli indagati dieci persone, dal medico che ha inoculato il vaccino all’amministratore delegato di Astrazeneca stessa. Un atto dovuto?

Risposta. Un atto formalmente legittimo, ma un eccesso di formalismo, che non tiene conto dei danni che produce, primo fra tutti il giustificato timore dei medici e le loro proteste.

D. Un magistrato avrebbe gioco facile a replicare che è un atto a difesa e tutela degli stessi indagati. E che un avviso di garanzia non è una condanna.

R. Sì e no. Ma andiamo con ordine. È vero che l’informazione di garanzia, come dice la parola stessa, è spedita a garanzia di chi la riceve. Nel caso specifico, ad esempio, consente all’indagato di nominare un consulente che partecipi all’autopsia e ai conseguenti esami di laboratorio. Ma è anche vero che di fatto, cioè nella realtà, si è trasformata in una condanna anticipata, basti pensare che la politica se ne serve per chiedere il famoso «passo di lato» in attesa della fine delle indagini. Il che significa l’estromissione dalla politica del parlamentare o del ministro o del sindaco. Per di più è una «garanzia di informazione», nel senso che chi la riceve può star certo che il giorno dopo finirà sui giornali.
D. E quindi?

R. E quindi un pubblico ministero dotato di buone senso, o meglio di sensibilità, dovrebbe andar cauto prima di spedirla, e prima di iscrivere qualcuno nel registro degli indagati.

D. Perché parta una inchiesta per omicidio colposo, e ci sia l’iscrizione sul registro degli indagati, non serve un fondato sospetto?

R. Purtroppo no, e anche qui il discorso coinvolge il fallimento del nostro sistema processuale penale. Un Pm può indagare chi vuole e come vuole, anche senza la prova che esista un reato.

D. Restiamo sul caso delle inchieste per morti sospette causate dal vaccino.

R. Allo stato non vi è, allo stato, neanche un ragionevole indizio che il post hoc coincida con il propter hoc, cioè che alla consequenzialità temporale corrisponda quella del nesso causale tra somministrazione e patologia. La scelta precauzionale dell’Europa, tra l’altro discutibile, corrisponde a una valutazione di opportunità, ed è quindi squisitamente politica. Ma quella giudiziaria dovrebbe rispondere ad altri criteri, prima di tutto la conclamata esistenza di un reato. Dico «dovrebbe», perché il nostro codice consente di indagare anche senza denunce qualificate, per esempio sulla base di un esposto generico che si riferisca alla morte avvenuta in ospedale. Alcuni Pm, per eccesso di zelo, iscrivono sul registro tutti gli intervenuti, dai medici del pronto soccorso al rianimatore finale, tanto poi si vedrà. Intanto i poveri «garantiti» devono andare dall’avvocato, perdono la serenità e sono indotti a praticare la nota medicina difensiva.
D. È così facile avviare un’inchiesta?

R. Sì, è facilissimo. Ogni Procura ha centinaia di «fascicoli virtuali», cioè degli esposti – l’unico limite è che non siano anonimi – che si riferiscono ai fatti più diversi. E da lì pesca se e quando vuole. Poi esiste il «fascicolo clonato», cioè quello che il Pm estrae dalle sue stesse indagini, creandone di nuove ed estendendole ad altri soggetti. Questo in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale, che in realtà è diventata arbitraria e conferisce ai Pm un potere enorme, e senza responsabilità. A meno che non trovi un altro Pm, determinato come lui, che lo indaghi a sua volta.

D. Che vuol dire? Può farmi un esempio?

R. Certo. Supponiamo che un Procuratore sequestri «prudenzialmente» un lotto di centomila vaccini, e dopo mesi emerga che non c’era alcun relazione da questi e le morti sospette. Quelle centomila fiale avrebbero evitato cinquantamila contagi, e su questi ci saranno stati statisticamente duemila casi gravi e un centinaio di morti. Beh, quel Pm potrebbe esser indagato per omicidio colposo, perché, non evitando quei contagi, ha cagionato decessi. Sembra un paradosso, ma non è un paradosso maggiore di quello di indagare i medici che hanno inoculato i vaccini.

D. Secondo lei è giusto indagare i medici che vaccinano?

R. Secondo me no. In teoria un reato potrebbe esistere a monte, nella produzione o nella conservazione del vaccino, ma non a carico di chi lo somministra. In tal caso, tra l’altro, esiste la scriminante dell’adempimento di un dovere, perché tale è il compito del sanitario.

D. Indagare tutti quanti hanno avuto a che fare con un caso è tipico delle cosiddette inchieste a strascico, tiro la rete e vediamo chi poi è colpevole. In base alla sua esperienza in magistratura, quanto sono diffuse?


R. Ahimé, sono assai diffuse. Basti vedere il numero di intercettazioni che in Italia superano quelle dell’intera Europa, con costi di centinaia di milioni di euro all’anno. Gran parte di queste si fanno sulla base di semplici sospetti, e non concludono nulla. Non ho mai visto una condanna inflitta sulla sola base delle intercettazioni, che dovrebbero esser un mezzo di ricerca della prova, mentre sono diventate uno strumento di prova, peraltro assai fragile, e dannoso per la riservatezza e l’onore delle persone coinvolte.
D. Cosa rischia un pubblico ministero?

R. Il potere conferito ai Pm è immenso, ed è svincolato da qualsiasi responsabilità, perché da noi il pubblico ministero gode delle stesse garanzie del giudice. Faccio notare che negli Stati Uniti, dai quali abbiamo scopiazzato il codice di procedura penale, il Procuratore Distrettuale è eletto dal popolo, e se sbaglia una o più inchieste viene spedito a casa. L’Italia è l’unico paese al mondo in cui esista un potere senza responsabilità, ed è il caso appunto del Pm.

D. I medici impegnati nella campagna vaccinale chiedono uno scudo penale.

R. Da anni scrivo che i medici hanno diritto a esser protetti contro denunce e citazioni infondate. Uno scudo penale può essere introdotto senza violare il principio di uguaglianza. In ogni caso occorre intervenire anche sulla procedura penale.

D. Come?

R. In particolare per i medici, un buon rimedio sarebbe introdurre il principio della denuncia qualificata: non più un esposto generico, o addirittura l’iniziativa di ufficio del Pm, ma l’obbligo del denunciante di indicare l’eventuale reato e il suo presumibile autore. Poi l’introduzione della lite temeraria, secondo il vecchio principio che chi accusa una persona senza fondamento deve subirne le conseguenze. Una volta il temerario era sottoposto alla pena prevista per il reato denunciato, oggi sarebbe sufficiente il risarcimento del danno e il pagamento delle spese.

D. Restano tutti gli altri casi.

R. In generale, andrebbe inserito il principio che il Pm possa indagare solo a seguito di una notizia di reato inoltrata dalla polizia giudiziaria. Eviterebbe una serie di indagini inutili e sottrarrebbe ai Pm quell’arbitrio incontrollabile di cui ho parlato prima.

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