Ordini professionali ignorati

Ventuno categorie unite contro l’esclusione dal cura Italia. Chiesti incontri al ministero
Non riconosciuto il ruolo di 2,3 milioni di lavoratori

Il decreto cura Italia ha deliberatamente ignorato gli ordini professionali, non riconoscendo il ruolo svolto da ben 2,3 milioni di professionisti italiani. Così facendo il paese rischia di pagare un prezzo altissimo, soprattutto quando arriverà il momento di rimetterlo in piedi.
È questo il pensiero di 21 ordini professionali che, guidati dal Comitato unitario delle professioni e dalla Rete delle professioni tecniche, presieduti rispettivamente da Marina Calderone e Armando Zambrano, hanno deciso di fare fronte unico per tutelare i liberi professionisti in questa fase drammatica causata dall’emergenza Covid-19. Nei prossimi giorni, infatti, i rappresentanti di tutte le categorie coinvolte (agronomi, agrotecnici, architetti, assistenti sociali, attuari, chimici e fisici, consulenti del lavoro, commercialisti, geologi, geometri, giornalisti, infermieri, ingegneri, ostetriche, periti agrari, periti industriali, psicologi, spedizionieri doganali, tecnici di radiologia medica, tecnologi alimentari e veterinari) lavoreranno a un pacchetto di proposte unitario che tenga conto delle esigenze generali, nella logica della sussidiarietà al paese, e di quelle specifiche delle singole professioni.
Le proposte confluiranno in un «Manifesto delle professioni» con il quale chiederanno al governo un’interlocuzione seria e puntuale. Nel frattempo, Cup e Rpt hanno già chiesto un incontro urgente ai ministri del lavoro e delle finanze per definire una serie di iniziative a tutela delle professioni. «I professionisti – sostengono Cup e Rpt in un comunicato stampa congiunto – devono riaffermare il proprio ruolo e parlare con un’unica voce. Non hanno bisogno di interventi a pioggia, ma di una serie di interventi precisi, mirati». Per le due organizzazioni, infatti, è necessario chiarire le modalità di applicazione dell’art.44 del dl 18/2020 (relativo al Fondo per il reddito di ultima istanza a favore dei lavoratori danneggiati dal coronavirus) e quindi la disponibilità di risorse per i professionisti. Ma anche mettere le Casse previdenziali nelle condizioni di intervenire in maniera forte e risolutiva, utilizzando risorse proprie.
Ad esempio, rendendo disponibili tutte le somme della ingiusta doppia tassazione delle Casse (stimabile in 1 miliardo di euro), per un anno, «che potrebbero alimentare provvedimenti importanti per la ripresa degli studi professionali e a ristoro della crisi». Indispensabile, inoltre, mettere in atto interventi che consentano il rinvio del pagamento delle tasse e l’eliminazione della ritenuta d’acconto – diventata anacronistica dopo l’introduzione della fattura elettronica – ma soprattutto che rendano possibile la ripresa delle attività, una volta passata l’emergenza, attraverso la sburocratizzazione, la semplificazione e l’avvio di nuove infrastrutture.
«Basta col considerare i professionisti una categoria di privilegiati! Chi continua a pensarlo vive ormai da anni fuori dalla realtà. I professionisti ordinistici sono ora una categoria in difficoltà che ha bisogno di aiuti, esattamente come gli altri lavoratori», precisano Calderone e Zambrano nel comunicato, facendo notare che questo momento emergenziale può essere affrontato solo con «proposte choc». Tra queste, l’eliminazione del Codice appalti che, come attualmente strutturato, ingabbia il Paese. «Non servono interventi che seguano la logica del reddito di cittadinanza, i professionisti non sono tutti uguali. Servono interventi specifici – concludono – che tengano conto delle situazioni differenti».
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