Per i gestori il virus è l’inflazione

di Francesco Bertolino
Ora i gestori temono l’inflazione più del virus. Stando al sondaggio mensile condotto da Bank of America fra 220 asset manager, l’aumento dei prezzi è percepito oggi come un rischio per i mercati maggiore della pandemia. Per la prima volta da febbraio 2020 l’emergenza sanitaria non è in cima alla lista delle preoccupazioni dei gestori, che anzi si stanno riposizionando velocemente in vista di un vigoroso rilancio economico. In un mese perciò la loro esposizione alle società tecnologiche è stata ridotta del 25%, il taglio più deciso da 15 anni. Parallelamente i portafogli hanno fatto il pieno di titoli assicurativi, bancari ed energetici, ossia di settori ciclici in grado di cogliere una ripresa a «V» e quindi di apprezzarsi ancora in borsa. Benché solo il 15% ritenga Wall Street in «bolla», comunque, ben il 55% dei gestori sondati considera la fase rialzista agli sgoccioli e prevede a breve una correzione più o meno profonda. Che cosa potrebbe causarla? Soprattutto un rialzo dei rendimenti dei bond tale da renderli più attraenti delle azioni. Un asset manager su due infatti potrebbe preferire alle quotate i T-Bond decennali se questi dovessero raggiungere un tasso del 2,5%. Oggi siamo all’1,6%, ma secondo alcuni operatori rendimenti e inflazione potrebbero presto salire e la Federal Reserve si è detta disponibile a tollerarlo entro certi limiti. D’altra parte, osserva Allianz Global Investor, la banca centrale americana si muove sul filo del rasoio: il ritiro improvviso del momunentale programmi di acquisti e/o un rialzo repentino dei tassi potrebbero causare una svendita di bond simile a quella accaduta nel 2013 e nota come taper tantrum.

Quello di un tracollo del mercato obbligazionario è del resto il secondo rischio di coda più temuto dai gestori, anch’esso prima della pandemia. Fra chi lo crede possibile figura per esempio il re degli hedge fund, Ray Dalio, che in un intervento su LinkedIn ha definito «stupido» investire in bond, specie se titoli di Stato americani, dell’Eurozona o di altre economie avanzate. «Se compri bond in questi Paesi oggi hai la garanzia di aver molto meno potere di acquisto in futuro», rimarca il fondatore di Bridgewater. «Piuttosto che essere pagato meno dell’inflazione perché non comprare qualsiasi altro asset che perlomeno la eguagli?». Secondo Dalio, potrebbe esser giunto il momento di andare short sul debito pubblico Usa e Ue, giunto alla fine di un mercato Toro lungo 40 anni e da tempo sostenuto solo dagli acquisti delle banche centrali. «Poiché i tassi d’interesse non possono scendere oltre un certo limite, i prezzi dei bond sono vicini al loro limite massimo», sottolinea, «cosa che rende venderli allo scoperto una scommessa relativamente a basso rischio». Se di fronte alla ripresa economica e al rialzo dell’inflazione Fed e Bce dovessero ridurre i piani di acquisto facendo salire i rendimenti dei bond e scendere i prezzi, avverte il numero uno di Bridgewater, si potrebbe assistere a una sorta di corsa allo sportello. I detentori di debito si precipiterebbero a vendere i titoli di Stato in portafoglio per evitare di accumulare perdite miliardarie, causando una nuova crisi finanziaria. Per evitarla le banche centrali sarebbero costrette ad acquistare ancora più bond, aumentando la liquidità in circolazione e svalutando le loro monete. Oppure i governi dovrebbero ristrutturare i debiti, agendo su fisco e controlli sui flussi dei capitali. «Se la storia e la logica servono da guida, i politici a corto di soldi alzeranno le tasse e non gradiranno spostamenti di capitali dal debito ad altri asset o ad altre giurisdizioni», conclude Dalio, «quindi potrebbero imporre limiti alla circolazione dei capitali verso altri investimenti come oro e bitcoin o verso altri Paesi. Questi cambiamenti fiscali potrebbero rivelarsi più sciococcanti del previsto». (riproduzione riservata)

Fonte: logo_mf