In caso di vaccini dannosi l’Italia rischia di pagare un conto doppio

di Marco Capponi
Sul caos dei vaccini AstraZeneca l’Italia rischia di pagare doppio e di doversi accollare anche l’eventuale responsabilità degli effetti collaterali. La decisione dell’Ema sul livello di qualità e sicurezza del siero dell’azienda anglo-svedese, prevista per domani, potrebbe quindi rivelarsi una bomba per gli Stati membri, che nel peggiore degli scenari potrebbero uscire dalla vicenda non solo senza vaccini, ma anche con i costi degli eventuali risarcimenti da pagare. Come è possibile? Le aziende farmaceutiche che hanno sviluppato l’antidoto, come è noto, hanno messo a punto la cura a tempo di record, e anche l’autorizzazione ha vissuto un iter rapidissimo. In cambio le big pharma hanno però chiesto un compromesso, che è stato trovato in una serie di esoneri di responsabilità previsti dai contratti. «L’autorizzazione condizionata si è resa necessaria per facilitare lo sviluppo dei vaccini, tuttavia gli accordi hanno talvolta peccato di trasparenza e le informazioni non sono sempre chiare perché per la maggior parte ancora secretate», spiega l’avvocato Alessia Capozzi, partner dello studio Tonucci & Partners. «Per rendere più rapida la diffusione del vaccino, sembra sia stato consentito all’impresa di non garantire e assumersi responsabilità sul fatto che il prodotto non offra gli effetti desiderati. Questa limitazione è prevista anche nel contratto AstraZeneca, che ai sensi dell’articolo 14.1 dovrà essere indennizzata o, comunque, tenuta indenne da danni e responsabilità derivanti da richieste di risarcimento conseguenti all’uso del vaccino». La situazione è spinosa. Capozzi spiega infatti che «da una parte c’è la responsabilità del produttore, ma di fatto a risponderne sono gli Stati, che si accollano il rischio ed esonerano le aziende». L’Italia rischia dunque di pagare di tasca propria vaccini ed eventuali azioni risarcitorie.

Anche sul tema della distribuzione la situazione che si è venuta a creare è controversa. «L’unica cosa detta in maniera chiara», evidenzia Capozzi, «è che il produttore farà ogni possibile sforzo per consegnare tempestivamente gli antidoti». Un’espressione mantenuta forse troppo vaga, che non sembra specificare nemmeno il vincolo temporale. «Se la tempistica non viene rispettata in una finestra di tempo di due o tre anni è un conto, ma non è quello che sta avvenendo: su un orizzonte di pochi mesi potrebbe essere difficile individuare profili di responsabilità del produttore con previsioni contrattuali così vaghe», osserva l’avvocato.


È evidente, quindi, chi tenga il coltello dalla parte del manico. «Le aziende hanno ottenuto contratti apparentemente vantaggiosi, i cui termini non sono stati ancora resi integralmente noti, e che sembrano prevedere notevoli limitazioni alla responsabilità», afferma la legale. «Gli Stati avevano talmente bisogno di un vaccino in tempi rapidi che sono stati disposti a scendere a compromessi forse svantaggiosi, che pur non impedendo di fatto la tutela dei cittadini anche ai fini del risarcimento dei danni ove mai effettivamente subiti consentiranno alle ditte di essere esentate dalle loro eventuali responsabilità, rispondendone di fatto gli Stati membri». (riproduzione riservata)

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